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"Europa, l'euro è irriformabile ma intanto i profitti vanno sempre dalla stessa parte". Intervento di Domenico Moro
Sono rimasti in pochi a non riconoscere che le misure europee di austerity si sono rivelate quantomeno dannose ed è diventato difficile trovare qualche sostenitore del dogma secondo cui l’austerity produce crescita. Ora, il vero nodo della discussione è diventato un altro: l’Unione economica e monetaria europea (Uem) è riformabile o no? In altri termini, è possibile determinare dall’interno della Uem un cambio di passo, che permetta di risolvere quei problemi che hanno portato al collasso la Grecia e che hanno drasticamente ridotto la base produttiva industriale e impoverito la gran parte della popolazione, aumentando la disoccupazione e i divari sociali nella maggioranza dei Paesi dell’eurozona? Vogliamo provare a rispondere a questa domanda senza farci condizionare da preconcetti, ma basandoci sui nudi fatti. In particolare, vogliamo cercare di rispondere a partire dall’esperienza concreta e dalle speranze, che sono state suscitate, a sinistra, dalla vittoria di Syriza in Grecia e, in ambienti politicamente e socialmente più ampi, dal varo del Quantitative easing da parte della Bce diretta da Mario Draghi.

Un governo sotto ricatto
Partiamo dalla Grecia. Il governo greco è stato eletto con il mandato di eliminare la pesante austerity che ha determinato un vero e proprio massacro sociale. Per attuare tale mandato, il governo Tsipras ha intrapreso una strada ragionevole e per niente estremista, quella della rinegoziazione dei vincoli di bilancio con i governi europei, a partire dal più importante, quello tedesco. Il principio cui il governo Tsipras ha cercato di attenersi è stato quello secondo cui “noi trattiamo con i nostri pari, ovvero con i governi eletti, non con i tecnici e i funzionari che stanno a Francoforte o Bruxelles”. A distanza di qualche mese abbiamo visto che i referenti diretti del governo greco continuano ad essere organismi “tecnici” sovrannazionali, il Fondo monetario internazionale (FMI) e soprattutto la Bce, nella persona di Mario Draghi. Quindi, non un governo nazionale ma una delle istituzioni europee, per giunta priva della pur minima legittimazione popolare, per quanto formale essa sia, essendo la sua direzione nominata e non eletta.

Il governo greco è stato costretto, sin dall’inizio, nello spazio sempre più angusto di un vero e proprio ricatto da parte della Bce. Questa, infatti, ha subito rifiutato di accettare dalle banche greche i titoli di stato emessi dal proprio governo come collaterale per avere accesso alla liquidità emessa con il Qe. La partecipazione al Qe e quindi l’erogazione della liquidità necessaria a far funzionare la macchina dello stato greco sono state condizionate alla accettazione da parte di quest’ultimo di un piano di “riforme” economiche, all’interno del quale deve esserci l’ulteriore riduzione delle pensioni, che raggiungono a stento il 50% dell’ultima retribuzione, e della spesa sociale, richieste che suonano provocatorie in una situazione di emergenza sociale come quella greca. Tali controriforme contraddirebbero in pieno il mandato degli elettori, determinando il suicidio politico di Syriza stessa, per usare le parole di Panagiotis Lafazanis, un esponente dalla sinistra di Syriza nonché ministro del governo Tsipras.

Dopo mesi di trattative, Draghi ha riaffermato il medesimo concetto, sostenendo che il destino di Atene è nelle mani del suo governo. In altre parole sta al governo greco, mediante l’accettazione dei diktat europei, risolvere i problemi di liquidità che stanno per strangolare la Grecia. Infatti, il Paese mediterraneo, che poche settimane fa ha restituito al Fondo monetario mondiale (FMI) 460 milioni di euro, tra maggio e giugno dovrà restituire 2,5 miliardi sempre all’FMI e tra luglio e agosto ben 7,5 miliardi alla Bce. Visto che il governo greco al momento avrebbe in cassa circa 2 miliardi, c’è poca scelta. O l’insolvenza (e il default) o pagare gli stipendi e le pensioni. A meno che il governo greco non riceva altri fondi dall’Europa, dopo aver presentato un piano di “riforme” che siano accettabili per la Bce, ma non ovviamente per il suo elettorato.

