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"Pil, le riforme strutturali come acqua fresca. Lo dice l'Europa!". Intervento di Roberto Romano
La Commissione Europea con le previsioni invernali inizia ufficialmente il semestre europeo, e declina il programma di lavoro per il 2016. Come un orologio svizzero le stime di crescita si riducono: l’Italia passa da 1,5% a 1,4% per il 2016, e il deficit sale da 2,3% a 2,5%. Le così dette riforme strutturali inciampano non appena la statistica si misura con l’economia reale. Quest’anno le previsioni sono molto più importanti degli altri anni per l’Italia. Sui conti pubblici pesano 15 mld di clausole si salvaguardia per il 2017 e 20 mld per il 2018 - amento di accise e IVA e/o tagli di spesa equivalenti -. Il governo millanta la riduzione delle tasse; in realtà ha già utilizzato le flessibilità per evitare un secco aumento delle tasse a partire dal 2016.
Per quanto riguarda il programma di lavoro della Commissione Europea possiamo riassumerlo con: ottimizzazione delle risorse e rafforzamento delle politiche di coordinamento economico europeo. Sembra il piano di un amministratore di condominio in cui il dare e l’avere è legato alla disponibilità dei condomini a pagare le rate. Sostanzialmente la “politica europea” evita la domanda che tutte le persone perbene si fanno: le condizioni pre-crisi, in termini di crescita di PIL, occupazione e ben-essere, saranno mai ripristinate?

La disoccupazione è passata da 11 mln del 2007, a quasi 17 mln nel 2015. Uno studio recente della BCE - R. Anderton ed altri – spiega che l’occupazione europea è sempre più condizionata dai consumi interni e molto meno dal commercio estero, ma la strategia europea rimane sempre quella: rafforzare la competitività internazionale per creare lavoro. L’Europa è l’unica area economica mondiale in cui la politica economica e l’economia pubblica sono considerati un vincolo e non una opportunità. Tutte le proposte della Commissione Europea sono supply side, mentre la domanda rimane solo un problema di mercato. Il fondo FEIS (Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici) non è solo insufficiente, ma sostanzialmente inaccessibile dati i vincoli burocratici.

Minsky reclamava più lavoro e meno sussidi. Servirebbero delle politiche rooseveltiane; l’agente pubblico gioca un ruolo fondamentale, ma il dominio culturale dell’austerity ha contratto le risorse del bilancio europeo e inventato vincoli ancor più stringenti per i bilanci pubblici degli stati. Quest’ultimo è diventato ancor più stringente se consideriamo che i fattori di produzione disponibili sono proprio quelli “disponibili”. In altri termini, i fattori produttivi distrutti dalla crisi sono dimenticati dal calcolo del PIL potenziale. PIL potenziale e PIL reale coincidono, limitando l’agibilità del bilancio pubblico. Una recente ricerca ha mostrato come l’impianto della Commissione sia più restrittivo di quello utilizzato dall’OCSE, che non è proprio una istituzione di stampo keynesiano.

Il programma di lavoro europeo per il 2016 punta al rafforzamento del così detto semestre europeo. Le flessibilità di bilancio -riforme strutturali, investimenti e migranti- sono una tantum e sensibili all’inflazione attesa. Se pensiamo che l’Europa è in piena deflazione, un dramma per tutto il sistema economico, c’è qualcosa che non funziona nella “testa della Commissione”. Qualcuno sostiene che la deflazione produce un effetto ricchezza (Pigou) - Confindustria è riuscita a chiedere la retrocessione degli aumenti contrattuali in ragione della caduta dei prezzi-. Solo la BCE tenta di fare qualcosa (QE), ma deflazione e speculazione non possono essere affrontate solo con la politica monetaria, che tra l’altro non raggiunge i soggetti più deboli. Il QE ha rallentato lo spread, ma la politica monetaria non potrà mai sostituire la politica economica. Infatti, le politiche de-regolative pubbliche hanno polarizzato il reddito nel mercato come non mai. Le imposte progressive fanno quello che possono, ma solo con un nuovo assetto normativo e regolativo possiamo ristabilire l’equilibrio nella coppia capitale-lavoro.
L’Europa è passata dalla visione di De Gasperi e Spinelli, al piano Delors, per cadere negli inferi con Juncker. Siamo passati dal sogno europeo all’incubo europeo.
Possiamo tentare di cambiare il motore della macchina senza fermarla?
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