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"Due crisi, due risposte". Intervento di Roberto Romano
Sebbene l’OCSE abbia ricordato a tutti quanti che le stime di crescita per il 2016 siano più basse di quelle indicate nei documenti governativi, l’Italia compresa, l’ultimo report non ripropone le vecchie tesi mainstream. Qualcosa rimarrà per sempre delle politiche liberiste, ma sostenere che le attuali politiche generano un equilibrio di bassa crescita caratterizzata da bassa domanda, bassi investimenti, bassa inflazione, esiti insoddisfacenti sul mercato del lavoro e debole crescita della produttività, non è proprio la riproposizione delle vecchie politiche. Equilibrio e stabilità, moloch liberista, diventano vincoli e alimentano la stagnazione secolare. L’Ocse prefigura un cambio di paradigma, e prende atto che le politiche monetarie hanno fatto fin troppo. Per la prima volta si ricorda che “politiche monetarie espansive e politiche fiscali restrittive” non si combinano molto bene assieme, e promuove la ripresa degli investimenti privati e la crescita dei salari. Forse le istituzioni del capitale cominciano a lavorare per adeguarsi allo sviluppo di un nuovo paradigma. L’OCSE, inoltre, sostiene che le spese in investimenti (pubblici) hanno un moltiplicatore elevato, e il loro effetto è di gran lunga superiore alle politiche di austerità. Ovviamente l’organizzazione non è diventata keynesiana, così come non è vicina alle tesi di Minsky, ma assegnare agli investimenti infrastrutturali il compito di sostenere la crescita futura, compensando la caduta degli investimenti degli ultimi anni, è un passaggio più unico che raro. L’aspetto innovativo e programmatico, un oggetto un po’ oscuro per la sinistra, è il segno degli investimenti sollecitati: investimenti che siano davvero alla frontiera tecnologica; solo questi consentono la sostenibilità della crescita. Quanti imprenditori privati sarebbero capaci di affrontare questa sfida? Il pubblico è solo messo un po’ meglio dei privati, ma il governo Renzi sta lavorando per allineare il pubblico al livello (basso) dei privati.
Qualcosa si muove. Passo dopo passo si affacciano ricerche e proposte coerenti con la crisi di struttura che attraversa il capitalismo. L’Europa, invece, assomiglia sempre di più ad una metafora di Bertolt Brecht: chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente. Prefigurare un tetto alla quantità di titoli pubblici che le singole banche possono detenere, il debito italiano nel portafoglio è più o meno nella media europea, legandolo alla rischiosità del debito pubblico, è un assurdo economico. Se passasse questa impostazione, lo scandalo della Lehman Brothers sarebbe paragonabile al rossore sulle guance di un ragazzino che dice una piccola bugia. L’Europa vuol far credere che i titoli privati sono più sicuri di quelli pubblici? La manina della Germania è evidente. La sua ossessione per il debito pubblico sta diventando l’incubo dell’economia internazionale. Il problema non è chi ripaga il debito pubblico. Il debito pubblico di tutti i paesi è sempre aumentato, ed è un bene. Possiamo discutere del come impieghiamo il denaro, ma il tema non può diventare chi ripaga il debito pubblico. Il debito dello Stato non è il debito di una famiglie!
L’Europa è colpevole della recessione europea, ma quella italiana non è attribuibile alla crisi internazionale. La subisce come tutti gli altri paesi, ma qualcosa di più profondo e mai affrontato si nasconde dietro la facili soluzioni come quella di uscire dall’euro o cose del genere. L’architettura europea è nata male ed è cresciuta peggio, ma l’Italia ha problemi di struttura che non possono essere imputati all’Europa. Se l’Italia ha cumulato una minore crescita del PIL di oltre 12 punti rispetto alla media europea, qualcosa non funziona nella struttura economica. La perdita del 25% di capacità produttiva dall’inizio della crisi non era e non è risolvibile con una ritrovata sovranità. Sono abbastanza vecchio per ricordare le denunce -da sinistra- al sistema produttivo italiano che sopravviveva solo con ricorrenti svalutazioni “competitive”. Possiamo almeno prendere atto che la metà della perdita di capacità produttiva è figlia della specializzazione produttiva? Questa produzione sarebbe comunque scomparsa, con o senza l’euro. Questa produzione era fuori mercato da tempo: non produce beni e servizi che la domanda reclama.
Teoricamente l’OCSE offre un cuscinetto per abbozzare delle politiche migliori, ma l’aspetto insopportabile è credere che la crisi italiana sia figlia della crisi internazionale e più in particolare di quella europea. La sinistra dovrebbe ripartire dalle riforme di struttura, cioè riforme che cambiano segno alla produzione. Se non lo fa la sinistra, chi potrebbe intraprendere questo viaggio?
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