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Ttip, i cittadini europei dicono no. L'arbitrato rischia di impantanare tutto
Negli ultimi tempi si sente parlare poco degli eventuali sviluppi delle trattative in corso per quanto riguarda il cosiddetto trattato transatlantico (TTIP). Magari qualcuno immagina che questo sia un cattivo segno e che si stia mettendo a punto, nell’ombra, una soluzione indigesta.
In realtà, sulla base dei fatti in qualche modo noti in una vicenda segnata dalla segretezza, l’autore di questo articolo tende a rallegrarsi di come stanno andando le cose: sembra, in effetti, che le discussioni tra Unione Europea e Stati Uniti per il varo del trattato incontrino crescenti difficoltà a progredire e che aumenti il pessimismo nelle fila di chi, come i lungimiranti governanti del nostro paese, hanno sposato senza riserve il progetto.

I problemi attuali del TTIP appaiono in singolare contrasto con il fatto che l’altro trattato parallelamente in discussione, la cosiddetta Trans Pacific Partnership (TPP), che coinvolge gli Stati Uniti, il Giappone e altri dieci paesi asiatici e latino-americani, in funzione palesemente anticinese, sarebbe invece in dirittura d’arrivo e dovrebbe essere siglato dai paesi interessati entro la prima metà del 2015 (Donnan, 2015).
I punti di frizione del progetto transatlantico toccano, come è noto, molti aspetti della questione, ma indubbiamente il risvolto più critico e più difficile da far digerire all’opinione pubblica europea riguarda le clausole che prevedono la possibilità per le imprese del ricorso all’arbitrato privato contro delle decisioni degli stati nazionali che potrebbero in qualche modo danneggiarle; si tratta del meccanismo che è noto sotto il nome di Investor State Dispute Settlement (ISDS).

Le clausole previste in tale meccanismo, almeno per come esse sono state redatte in una prima stesura, annullerebbero, per molti versi, la sovranità nazionale e quella dei tribunali dei paesi interessati e un’impresa che si sentisse in qualche modo lesa dalle decisioni di un paese potrebbe ricorrere ad una sorta di giustizia privata, per di più insindacabile. Per non parlare dei possibili pesanti risvolti sanitari, ambientali, alimentari che le clausole arbitrali comporterebbero.

Bisogna a questo punto ricordare che degli accordi come quelli in discussione sono già in essere da tempo in diversi trattati bilaterali a suo tempo firmati tra varie entità sovrane ed essi possono servire oggi a capire che cosa potrebbe succedere in concreto.
Si ricorda, tra i tanti casi in proposito, quello della Philips Morris, che diversi anni fa ha intentato un’azione contro l’Australia dopo che il parlamento locale aveva votato una legge che obbligava i fabbricanti di sigarette a utilizzare un imballaggio anonimo, che non citava il nome della marca. O quella della svedese Vattenfall, che ha chiesto danni per 4,7 miliardi di euro alla Germania in relazione alla decisione di tale paese di chiudere le centrali nucleari.

Tornando al trattato in discussione, ne vanno poi segnalati alcuni aspetti veramente inquietanti che si vanno profilando. Si può sottolineare in proposito, tra l’altro, l’apparizione sulla scena di finanziatori terzi, dei veri e propri speculatori, che prendono delle scommesse sui possibili risultati degli arbitraggi, proponendo persino alle multinazionali di finanziare le loro azioni contro gli stati, ripagandosi poi sui risultati ottenuti dalla disputa (capitale e interessi). Tale meccanismo potrebbe evidentemente moltiplicare il ricorso ai meccanismi di arbitrato.
Alla prima notizia del progetto di trattato, nel 2013, sulla questione dell’ISDS si sono subito peraltro mobilitate le NGO, diversi eurodeputati, alcuni media, tra i quali anche questo sito.

Ma i dubbi hanno toccato relativamente presto anche alcuni governi. Già diversi mesi fa il vice cancelliere tedesco e ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, per primo ha espresso le sue perplessità in proposito, arrivando a dichiarare che il parlamento tedesco avrebbe bocciato la clausola. Gabriel è stato seguito a ruota dal ministro del commercio estero francese. Quest’ultimo ha di recente dichiarato che “ la Francia non accetterà che delle giurisdizioni private possano rimettere in questione le scelte democratiche degli stati sovrani” (Ducourtieux, 2015). Inoltre, i parlamenti francese ed olandese hanno approvato delle risoluzioni nelle quali si esprimono riserve sull’ipotesi di trattato ed in particolare sulla clausola di arbitrato. Intanto l’opinione pubblica tedesca, in relazione anche al caso Vattenfall, appare fortemente ostile alla cosa. Infine, il nuovo governo greco sembra anch’esso intenzionato a bloccare il trattato, almeno nella sua attuale forma.

