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"Se l'Italia esce dall'élite dei Paesi industrializzati". Intervento di Roberto Romano
La recente notizia del Center for Economics Business and Research (Gran Bretagna) che l’Italia uscirà dall’élite dei Paesi industrializzati (G8) non è una sorpresa. Le previsioni a lungo termine (2030-2050) non sono mai da prendere troppo sul serio, troppe le variabili che possono condizionare il corso dello sviluppo, ma la storia recente del Paese e le politiche economiche adottate negli ultimi 15 anni hanno eroso quel che di buono era stato fatto negli anni dello sviluppo economico. I paesi che hanno un minimo di politica economica e programmazione continueranno la crescita – Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Gran Bretagna, Germania, ecc. -, gli altri rallenteranno – Italia e Francia - e, aspetto ben più pericoloso, perderanno il sapere e il saper fare necessario per governare lo sviluppo. Inoltre, a proposito di programmazione, l'afflusso dei migranti aiuterà la Germania a mantenere la sua forza nel consesso internazionale.
Altra news: Codacons denuncia la crescita di tariffe e prezzi indotta dai provvedimenti del governo per 551 euro a famiglia. È un problema? Lo diventa solo se i salari non crescono della stessa misura. Tutte le associazioni dei consumatori guardano al dito che indica la luna, ma sono oscurati dalla matrice interpretativa neoclassica dei fenomeni economici e, quindi, non possono aiutare a trovare una soluzione dei problemi. Vedono solo le politiche dal lato dell’offerta: prezzo e quantità marginale. Un altro problema culturale che si aggiunge a quelli che dobbiamo affrontare quotidianamente.
Il Paese non si fa mancare proprio nulla: “non solo abbiamo confermato il taglio dell'Irap e la copertura degli 80 euro, ma abbiamo anche eliminato le tasse sulla prima casa, le tasse agricole e gli 80 euro sono anche per tutte le forze dell'ordine. L'economia torna su, le tasse vanno giù". Non c’è bisogno di presentare l’autore di certe affermazioni. Mentre scivoliamo ai margini dei paesi che contano, raccontiamo al paese che stiamo risalendo. Questioni di punti di vista? Se lo fosse sarebbe drammatico perché non ci sarebbe speranza. Meglio l’interesse personale, l’inettitudine o la malafede.
L’Italia è ai margini dei paesi che contano da molto tempo; sono almeno 15 anni che non riusciamo ad avvicinare i Paesi europei per crescita economica, produzione e intensità tecnologica degli investimenti, con dei tassi di occupazione che dovrebbero far arrossire tutte le persone perbene. Non si tratta di problemi strutturali, piuttosto una questione di struttura che nessun politico ha voluto affrontare per inettitudine, comodità e brama di potere. Lo slogan “meno tasse - più sviluppo” ha distrutto la politica economica, fiscale e compromesso lo stato sociale, senza considerare gli effetti sulla crescita economica. Occuparsi di struttura produttiva è poco fashion. Il mercato se la sbrighi da solo. La recente storia economica del paese è brutta, ma proprio brutta. Altro che l’ingegno made in Italy. Proviamo solo a mettere in fila i dati più importanti tra il 1990 e il 2014: minore crescita del PIL rispetto all’area euro per 17 punti percentuali, che diventano 23 punti nei confronti della Germania. Inoltre, la fetta più importante di minore crescita, meno 10 punti, è concentrata proprio tra il 2007-14. Nel bene e nel male tutti i governi nazionali hanno fatto peggio di quelli europei. Tutta colpa del fiscal compact? Per un pezzo indiscutibilmente, ma quello che ci separa dagli altri Paesi europei è solo colpa nostra e, prima o poi, dobbiamo discutere di questo.
Pensiamo alla ricerca e sviluppo. Il più delle volte utilizziamo il rapporto spesa in ricerca e sviluppo/PIL. E’ un indicatore che condanna il paese all’impoverimento progressivo con il suo misero 1,1%, ma c’è di peggio. Tutti i Paesi hanno rafforzato e aumentato la spesa in ricerca e sviluppo tra il 1990 e il 2014: Germania più 10%, Spagna più 50%, UE più 13%. Il governo può dire tutto quello che vuole su cultura e ricerca, ma una crescita del 5% della spesa in R&S è fisiologicamente inutile per competere con gli altri paesi, soprattutto quando è proprio la spesa in R&S delle imprese a essere distantissima da quella delle imprese europee. Non è colpa loro. Alla fine producono, scarpe, maglioni, cucine, meccanica povera e assemblano beni e servizi provenienti dall’estero. Un sistema produttivo povero, con un valore aggiunto per addetto pari a un terzo di quello medio delle imprese tedesche. Gli investimenti delle imprese italiane spesso si traducono in importazioni, cioè una riduzione di reddito e lavoro, ma almeno potrebbero migliorare la situazione delle produzioni “povere”. Nemmeno questo sono riusciti a fare governo e imprese. Mentre gli investimenti in macchinari sono cresciuti di oltre il 50% nei paesi europei tra il 1990 e il 2014, con l’avvertenza che sono positivi nella misura in cui sono realizzati nel luogo d’origine, l’Italia segna un modesto 12%, con una intensità tecnologica degli stessi identica a quella del 1987. Il mondo è cambiato, il paese no. Per questo siamo già usciti dai paesi che contano e, purtroppo, stiamo uscendo anche dai paesi che meritano almeno di essere ascoltati. Il cellulare del governo italiano forse lo conosce solo il presidente del consiglio.
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