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Finanza internazionale, la doppia morale seguita da Washington
È abbastanza noto come la Cina, negli ultimi tempi, nell’ambito dell’avvio di  un nuovo modello di sviluppo economico e di un nuovo processo di internazionalizzazione,  stia, tra l’altro, varando una serie di istituti finanziari internazionali che dovrebbero accompagnare e sostenere tali mutamenti. 
Si stanno così portando avanti i piani per una banca dei BRIC (Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa) e per un collegato fondo per la protezione degli stessi paesi dai rischi di cambio, per una nuova banca asiatica per lo sviluppo (AIIB, Asian International Investment Bank) e ancora per un fondo per finanziare il progetto della cosiddetta “nuova via della seta”. Tutti progetti che prevedono delle dimensioni di intervento abbastanza cospicue.  
E’ anche noto che gli Stati Uniti vedono poco favorevolmente lo sviluppo di tali iniziative, che minacciano di mettere in discussione la sua egemonia economica e finanziaria mondiale, egemonia sostenuta anche dagli altri paesi occidentali e che oggi si sostanzia, tra l’altro, nel controllo pieno della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, nonché della vecchia Banca Asiatica di Sviluppo, quest’ultima in condominio con il Giappone.
Così il governo Usa aveva fatto di recente grandi pressioni sui propri partner occidentali ed orientali affinché essi non aderissero a tali nuove istituzioni, con particolare riguardo alla AIIB. La giustificazione ufficiale di tale atteggiamento da parte americana faceva riferimento alle supposte non sufficienti garanzie di rispetto delle regole di trasparenza, nonché  delle buone norme ambientali e sociali, che avrebbe fornito la nuova istituzione asiatica; contemporaneamente, i funzionari del governo Obama sottolineavano invece la stretta aderenza delle strutture esistenti e da esso guidate a degli elevati standard sui fronti sopracitati.
Nonostante però le forti sollecitazioni ricevute, i principali paesi occidentali e persino l’Italia, consci in particolare del nuovo peso economico e finanziario della Cina e volendo comunque partecipare ai molti affari che potrebbero scaturire per le loro imprese dalla nuova struttura asiatica, hanno alla fine deciso di partecipare in massa all’ iniziativa, trascurando del tutto le raccomandazioni di Washington. Persino il paese più ubbidiente di tutti ed uno dei più anticinesi, il Giappone, dovrebbe presto dare la sua adesione. Così alla fine parteciperanno alla nuova iniziativa una cinquantina di paesi.
Si è trattato di una grande sconfitta politica per gli Stati Uniti e un segno del mutamento in atto degli equilibri mondiali a favore dei paesi asiatici.
Ma la storia non finisce certo qui, dal momento che ora si scopre che nelle strutture  finanziarie gestite da Washington le cose non vanno poi tanto bene sul fronte del rispetto delle regole ambientali e sociali, come invece si indicava con enfasi.    
A questo proposito  alcune ONG, in un rapporto pubblicato di recente da Oxfam e dal titolo “Le sofferenze degli altri”, reso pubblico il 2 aprile e su cui la stampa internazionale ha dato diverse informazioni,  indicano l’esistenza di una realtà piuttosto problematica.
Il rapporto mostra con abbondanza di particolari come un organismo come la Società Finanziaria Internazionale (International Finance Company, IFC), la filiale più importante della Banca Mondiale, specializzata nell’aiuto al settore privato dei paesi in via di sviluppo, non rispetti molto bene le regole sopra citate.
Dal rapporto emerge intanto che  tale istituzione fornisce circa i due terzi delle sue risorse a degli istituti finanziari locali di vario tipo perché essi finanzino poi dei progetti nei paesi emergenti. Così tra il giugno 2009 e il giugno 2013 l’IFC ha prestato 36 miliardi di dollari a tali organismi. Orbene, si scopre ora, come riferisce ad esempio Le Monde in un suo articolo del 3 aprile 2015, citando il rapporto, che diversi di tali progetti sono stati all’origine di numerose violazioni dei diritti dell’uomo: si va dalla confisca del tutto arbitraria di terre possedute in via ancestrale dai locali, sino allo  sradicamento forzato di diverse popolazioni dal loro territorio, alla  repressione delle proteste, a violenze fisiche sulle persone sino a provocare la loro morte; e questo in diversi paesi asiatici e dell’America Latina.
Il tutto, sottolinea il rapporto, in una situazione di opacità totale nell’attribuzione dei fondi ai vari progetti ed ai vari organismi. Lo stesso studio chiede, tra l’altro, che la IFC cessi dal finanziare qualsiasi investimento a favore dei soggetti ad alto rischio, facilmente individuabili.   
L’IFC ha risposto in maniera molto imbarazzata al rapporto, promettendo di intervenire con decisione. Vedremo. Intanto resta lo scandalo e l’evidenza della doppia morale che si pratica a Washington.
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