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Occupazione, ecco perché i dati sfoggiati da Renzi vanno presi con le molle. Intervento di Nadia Garbellini
grafico garbellini

Il 30 gennaio Istat ha rilasciato la nuova edizione della Rilevazione sulle forze di lavoro, indagine campionaria svolta intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui.
Puntuale il tweet di Renzi: “100mila posti di lavoro in più in un mese. Bene. Ma siamo solo all’inizio. Ripor­te­remo l’Italia a a cre­scere”.
Il dato in effetti sembra confortante. Un’analisi più approfondita dei numeri forniti da Istat può però condurre a qualche riflessione circa il suo effettivo significato.

Innanzitutto, i risultati a cui Renzi fa riferimento sono quelli inclusi nel rapporto di Istat, vale a dire quelli destagionalizzati. La destagionalizzazione è una procedura statistica che serve a “depurare” le serie storiche dagli effetti di fluttuazioni periodiche regolari legate alla stagionalità. Come precisato dal rapporto Istat, questi dati sono ancora provvisori. Possiamo quindi osservare i dati grezzi, che pure sono stati pubblicati da Istat il 30 gennaio. Stando a questi ultimi, a dicembre 2014 gli occupati sono aumentati di quasi 142 mila unità su base mensile, e di circa 153 mila su base annua. Che, in termini di tassi di crescita, significa +0.64% e +0.69%, rispettivamente.
Naturalmente, questi numeri vanno rapportati alla popolazione in età da lavoro: anche il tasso di attività è leggermente aumentato nel dicembre 2014: di 0.25 punti percentuali su base mensile, e di 0.36 su base annua.
Può essere utile anche fare un passo indietro e osservare il mese di novembre, quando si sono persi oltre 349000 posti di lavoro su base mensile, e quasi 55300 su base annua.
Interessante è anche il dato sul tasso di inattività, vale a dire la percentuale delle persone in età da lavoro che non sono attivamente in cerca di un impiego. Osservando i dati grezzi, il tasso di inattività è aumentato di 1.44 punti percentuali su base mensile (dal 34.95% al 36.39%) ed è calato di 0.31 punti su base annua. Le variazioni del tasso di inattività incorporano anche i cosiddetti “scoraggiati”, vale a dire coloro che, pur essendo disposti a lavorare, hanno perso la speranza di trovare un impiego. È difficile quantificare esattamente questa componente, le cui oscillazioni giocano comunque un ruolo rilevante nella determinazione del tasso di disoccupazione, che può risultare artificiosamente in calo quando gli scoraggiati aumentano, riducendo le forze di lavoro.

Questi dati possono sembrare incoraggianti, seppur modesti.

Va tuttavia ricordata la definizione statistica di “occupati”, che include anche coloro che nella settimana di riferimento abbiano svolto, alternativamente: (i) “almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”; (ii) “almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente”.
Appare quindi evidente la grande eterogeneità di posizioni lavorative che possono celarsi dietro alla generica definizione di “occupato”, eterogeneità che rende assai difficile valutare il tipo di occupazione che si viene a creare - o distruggere - in un determinato periodo di tempo.
Per ovviare alle difficoltà implicate da tale eterogeneità, viene impiegato per molte elaborazioni statistiche il concetto di unità di lavoro (ULA), cioè “la quantità di lavoro prestato nell'anno da un occupato a tempo pieno, oppure la quantità di lavoro equivalente prestata da lavoratori a tempo parziale o da lavoratori che svolgono un doppio lavoro.”
Quanta differenza c’è tra l’occupazione misurata in posti di lavoro e in ULA? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo utilizzare i dati trimestrali forniti dai Conti Nazionali, che riportano entrambe le misure. Fatto 100 il numero dei posti di lavoro, l’andamento delle ULA è rappresentato nel grafico. Come si vede, i posti di lavoro sono ovviamente più numerosi delle ULA. Tuttavia il rapporto tra le due grandezze è andato costantemente crescendo dal primo trimestre del 1992 in avanti, con oscillazioni che hanno preso ad essere sempre più ampie a partire dal primo trimestre del 2009.
Poiché maggiori oscillazioni corrispondono di fatto ad una maggiore varietà e variabilità delle forme contrattuali adottate, e una crescente divaricazione tra i due indici evidenzia una riduzione degli orari di lavoro previsti dalle forme diverse dal tempo pieno, possiamo concludere che a partire dal 2009 si è verificata una radicalizzazione dell’utilizzo di forme contrattuali a orario ridotto, di tipo sia orizzontale che verticale. Questo fenomeno porta a una crescente inadeguatezza degli indicatori normalmente utilizzati per valutare lo stato del “mercato del lavoro”, che in misura crescente possono dipingere una situazione assai più ottimistica di quella effettiva. Pensiamo alla Germania e alla diffusione di cosiddetti mini jobs, che tanto piacciono alla “sinistra” nostrana.




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