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"Il mal cinese si chiama capitalismo". Intervento di Domenico Moro
La crisi borsistica della Cina e dei cosiddetti emergenti sta destando grande preoccupazione in Europa e negli Usa. Non si tratta di una crisi puramente finanziaria. Dietro il crollo delle borse c’è il calo maggiore in sei anni e mezzo dell’indice della produzione manifatturiera, il crollo dell’export del -7,3% nei primi sette mesi del 2015 rispetto all’anno scorso, e il drastico rallentamento della crescita del Pil della Cina, ormai la seconda economia del mondo di cui negli ultimi anni è stata la vera locomotiva.

Insomma, quella che si profila non è soltanto una possibile crisi della Cina, del Brasile e degli altri emergenti. Si sta profilando un rallentamento, se non una crisi, della globalizzazione e il rischio che si verifichi un secondo e più devastante secondo tempo della crisi iniziata nel 2007-2008, con lo scoppio della bolla dei mutui, che ebbe come epicentro gli Usa. Gli effetti della crisi dei mutui si estesero a tutto il centro più sviluppato dell’economia mondiale, oltre agli Usa, all’Europa occidentale e al Giappone. A distanza di otto anni non si è ancora verificata alcuna completa “recovery” in questa parte dell’economia mondiale. Nonostante i reiterati Quantitative easing, cioè l’immissione di massicce dosi di liquidità da parte delle banche centrali, nei casi migliori il tasso di crescita del Pil è ancora al di sotto di quello potenziale, e nei casi peggiori (in Italia e nella maggior parte dell’area euro) la crescita è nulla e il Pil reale rimane ancora al di sotto del livello del 2007.

Se l’economia mondiale è cresciuta (poco) in questo periodo, e soprattutto se le multinazionali occidentali hanno potuto garantirsi un saggio di profitto elevato è stato principalmente grazie ai paesi emergenti e in particolare alla Cina. L’economia mondiale tra 2001 e 2007 è cresciuta mediamente per anno del +3,2%, ma le economie sviluppate solo del +2,3%, mentre i paesi emergenti sono cresciuti del +6%, e la Cina del +10,8%. Dopo lo scoppio della crisi dei mutui il contributo alla crescita mondiale degli emergenti e in particolare della Cina è stato ancora maggiore: tra 2008 e 2013 la crescita media annua mondiale è stata del +1,8%, ma quella dei paesi avanzati si è ridotta di un quinto al +0,5%, mentre quella dei paesi in via di sviluppo è stata registrata al +5,1% e quella della Cina al +9%.

La crescita mondiale, almeno negli ultimi 15 anni, si è basata su due pilastri: la speculazione finanziaria, fondata sul denaro a buon mercato e sull’espansione abnorme dell’edilizia, e l’integrazione sempre più forte di Paesi periferici nell’economia mondiale. Nei Paesi avanzati le economie manifestano da decenni una sovraccumulazione di capitale sotto forma di un eccesso di mezzi di produzione cui si accompagna una tendenziale caduta del saggio di profitto, le cui conseguenze si sono manifestate in forma finanziaria e mistificata con la crisi dei mutui. L’eccesso di investimento nei Paesi avanzati è stato risolto con l’esportazione sempre più massiccia di capitali verso i paesi emergenti e soprattutto verso la Cina.

La ragione è semplice: nei paesi periferici il saggio di profitto è più alto, grazie a salari più bassi e a condizioni di accumulazione meno sviluppate. Inoltre, i paesi periferici sono stati lo sbocco necessario alla sovrapproduzione di merci, conseguenza della sovrapproduzione di capitale, e hanno alimentato le tendenze neomercantilistiche di cui la Germania si fa promotrice. Ad esempio, per la Volkswagen da anni il primo mercato non è Germania bensì è proprio la Cina.
Di conseguenza, l’andamento degli investimenti fissi ha avuto un andamento del tutto divergente tra centro e periferia dell’economia mondiale. Tra 2001 e 2007 gli investimenti fissi lordi nei paesi in via di sviluppo sono cresciuti mediamente per anno del +8,6% contro il +2,3% delle economie sviluppate. Ancora più grande il divario registrato successivamente allo scoppio della crisi. Tra 2008 e 2012 i paesi sviluppati hanno visto un decremento annuo degli investimenti fissi lordi del -1,9% mentre i Paesi in via di sviluppo sono aumentati del +7,3%. La quota degli investimenti fissi mondiali localizzati nei paesi emergenti passa dal 22% al 40% tra 2000 e 2012. Una parte consistente di questi investimenti viene dall’estero, da imprese multinazionali e transnazionali occidentali e giapponesi.

