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Cassa depositi e prestiti, la volpe nel pollaio. Intervento di Vincenzo Comito
Di recente si è parlato molto della Cassa Depositi e Prestiti per la avvenuta sostituzione del suo gruppo di vertice da parte del governo Renzi. Al posto del precedente presidente, Franco Bassanini, viene nominato Claudio Costamagna, che un passato di venti anni alla Goldman Sachs, la grande banca Usa detta anche “la piovra”: certamente un bel viatico…; al posto del precedente amministratore delegato Giovanni Gorno Temprini arriva Fabio Gallia, attuale amministratore delegato di BNL, braccio italiano della francese BNP-Paribas, reduce quest’ultima da diversi scandali finanziari.
Per far digerire la cosa al riluttante sistema bancario nazionale - alcune fondazioni del settore controllano oggi circa il 18,4% del capitale della CDP-, che esprimeva sino a ieri il presidente, il governo ha concesso alle stesse banche la deducibilità fiscale in un solo anno delle perdite su crediti. Questo scherzetto costerà ai contribuenti qualche miliardo di euro di minori entrate fiscali; si conferma, ancora una volta, che per la finanza i soldi alla fine si trovano sempre.
Ricordiamo a cosa serve la Cassa. Essa gestisce il risparmio postale, che rappresenta la sua più importante fonte di finanziamento. Con tali risorse essa finanzia gli investimenti degli enti pubblici, presta poi soldi per le infrastrutture private, potendo a tal fine anche emettere obbligazioni. Va registrato anche il supporto alle imprese attraverso strumenti di debito e di capitale; questo avviene attraverso strutture dedicate, quali, tra l’altro, il Fondo Strategico Italiano e il Fondo Italiano di Investimenti.
Ma da un certo numero di anni in qua il suo ruolo più importante appare quello della presa di partecipazioni nelle imprese più grandi. Tra l’altro essa oggi possiede il pacchetto di controllo di Eni, Snam, Terna, Fintecna, Sace, Simest, Fincantieri.
Bisogna a questo punto sottolineare come una parte consistente di quello che resta del nostro sistema delle grandi imprese è oggi in rilevante difficoltà e rischia di cadere totalmente in mani straniere. Si pensi al ben noto caso dell’Ilva, impresa oggi di fronte a scelte drammatiche, a quello di Telecom Italia, su cui sembrano ora voler mettere le mani capitali francesi e che è al centro della confusa questione della banda larga, mentre la Finmeccanica, che comunque sta faticosamente risanandosi, manca crudelmente di capitali per affrontare adeguatamente le sfide di mercato che ha davanti.
Di fronte alla totale assenza di interesse da parte del sistema privato italiano, l’unica soluzione ai problemi dei grandi gruppi sembra essere quello di un intervento nel capitale, magari insieme a delle imprese estere, della CDP.

Naturalmente già da tempo si grida scandalizzati e si lanciano anatemi sulla “rinascita dell’Iri”; ma va ricordato che l’ente ebbe una funzione cruciale prima per salvare l’economia nazionale che affondava e poi, nel dopoguerra, per farla decollare e portarla a un livello superiore di sviluppo. D’altro canto, l’unica alternativa oggi all’intervento pubblico è quella di cedere tutto agli stranieri.
Di fronte alla delicatezza del compito intanto uno come Renzi vuole avere a capo della struttura gente nominata da lui. Ma al di là di questo, aumentare l’intervento del capitale pubblico nelle imprese suscita le preoccupazioni politico-ideologiche di Bruxelles e “tecniche” dell’Eurostat; tra l’altro, la raccolta postale e gli impieghi della Cassa sono tenuti fuori dal conteggio del debito pubblico italiano se e in quanto la stessa non fa interventi in aziende in perdita. Pende quindi la minaccia di scaricare gli interventi della Cassa nel mare magnum del debito pubblico. D’altro canto, anche i mercati finanziari potrebbero essere preoccupati della crescita dell’intervento statale, mentre per converso gli statunitensi non vorrebbero che altre grandi imprese cadano in mano cinese. Ecco allora la nomina di Costamagna, che, come uno dei figli prediletti del grande capitale internazionale, oltre che neoliberista dichiarato e ammiratore della Thatcher, potrebbe essere una garanzia di “sobrietà”.

Anzi, si potrebbe pensare che egli sarebbe di fatto incaricato di fare in modo che l’intervento pubblico venga contenuto al massimo e che, appena possibile, le imprese vengano di nuovo privatizzate, magari offrendo poi di vendere anche quelle come l’Eni o la Terna e liquidando alla fine tutto l’intervento pubblico. Naturalmente con l’intermediazione tecnica della Goldman Sachs e di altre istituzioni simili. E’ quasi come mettere una volpe nel pollaio.
Ovviamente in questo clima appare difficile, se non inutile, parlare della necessaria democratizzazione della Cassa, oggi invece un club privato segreto, con un numero di membri molto ristretto.
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