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Crisi economica in Usa, la polvere sotto il tappeto attraverso le statistiche funanboliche
Dai vari istituti di analisi e ricerca, nonché da singoli studiosi, ci viene annunciato un miglioramento, sia pure contenuto e comunque tutto da verificare a consuntivo, dei dati economici nei vari paesi europei per il 2015, anche se qualche ricercatore si mostra piuttosto dubbioso al riguardo. Intanto, comunque, l’economia americana sembra trovarsi in una posizione migliore di quella europea ed essere entrata in una fase di ripresa sia pure, di nuovo, relativamente moderata. In ogni caso nel 2014 il tasso di crescita del pil degli Stati Uniti è stato pari al 2,4%. Certamente, viste le cose dalla prospettiva italiana, dove l’economia sostanzialmente non cresce da una ventina di anni, si tratta di cifre persino invidiabili.

In alcuni paesi europei e in Usa, ma non certo da noi, si registrano poi miglioramenti anche sensibili nei livelli di disoccupazione, mentre peraltro faticano a crescere invece le retribuzioni e il livello delle qualificazioni. Comunque l’aumento dell’occupazione negli Stati Uniti sembra un dato molto rilevante ed esso ha molto contribuito anche a dare una visione più positiva dell’amministrazione Obama. Ma, dietro la facciata favorevole, bisogna leggere con molta attenzione tali sviluppi recenti. Oggi concentriamo l’attenzione, a questo proposito, su alcuni aspetti della situazione sempre degli Usa.

Il primo fenomeno che vogliamo segnalare riguarda il fatto che, sia in periodi di recessione e di alta disoccupazione che in quella di ripresa anche sostenuta, con miglioramento del quadro occupazionale, la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici nere è sempre molto peggiore di quella dei bianchi. Un rapporto recente pubblicato congiuntamente dall’Economic Policy Institute e dal Center for Popular Democracy e a cui fa riferimento un articolo a firma di B. Appelbaum pubblicato sul sito internet del New York Times del 3 marzo, appare abbastanza istruttivo in proposito. Esso indica, tra l’altro, che il tasso di disoccupazione dei lavoratori neri è, negli ultimi decenni, costantemente stato pari al doppio di quello dei lavoratori bianchi; questo sia in periodi di recessione che in periodi di sviluppo, più o meno elevato.

C’è un’altra caratteristica di quel mercato del lavoro che appare anche più preoccupante. Ne da conto ad esempio M. Gottschalk, un professore statunitense di scienze politiche presso l’Università della Pensilvania, in un suo libro uscito da poco nel paese e dal titolo Caught: the prison state and the lockdown of american politics. Il volume segnala intanto che ben 2,2 milioni di persone, nel paese, si trovano in galera e quindi non figurano nell’elenco dei disoccupati. La popolazione carceraria statunitense è la più numerosa del mondo, più o meno pari numericamente, ad esempio, a quella di Russia e Cina messe insieme, che comprendono al loro interno circa cinque volte il numero di abitanti; essa è superiore di più di dieci volte di quella di Germania, Gran Bretagna, Francia, considerate insieme. Tale cifra è ancora doppia di quella registrabile nel 1991. Un ragazzo su dieci nel paese ha oggi un genitore in galera.

Ma la situazione reale appare ben peggiore, perché bisogna poi considerare nel quadro il fatto che almeno altri 6 milioni di persone (per qualcun altro invece sino ad 11 milioni) sono soggette a qualche forma di restrizione della libertà e quindi comunque non possono lavorare. Quindi da 8 a 13 milioni di statunitensi in età adulta non sono compresi nelle statistiche sulla disoccupazione. Nel database criminale dell’FBI sono ancora oggi elencati 75 milioni di americani, circa un terzo di tutti i maschi adulti. Basta un semplice fermo per eccesso di velocità per essere inseriti nell’elenco.

L’autore del volume ha parlato a proposito di tale situazione di uno “stato carcerario”, mentre qualcun altro ha usato l’espressione di “goulag democratico”. La situazione carceraria del paese non ha riscontri in nessun altro paese del mondo. Essa è profondamente radicata nella struttura sociale del paese e comporta molti vantaggi per alcuni gruppi economici, che sono quindi molto interessati a farla permanere.
Le note si fanno ancora più dolenti se tale quadro viene poi di nuovo analizzato dal punto di vista razziale. La parte più consistente del peso di tale situazione viene fatta gravare ancora una volta sulla popolazione nera. Gli Stati Uniti, ricorda l’autore, tengono in prigione, proporzionalmente, più neri di sesso maschile rispetto al Sud Africa nell’ultimo periodo dell’apartheid. Comunque anche i bianchi sono incarcerati nel paese con una percentuale che è quattro volte quella della Germania. Un terzo di tutte le donne in galera nel mondo lo sono infine negli Stati Uniti.
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