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La fine del capitalismo di relazione e il progetto europeo del Capital Market Union. Intervento di Domenico Moro
Recentemente, il presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, in un suo discorso alla Borsa di Milano ha affermato: <<il capitalismo di relazione è morto: è un sistema che in Italia ha prodotto effetti negativi ed è arrivata ora di mettervi la parola fine>>. Le parole di Renzi sono una ulteriore dimostrazione che la sua rapida ascesa non è stata casuale, ma determinata dalle dinamiche del potere economico in Italia, di cui appare espressione coerente sul piano politico. Ma che cosa è il “capitalismo di relazione”? Il capitalismo di relazione è la modalità attraverso cui i maggiori gruppi industriali, a partire dalla Fiat e dalla Pirelli, e i maggiori istituti bancari e assicurativi, a partire dalle Assicurazioni generali, sono stati legati tra di loro e con esponenti del capitalismo d’oltralpe per alcuni decenni.

Al centro di questo sistema si è situata Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia, deceduto nel 2000 e considerato da molti l’eminenza grigia del potere economico del nostro Paese. Il modello di controllo si fondava sui “patti di sindacato”, ovvero su accordi attraverso cui poche famiglie del capitalismo italiano si garantivano il controllo delle realtà economiche più importanti con partecipazioni azionarie più o meno ridotte. Non a caso, si attribuisce a Cuccia la frase <<le azioni si pesano, non si contano>>. Un esempio importante di patto di sindacato è stato quello relativo alla casa editrice Rcs, proprietaria del principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera.

A dispetto delle parole di Renzi, il capitalismo di relazione è già in via di dissoluzione e i vecchi patti di sindacato in gran parte si sono sciolti o ridimensionati. Unicredit, Intesa Sanpaolo e Assicurazioni generali si sono progressivamente ritirate dalle loro partecipazioni, focalizzandosi sul core business. Difatti, la struttura economica italiana è in fase avanzata di trasformazione sotto l’influenza di tre fenomeni: la forte internazionalizzazione, l’affermazione dei mercati finanziari e delle borse e la crisi. L’approvvigionamento dei capitali da parte delle imprese avverrà sempre di più mediante la borsa e quindi attraverso i mercati finanziari internazionali. Non a caso, secondo Renzi: <<bisogna aprire il capitale alla Borsa e ai nuovi investitori>>. Ciò vuol dire che le imprese italiane, prevalentemente a controllo familiare e mediamente più piccole delle concorrenti europee, devono quotarsi e far entrare capitale esterno, specie estero, per fare il salto di qualità richiesto dal mercato. Le famiglie e le imprese maggiori questo passaggio l’hanno già fatto, trasformandosi in imprese transnazionali. Ora, si tratta di traghettare verso una maggiore internazionalizzazione anche i settori più arretrati.

Il governo Renzi, per favorire questo processo, promette una serie di riforme normative, che permettano al sistema finanziario italiano di operare <<nelle stesse condizioni degli altri Paesi>>, ad esempio incrementando l’investimento dei fondi pensione e del risparmio degli italiani in borsa. Ma le riforme prevedono anche la creazione di una bad bank che permetta alle banche di liberarsi, a spese della collettività, dei crediti inesigibili, lascito dell’ultima crisi finanziaria. Il rilancio della borsa italiana e del mercato finanziario in Italia è collegato alla gigantesca razionalizzazione in atto a livello europeo dell’accumulazione e della struttura delle imprese, che si concretizza in una intensa attività di fusioni e acquisizioni, tipica una fase di crisi molto profonda.

Le parole di Renzi e i processi in atto nel nostro Paese sono coerenti con quanto sta avvenendo a livello europeo. Il presidente della Commissione Europea, Junker, ha approntato un programma di riforma del governo dell’area euro da sottoporre al Consiglio europeo di giugno. Il punto del programma che dovrebbe essere attuato in tempi più rapidi è la creazione di una Capital Market Union. Si tratta di un mercato unico dei flussi finanziari, che risulterebbe dall’abbattimento delle barriere che bloccano gli investimenti transnazionali all’interno dell’eurozona. Tutto ciò rientra in una fase conclusiva del passaggio da un capitalismo a base prevalentemente nazionale a un capitalismo mondializzato o transnazionale, fortemente integrato soprattutto a livello europeo e euro-statunitense. I processi di integrazione europea sono del tutto funzionali a questa trasformazione che è in atto ormai da molto tempo. Già negli anni ‘70 alcuni economisti e sociologi come Parboni e Arrighi indicavano nel ridimensionamento dello Stato su base nazionale a vantaggio di organismi sovrannazionali la linea seguita dai settori più forti del capitale, a seguito della maggiore interdipendenza delle economie nazionali e dei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali dovuti alla crisi. La linea dei settori più forti è oggi in fase di avanzata attuazione e palesemente vincente su quella, sostenuta dai settori più arretrati ed incentrata sulla difesa delle prerogative dello stato nazionale.

La liberalizzazione e l’integrazione dei mercati finanziari a livello europeo darà ulteriore impulso alla concentrazione del potere economico e della ricchezza in meno mani, contribuendo ad eliminare le imprese e la capacità produttiva in eccesso. Il risparmio delle famiglie italiane verrà canalizzato sempre di più verso la borsa e quindi verso le imprese private che ne saranno avvantaggiate. Le politiche europee di riduzione del debito pubblico e dei tassi d’interesse sui titoli di stato si spiegano anche con l’intenzione di drenare risparmio dal settore pubblico a quello privato, aumentando la capitalizzazione della borsa. Si tratta di una tendenza non nuova, che si mostrò all’epoca delle grandi privatizzazioni tra fine anni ’90 e 2000. Ad ogni modo, i fenomeni di concentrazione e centralizzazione, favoriti dallo sviluppo dei mercati finanziari, non daranno impulso alla produzione nè alla ripresa dell’economia reale, bensì al ristabilimento di migliori condizioni di profittabilità per i grandi gruppi transnazionali. Viceversa, Le economie e gli stati nazionali saranno ancora più dipendenti dai movimenti dei mercati finanziari. Di conseguenza, visto che le condizioni dei lavoratori, a differenza di quelle del capitale, sono intimamente legate alla situazione nazionale, gli effetti sul loro peggioramento sono facilmente immaginabili.

Infine, parlare di farla finita con il capitalismo di relazione, come fa Renzi, è fuorviante se si vuole intendere che le relazioni personali tra i vertici del mondo economico perdono importanza a favore dei meccanismi neutrali e impersonali dei mercati finanziari. Al contrario, l’affermazione dei mercati finanziari internazionali intensifica le relazioni tra i vertici economici, che, però, non avvengono più prevalentemente su di un piano nazionale ma su di un piano soprattutto transnazionale. Nello stesso tempo, si accentuano anche le relazioni del capitale con gli organismi statali non più solo nazionali ma anche sovrannazionali, facendo della politica una sovrastruttura sempre più direttamente espressione delle necessità dell’accumulazione capitalistica. Del resto, la concentrazione del potere economico determina inevitabilmente la sempre maggiore concentrazione del potere politico, di cui l’Italicum è un esempio diretto.
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