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"Cosa c’entrano i lavoratori con il mistero della produttività". Intervento di Vincenzo Comito
I problemi economici e sociali del mondo di oggi sono certamente molti e complessi, ma, tra questi, c’è né uno tra più importanti che da diversi anni assilla i politici e gli economisti di tutto il mondo, senza che apparentemente nessuno riesca a venirne veramente a capo: si tratta di quello che qualcuno chiama il “mistero della produttività”.
Di cosa si tratta? In tutti i paesi occidentali, dagli Stati Uniti, al Giappone, dalla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, da molti anni la produttività del lavoro e quella del capitale sembrano non crescere più o crescere molto meno che nei decenni precedenti. Questo, quindi, al di là del caso dell’Italia, paese nel quale si sa che da molto tempo non aumentano, o lo fanno in maniera mediocre, non solo la produttività, ma anche il pil, gli investimenti, le spese di ricerca e sviluppo, l’occupazione, i salari; in sostanza, tutte le principali variabili economiche e sociali mostrano da una ventina di anni, da noi, un andamento largamente insoddisfacente per usare un eufemismo, andamento che non sorprende peraltro da tempo più nessuno.
La questione della produttività non appare certo trascurabile, dal momento che gli economisti ci ricordano che dalla sua crescita dipende in larga misura l’andamento più o meno positivo di un’economia.
Per ricordare solo qualche caso specifico, ad esempio negli Stati Uniti si è registrato un rilevante aumento della produttività nel periodo tra il 1995 e il 2003, aumento spinto apparentemente dal boom dell’Information Technology, con una conseguente importante crescita dell’economia; ma poi il quadro si è rovesciato e da allora lo sviluppo annuo della produttività si è rivelato come molto più modesto. Non si può certo accusare poi del rallentamento di tale fenomeno la crisi del 2007-2008, dal momento che esso era preesistente.
D’altro canto, molti esperti tendono a valutare che tale tendenza negativa continuerà a manifestarsi anche nel prossimo futuro, spingendo a considerare che si tratta di un fenomeno ormai strutturale, almeno nelle economie avanzate.
In effetti, nel frattempo assistiamo invece ad un quadro molto diverso nei paesi emergenti: così anche in Cina negli anni recenti, secondo alcuni dati, la produttività si sarebbe di recente ridotta, ma passando dall’11% all’anno all’8-9%! Un scenario ben diverso.
Le analisi mostrano poi che il declino del fenomeno in Occidente ha una doppia facciata: esso è infatti da collegare sia ad un rallentamento dei nuovi investimenti, fenomeno che si manifesta anch’esso in maniera vistosa nei principali paesi sviluppati –ad esempio, in Germania essi, negli ultimi venti anni, si sono ridotti di 7 punti percentuali in rapporto al pil-, che nella maggiore efficienza prodotta nelle imprese da tali investimenti.
Si parla di mistero della produttività perché nessuno sino ad oggi sembra essere riuscito a dare una spiegazione plausibile al fenomeno. Sono state avanzate in proposito diverse spiegazioni, ma tutte non sufficientemente convincenti.
Così si è parlato dell’attuale mancanza di grandi innovazioni tecnologiche in grado di innescare una forte crescita nei vari paesi, come è invece accaduto in certi periodi passati con, ad esempio, l’introduzione dell’elettricità, del telefono, dei sistemi di trasporto moderni. Si è anche parlato di rallentamento nei progressi nell’educazione e nella formazione nei decenni recenti, o dell’esistenza di imprese “zombie”, che hanno accumulato in passato ingenti liquidità, eredità delle bolle del primo decennio del nuovo millennio, e che adesso sopravvivono pur essendo improduttive, e c’è anche, infine, chi fa riferimento persino a degli errori nella misura del pil.
Ma ecco che ora il Niers, un istituto indipendente di ricerca economica e sociale britannico, avanza in una sua ricerca recente, una nuova ipotesi, almeno con riferimento alle vicende di tale paese, ipotesi che ci sembra di rilevante interesse economico, sociale e politico di tipo più generale.
Nella sostanza la causa più credibile per l’istituto citato, come riferisce Le Monde del 13 maggio 2015, in un articolo firmato da Philippe Askenazy, è costituita dal costo estremamente basso del lavoro.
Lo studio del Niers indica che nel cuore della crisi la politica monetaria britannica è intervenuta, tra l’altro, facendo crescere fortemente l’inflazione al fine di ridurre i salari reali. Così le remunerazioni più basse sono state riportate al livello in cui si trovavano quaranta anni fa. Con un tale livello di costo del lavoro non è più necessario per le imprese fare degli sforzi per investire o per ottimizzare l’organizzazione del lavoro al fine di fare dei profitti; e il fenomeno dell’erosione salariale sta continuando ancora adesso con il governo Cameron, che vuole ridurre i salari di 5,2 milioni di impiegati pubblici.
Si può aggiungere all’analisi del Niers che a conclusioni simili, relative ad una rilevante erosione dei livelli salariali, anche se tale risultato è stato ottenuto per altre vie che non quella dell’inflazione, si può arrivare per tutti i principali paesi occidentali nel periodo recente. Per effetto anche delle politiche pubbliche portate avanti nella zona euro come negli Stati Uniti, anche quando si registra una ripresa dei livelli dell’occupazione le remunerazioni non aumentano.
L’analisi del Niers fa anche giustizia, se ce ne era ancora bisogno, della tesi, che si è cercato di far passare anche di recente da noi, che per aumentare la produttività bisognava soprattutto far lavorare di più gli operai, magari senza aumentare i salari.
Una conclusione comunque, quella del Niers, molto istruttiva.
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