C’è da domandarsi se da parte della Bce e degli altri governi europei non ci sia l’intenzione deliberata di spingere la Grecia verso l’uscita dall’euro. Un segnale in questo senso sarebbe, secondo quanto anticipato dalla Reuters, la valutazione da parte del governo greco della possibilità di emettere dei “pagherò” cioè di promesse di pagamento, con cui verrebbero corrisposti gli stipendi dei lavoratori pubblici e le pensioni. In pratica, ciò sarebbe l’avvio di una valuta parallela e forse l’anticamera del ritorno alla dracma. È possibile anche che i mercati dei capitali, cioè i grandi investitori, valutino che l’enorme liquidità che la Bce getterà sul mercato fino all’autunno 2016 possa offrire il contesto adatto a liberarsi della Grecia. Del resto, i debiti greci non sono più detenuti dalle banche tedesche e francesi, come nel 2012, ma dagli Stati europei (l’Italia detiene crediti per 40,87 miliardi). La liquidità immessa dalla Bce permetterebbe di gestire il contagio sui titoli di stato degli altri Paesi determinato da una uscita della Grecia, eliminando il contagio più pericoloso, quello politico rappresentato da un paese il cui elettorato ha messo oggettivamente in discussione i meccanismi di funzionamento della Uem.

Un Qe che si conferma per i profitti e i guadagni di borsa
Passiamo, dunque, al Qe della Bce, che ogni mese stampa 60 miliardi di euro e con essi compra titoli di stato. A distanza di un mese dal suo avvio, si conferma quanto avevamo previsto al momento del suo annuncio. Il Qe non ha avuto effetti sull’aumento dell’inflazione, che pure era il suo obiettivo ufficiale, né ha avuto conseguenze positive sull’economia reale e sull’occupazione come alcuni pensavano. Anche l’effetto di ridurre le divergenze sui tassi d’interesse tra cosiddette periferia e centro dell’eurozona non c’è stato. Gli interessi sui titoli greci sono aumentatati (come ovvio, dato quanto abbiamo detto sopra) quelli dei titoli italiani e spagnoli non hanno subito grandi miglioramenti, mentre permane la differenza (il famoso spread) con quelli tedeschi, che, già bassi, con il Qe sono finiti in zona negativa. In questo modo, il Qe ha creato il paradosso di spingere i livelli dei tassi d’interesse di molti titoli di stato al di fuori dell’area d’intervento, visto che sono acquistabili dalla Bce solo titoli che diano un rendimento al di sopra di una certa quota.

L’effetto principale del Qe attraverso l’immissione di una massiccia liquidità nell’economia dell’eurozona è stato un altro: il deprezzamento dell’euro, che dall’agosto scorso, quando al Simposio di Jackson Hole Draghi ha parlato per la prima volta di Qe, ha perso l’11,2% rispetto alle valute dei suoi partner commerciali. In particolare, l’euro ha perso il 12% rispetto al dollaro (-5% dal 9 marzo), arrivando a toccare a 1,04 il livello cambio più basso dal 2002. La svalutazione dell’euro ha avuto un impatto eccezionale sui profitti delle grandi imprese multinazionali, il cui fatturato proviene soprattutto dall’export, che è stato rinvigorito dalla riduzione dei prezzi, determinata dalla svalutazione dell’euro. Era dal 2011 che non si registrava una crescita generalizzata dei profitti per azione. Gli analisti di S&P Capital Iq prevedono che il 2015 si chiuderà con una crescita dei profitti delle prime 350 società quotate europee del 14% rispetto all’anno precedente, a fronte di un modesto +0,32% delle prime società statunitensi (paniere S&P500). Il deprezzamento dell’euro ha prodotto effetti a cascata anche sulle borse europee, il cui valore è cresciuto sull’onda di aspettative di profitti sempre più alti ed è alimentato dalla liquidità creata dalla Bce. Solo nell’ultimo mese complessivamente il valore delle borse dei 19 Paesi dell’area euro è cresciuto di 280 miliardi. Tutte le borse, tranne quella di Atene, hanno guadagnato, con in testa la borsa tedesca, la cui capitalizzazione da gennaio è aumentata del +26,2% (+7,13% nell’ultimo mese), seguita a ruota dalla borsa italiana con il +25,59% (sì avete letto bene, la borsa italiana). Anche il prezzo dei titoli di stato dell’eurozona è cresciuto, insieme a quello delle azioni, portando ad una loro rivalutazione di ben 80 miliardi di euro. Sommando la crescita del valore delle borse e quella dei titoli di stato abbiamo la cifra monstre di ben 360 miliardi di euro creati dal Qe di Draghi, e che i detentori di azioni e titoli di stato hanno incamerato in un solo mese.

