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Crisi, Martini (Cgil): "Senza una politica economica e occupazionale corriamo il rischio di una nuova involuzione"
I dati sull’economia italiana parlano insistentemente di una crescita che rallenta, benché fosse già inferiore a quella di altri paesi europei. Ma, nell'ultimo periodo, a frenare è stata anche la fiducia delle imprese e delle famiglie rispetto al presente e al futuro. “È del tutto evidente che corriamo il rischio di una nuova involuzione della tendenza economica. Dopo un decennio di crisi e di fronte ai primi segnali di ripresa, bisognava decidere che tipo di Paese vogliamo ed elaborare un progetto di sviluppo, individuando investimenti pubblici e privati. Ma tutto questo non è stato fatto”, dice Franco Martini, della segreteria nazionale della Cgil.

“Dal 4 marzo (giorno delle ultime elezioni politiche, ndr) questo tema non è stato più affrontato – ha continuato Martini –, perché sviluppo e occupazione non si possono creare a colpi di decreti legge, né tantomeno con trucchi contabili. Se l'unica dichiarazione di politica industriale che abbiamo ascoltato finora dall’esecutivo è stata l'ipotetica chiusura del più grosso impianto siderurgico del Paese, quello di Taranto, vuol dire che al governo manca una politica industriale, una politica degli investimenti”. È quindi ovvio che le imprese “avvertano che il governo è disinteressato” e diventa quindi necessario che le parti sociali “convergano per dare una scossa al governo e alla politica su questi temi”. Serve qualcosa che Martini definisce come “un fronte comune”, pur con “ruoli distinti”, che permetta di “convergere nell'obiettivo dello sviluppo del lavoro”.

L’interesse al confronto con le parti sociali dell’esecutivo Conte e del ministro del Lavoro Di Maio, però, secondo il segretario confederale della Cgil è “ancora di puro stampo elettorale”, perché le forze politiche che compongono il governo vivono “una campagna elettorale permanente”. Finora Martini ha ascoltato da Salvini e Di Maio “discorsi accattivanti, tendenti a costruire un consenso con alcune categorie”. Per questo il sindacato “deve produrre un rapporto più stretto con le altre parti sociali”. Sforzandosi in un dialogo difficile, “anche perché troppo spesso prevale l'istinto di categoria”. Perché produrre su questi temi un fronte comune sarebbe la scelta più giusta, mentre altre strategie sarebbero “di breve respiro e di piccolo cabotaggio”. “Abbiamo bisogno di parlare delle strategie generali dello sviluppo del Paese, tutti insieme”, ha affermato ancora Martini.

Un lavoro lungo e complesso, quindi, da affrontare all’interno di un mercato del lavoro “destrutturato, e con una netta prevalenza dei contratti di breve durata”. La causa di questa situazione sta anche nella mancanza “del senso della prospettiva e del futuro lavorativo e produttivo”. “L'occupazione, però – conclude il segretario nazionale della Cgil –, aumenta solo se aumenta la produzione di ricchezza. Il decreto dignità contiene alcune risposte che per certi versi vanno nella direzione di un contenimento della liberalizzazione, ad esempio sulla tipologia dei contratti a termine. Ma se questo avviene fuori da un progetto complessivo finalizzato al rilancio dell'economia, le imprese lo vivrebbero esclusivamente come un aggravio di costi e quindi rischieremmo di rendere ancora più brevi i contratti”. In realtà, l'obiettivo deve essere “non produrre degli interventi spot”, ma ricostruire “un mercato del lavoro che abbia basi solide di sviluppo e diritto. Proprio quello che ci prefissiamo con la Carta dei diritti universali del lavoro”.
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