Nel frattempo, molte organizzazioni non governative stanno anche raccogliendo le firme per contrastare il progetto. Per il momento sono arrivate, sembra, circa 1.500.000 adesioni, ma gli organizzatori sono fiduciosi di raggiungere presto i due milioni.
Già da questi fatti appare abbastanza chiaro che l’ipotesi di un’approvazione del trattato secondo le linee ipotizzate all’inizio da Washington e abbracciate entusiasticamente dai funzionari di Bruxelles e dal, come sempre, servile governo italiano, rappresentato ai negoziati dall’agitato sottosegretario Carlo Calenda, sia ben difficile.

A fronte di almeno alcune di tali perplessità, la Commissione Europea ha preso a suo tempo, nell’estate del 2014, l’iniziativa di indire una consultazione, che ha coinvolto 150.000 persone ed enti vari. Con grande ritardo vengono ora resi noti i risultati dell’indagine ed ora si capisce perché: risulta, in effetti, che ben 145.000 soggetti del campione sono contrari non solo all’ ISDS, ma più in generale a tutto il trattato.

Lo scopo del referendum era peraltro quello di ricevere suggerimenti su come configurare lo stesso ISDS, ma solo poche migliaia di soggetti si sono degnati di rispondere a tale domanda, suggerendo in ogni caso miglioramenti alla attuale versione della clausola.
Di fronte a questi fatti l’ipotesi che il progetto di trattato venga approvato entro la fine del 2015, come speravano i negoziatori, sembra abbastanza irrealistica, anche se non si può mai sapere. Ma se non si riuscisse a chiudere le trattative entro la fine dell’anno in corso, si possono aprire difficoltà di tipo più generale. Bisogna considerare che il 2016 sarà in effetti quasi completamente assorbito dalla tornata elettorale statunitense e che quindi al minimo bisognerà attendere il 2017, se non oltre, per arrivare eventualmente a qualche risultato. Nel frattempo chissà in che direzione sarà andato il mondo.

Di fronte al fatto che, nella sostanza, pressoché tutti ormai trovano che il meccanismo dell’ISDS presenta delle numerose falle, restano poche alternative di azione. O si cerca di far cadere del tutto la clausola, cosa che dispiacerebbe certo agli Stati Uniti, che potrebbero a questo punto anche lasciar cadere il tutto, o la Commissione prova a rimandare a tempi futuri la stessa, approvando solo gli altri pezzi del trattato, o si tenta invece, infine, di modificarla.

I negoziatori a questo punto stanno in effetti cercando di trovare delle linee di minore resistenza per andare avanti e da fonti autorevoli
(Ducourtieux, 2015) viene la notizia che si sta pensando di lavorare sulla riforma di quattro punti compresi nel perimetro dell’ISDS: una migliore protezione del diritto degli stati a regolare l’economia; una nuova configurazione dei meccanismi di supervisione e di funzionamento dei tribunali arbitrali; una diversa precisazione della possibile relazione tra l’azione di arbitraggio e il ricorso giuridico a livello dei singoli stati; la messa in opera di un meccanismo di appello alle decisioni arbitrali, che prima non era previsto.

In questi giorni dovrebbero riprendere i contatti tra i negoziatori per valutare come andare avanti. Intanto le ONG si lamentano del disprezzo che la commissione continua a mostrare nei loro confronti (Hiault, 2015)).
Apparentemente il trattato si avvia su di una strada forse senza uscita o, perlomeno, con degli ostacoli molto duri da superare: ci vorrà, comunque, molto tempo.
Molto bene, ma bisogna restare vigilanti, i colpi di mano non sono mai esclusi.
A questo proposito è necessario ricordare che da qualche parte (si veda un articolo di Alberto Negri sul numero di gennaio 2015 di Limes) si sta avanzando l’ipotesi che in realtà la Germania si stia mostrando più disponibile ad approvare il TTIP di quanto potesse sembrare in cambio della concessione di una accresciuta presenza sul mercato statunitense da parte delle imprese tedesche. Vedremo.

Testi citati nell’articolo
-Donnan S., Us trade chief says Pacific deal is close, www.ft.com, 27 gennaio 2015
-Ducourtieux C., Ces tribunaux privés qui font peur, Le Monde, 15 gennaio 2015
-Hiault R., TTIP: Bruxelles maintient le cap sur les tribunaux d’arbitrage, Les Echos, 14 gennaio 2015

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