Il Qe dimostra che la crisi di profittabilità, nella quale da decenni si dibatte il centro più sviluppato del mondo capitalistico, viene risolta anche oggi nello stesso modo in cui lo si sta facendo ormai da tempo, cioè attraverso la leva finanziaria, immettendo liquidità nel sistema economico. Si tratta di una crescita artificiale, di una momentanea boccata di ossigeno, che porta alla creazione di bolle, che prima o poi scoppiano, restituendoci una situazione economica e sociale peggiore di prima. Oggi tocca all’Europa e al Giappone dare questa boccata di ossigeno, attraverso le loro banche centrali, dal 2009 fino a poco tempo fa, era toccato agli Usa e alla Gran Bretagna, attraverso la Fed e Bank of England. I veri beneficiari del Qe sono i grandi investitori di borsa, che spostano centinaia di milioni attraverso i mercati finanziari mondiali, e le imprese transnazionali, che hanno un piede in tutte e due le sponde dell’Atlantico. L’importante, affinché il gioco duri, è che ci sia sempre qualcuno che immetta liquidità da una parte o dall’altra delle due sponde oceaniche.

Una Uem irriformabile
Dunque, ritornando alla nostra domanda iniziale, ovvero se è possibile riformare la Uem dall’interno, stando a quanto abbiamo osservato fino ad ora, la possibilità di una riforma dall’interno appare molto improbabile se non impossibile. Ciò per varie ragioni. La prima e più importante è che i meccanismi della Uem sono congegnati in modo tale da impedire ai singoli governi di forzare i limiti che l’Uem stessa si è data. La seconda sta nel fatto che il cambio di passo tanto atteso della Bce, consistente in una politica monetaria espansiva, ritenuta da molti una panacea ai mali dell’Europa, si è tradotto, nella realtà, soltanto in benefici per i grandi gruppi industriali e finanziari. Non è possibile pensare di vincere in un gioco in cui le regole e il perimetro del campo sono definiti da uno solo dei giocatori. Pensare ad una Europa che sia altra da quella attuale non può non fare i conti con il problema della riformabilità o irriformabilità della Uem.

La Grecia è più esposta sia ai colpi della crisi sia ai ricatti della Bce a causa della fragilità della sua struttura economica. Infatti, l’economia greca registra, tra i Paesi dell’eurozona, la più bassa incidenza della manifattura sul totale del valore aggiunto dell’economia, il 9,7% contro il 16,1% medio dell’eurozona (2012), e si basa su settori come il commercio e turismo, che hanno un incidenza del 20,2% contro il 15,2% dell’eurozona, e che danno un minore contributo alla crescita del Pil e delle esportazioni. Comunque, a parte le specificità strutturali della Grecia, il dato principale che emerge dai fatti esposti sopra è quello dell’impotenza del governo greco, dovuta essenzialmente all’aver perso il controllo sulla emissione di valuta. Tale controllo, con l’adesione all’Uem, non è stato eliminato, bensì è stato semplicemente delegato alla Bce. Ciò provoca due problemi per il governo greco e per qualunque altro governo europeo. Il primo sta nel fatto che è la Bce a decidere se acquistare o no i titoli di stato, in base alle sue valutazioni e con le conseguenze ricattatorie che abbiamo visto operare sulla Grecia, sottraendo così ai governi una leva di manovra fondamentale per alleggerire la pressione del debito. Il secondo problema sta nel fatto che, anche se la Bce svaluta, tale svalutazione produce effetti benefici solo tra la Uem e l’esterno e non all’interno della Uem stessa, che ha un’unica valuta, malgrado le strutture produttive nazionali siano tanto diverse. La svalutazione, non essendo più nelle mani del singolo governo, non può più essere usata per riequilibrare gli squilibri tra le bilance dei conti correnti e degli scambi commerciali tra i Paesi all’interno dell’eurozona. Anzi, la svalutazione dell’euro avvantaggia in proporzione maggiormente quelli che sono già forti esportatori manifatturieri, come la Germania.

Il vero problema, infatti, non è la bilancia degli scambi tra eurozona e estero, che è da sempre in attivo, ma gli squilibri interni all’eurozona che vedono la Germania, e pochi altri Stati suoi satelliti, avere forti attivi commerciali e delle partite correnti e il resto dei Paesi dell’eurozona avere viceversa forti deficit commerciali specie nei confronti della Germania, che si ripercuotono negativamente anche sul Pil e sulla gestione del debito. Per concludere, se vogliamo veramente definire una linea politica che permetta di rispondere adeguatamente alla crisi attuale, bisogna considerare che il più importante perno della Uem è proprio l’alienazione del controllo sulla valuta e specularmente l’indipendenza della Bce dai governi nazionali. Tale indipendenza, molto più forte della autonomia di cui pure godeva la Banca d’Italia dopo la separazione dal Ministero del Tesoro, non è stata un errore di valutazione, bensì è stata una scelta economica e politica ben precisa, che si inserisce nella strategia neoliberista applicata alle specifiche condizioni dell’Europa occidentale.

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