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"Crisi di idee e struttura. Vigilia di un nuovo tonfo economico". Intervento di Roberto Romano
Siamo all’inizio di un altro 2008? La domanda comincia a circolare in più di un ambiente. Fa specie, in particolare, l’ottusità di molti governi circa l’uscita dalla crisi. Per rimanere in Italia e in Europa, lo scontro tra Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio Matteo Renzi è lo specchio fedele dell’ipocrisia della classe politica (dirigente) europea. Anche in Francia le cose non vanno meglio; si sta consumando, nei fatti, un divorzio economico-politico tra Germania e Francia nel silenzio più assordante, con degli effetti macroeconomici e politici per tutta l’Europa. Ma forse c’è qualcosa di non detto e indicibile nell’andamento erratico delle borse, nel prezzo indecentemente basso del petrolio, nella così detta competitività - vuol dire solo impoverimento degli altri paesi e, se serve, della classe media -. Qualcuno avanza il sospetto che siamo realmente davanti ad un altro tonfo dell’economia internazionale, e questa volta sarebbe molto più rumoroso perché nel frattempo abbiamo perso tempo e buttato via risorse pubbliche e private per soluzioni “stupide”. Nuriel Roubini – economista mainstrem - vede “inquietanti parallelismi, il detonatore può essere la catena di fallimenti delle società energetiche USA esposte sul petrolio”, a cui dovrebbe aggiungersi la fallimentare politica economica europea che fa proprio di tutto per farsi del male e fare del male all’economia internazionale. I prezzi delle commodities crollano, il reddito e la ricchezza si polarizza, il sistema creditizio è in sofferenza, nel mentre le politiche monetarie delle banche centrali proprio non funzionano. Al netto della caduta dei prezzi delle materie prime, più o meno è lo stesso scenario del 2008. Qualcosa potrebbe accadere, ma nessuno si assume una qualche responsabilità. L’integrazione del sistema economico e finanziario impone delle politiche coordinate, ma l’unico tratto comune delle politiche degli stati è la teoria economica di riferimento sottesa. Vedremo come andrà a finire, ma la disputa tra Renzi e la Commissione Europea, nel suo piccolo, è paradigmatica dell’inettitudine di tutti i soggetti. Da un lato la Commissione critica le flessibilità di bilancio del governo Renzi, pari a quasi un punto di PIL, dall’altro il governo nazionale rivendica la coerenza delle politiche economiche adottate. L’ottusità della Commissione è colpevole, ma la politica del governo nazionale non è meno colpevole. Sono profondamente convinto della necessità di aumentare il deficit per sostenere la domanda, ma il deficit italiano non ha nulla a che vedere con il deficit spending; lo chiamerei deficit regalo. Non basta spendere di più di quello che si incassa dalle tasse. Occorre che la spesa aggiuntiva sia realmente efficace e produca un vantaggio in termini di lavoro stabile e ad alto valore aggiunto. In realtà, il governo non ha fatto proprio niente per l’economia. Se le risorse fossero state utilizzate per investimenti reali potremmo raccontare un'altra storia, ma il deficit senza politica economica non ha senso e fa solo danni. Inoltre, le flessibilità europee sono state utilizzate per non aumentare le tasse legate alle clausole di salvaguardia, che nel frattempo sono aumentate, con un conto salato da saldare nel 2017. Per questo non escluderei elezioni anticipate. La politica italiana e la crisi economica necessita di un ruolo pubblico adeguato, ma non possiamo ri-utilizzare il deficit come politica economica. Più precisamente il deficit non è politica economica. E’ uno strumento prezioso nella misura in cui cambia la struttura del paese e sposta potere. Chi si ricorda le riforme di struttura discusse da Sylos e Lombardi? Altri tempi, ma all’Italia non serve un deficit qualsiasi, serve un deficit buono. Ricordando Napoleoni, l’intervento di risanamento del bilancio pubblico ha senso, da sinistra, solo dentro un’operazione più complessiva, che non solo agisca sulla distribuzione del reddito a favore del lavoro (non disdegnando il conflitto, anzi praticandolo come «vincolo interno»), ma che intervenga anche sulle determinanti strutturali dell’economia e della società. Una politica che riduca la dipendenza dall’estero, che investa in infrastrutture, che governi il mutamento tecnologico in maniera da indirizzare l’aumento di produttività verso un aumento della quota del nuovo valore che va al lavoro, di un minor tempo di lavoro nella sfera della produzione, di una più equilibrata ripartizione del lavoro di riproduzione, (Bellofiore e Pennacchi). È buon senso, ma di questi tempi assomiglia molto a un diamante.
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