Quanto la Cina sia stata centrale per le imprese multinazionali estere e per il mantenimento di un elevato saggio di profitto è dimostrato da dati provenienti dall’istituto di statica cinese (Press release del 29 agosto 2014). Tra gennaio e luglio 2014 le imprese industriali di Stato cinesi hanno realizzato una crescita dei profitti del +6,3%, quelle collettive del +2,3%, mentre le joint stock enterprises hanno realizzato una crescita del +10,6%, le imprese private del +13% e le imprese straniere del +16,1%. In questi anni, l’economia cinese si è integrata fortemente con l’economia mondiale e soprattutto con quella dei paesi avanzati, entrando a far parte delle catene del valore mondiale, cioè inserendosi nelle divisione internazionale del lavoro. In questo modo l’economia cinese si è modificata nella sua struttura diventando sempre più incentrata sulle imprese private. La stesso diverso grado di crescita dei profitti, che denota una diversa velocità di accumulazione dei settori privato e pubblico, rappresenta la base della tendenza alla riduzione dello spazio economico occupato dalle imprese statali e cooperative. Sempre tra gennaio e giugno 2014 i privati e le imprese straniere hanno realizzato 1.900 miliardi di yuan di profitti, le joint stock enterprises 2.214 miliardi, mentre le imprese statali e cooperative solo 900 miliardi.

Probabilmente quella a cui assistiamo oggi è la manifestazione delle inevitabili conseguenze di una sovraccumulazione di capitale che si presenta anche in Cina dopo anni di forti investimenti fissi sostenuti da alti profitti. Ciò non meraviglia, dal momento che la Cina è parte del mercato mondiale e integrata nella divisione internazionale del lavoro e soprattutto dal momento che in Cina l’industria privata e quella a base straniera hanno acquisito una importanza rilevante sull’economia generale. È ancora presto per definire la gravità di quello che sta accadendo e per capire quanto e quanto rapidamente la Cina riuscirà a recuperare.
Sicuramente se prima era eccessivo vedere la Cina come nuovo leader economico mondiale scevro da fragilità e contraddizioni, oggi non bisogna cadere nell’eccesso opposto di considerarla come ormai esaurita. Rimane il fatto che l’integrazione con il mercato mondiale e con le economie capitalistiche espongono qualsiasi Paese quantomeno a contraccolpi e a squilibri che sono tipici e immanenti alla natura stessa dell’economia capitalistica. Questo vale anche per la Cina che, a dispetto delle dimensioni, presenta forti fragilità e squilibri interni tra città e campagna e a livello demografico.

In ogni caso anche il solo rallentamento della Cina mette in difficoltà il modo di produzione capitalistico mondiale e il suo centro, per il quale la Cina e, in misura minore il resto degli emergenti, aveva rappresentato una valvola di sfogo importante non solo per le esportazioni di capitale e di merci ma anche per la possibilità di avere beni di consumo a basso prezzo e così mantenere stabili o ridurre i salari dei lavoratori salariati nei paesi avanzati. Nel caso in cui il rallentamento dell’economia reale della Cina e degli altri emergenti fosse confermato o, a maggior ragione, se si aggravasse a fronte di un’area euro in evidenti difficoltà e agli Usa, che vanno avanti a furia di Quantitive easing, l’economia mondiale e quella dei paesi avanzati potrebbe andare incontro ad una nuova recessione. Non è un caso che il crollo della borsa di Shangai si sia immediatamente ripercosso sulle borse di tutto il mondo avanzato. Il vero problema non è la Cina, ma un modo di produzione capitalistico che non riesce più ad andare avanti.

Va rilevato, infine, che, di fronte alla difficoltà cinesi, gli occidentali si stanno rivelando estremamente generosi in consigli, visti i loro successi economici. Anche alla Cina viene raccomandato un Quantitative easing, che del resto il governo sta già attuando, ma soprattutto viene raccomandato di andare avanti nelle “riforme”. Le riforme di struttura, come in Europa e in Grecia, anche in Cina assurgono al ruolo di formula magica in grado di risolvere ogni problema. Quindi, come suggerisce Napoletano, il direttore del Sole24ore, il governo cinese deve liberarsi definitivamente delle tendenze programmatorie e proseguire massicciamente con le privatizzazioni e con le liberalizzazioni. Il punto invece è esattamente l’opposto. La Cina, col comprensibile obiettivo di sviluppare le forze produttive e uscire dal sottosviluppo, si è aperta al mercato mondiale e agli investimenti esteri e privati.

Tale “apertura”, accanto a evidenti vantaggi sta però mostrando alla lunga l’altra faccia della medaglia, rappresentata da uno sviluppo squilibrato che rischia di essere senza controllo. La quasi concomitanza dei due eventi è un caso, ma è comunque significativo delle problematiche connesse con questo tipo di sviluppo il pressoché contemporaneo verificarsi del disastro di Tianjin e del crollo borsistico cinese. La Cina ha bisogno non di più capitalismo, ma, semmai di più socialismo.
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