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"Tra speculazione finanziaria ed emergenza climatica ecco perché non basta dare una mano di verde sperando di cavarsela". Il Domenicale di Controlacrisi a cura di Federico Giusti
Negli Usa la speculazione finanziaria non conosce limiti, i finanziamenti alle società fortemente indebitate e a rischio di insolvenza riproducono le medesime dinamiche dell'anno 2008, quando i mutui subprime accelerarono la crisi economica. Parliamo dei cosiddetti prestiti “a leva” accordati a società che presentano un quadro critico con forte indebitamento che sconsiglierebbe ulteriori accrediti. Questi prestiti poi vengono immessi sul mercato finanziario alla stregua dei bond determinando processi speculativi.
I mutui subprime di dieci anni fa si trasformano nei leveraged loans? Ad essere preoccupati non siamo solo noi ma anche le autorità preposte al controllo delle Banche, consapevoli che il tasso zero delle banche centrali spinge a cercare margini di profitto, e di speculazione, altrove. E questi processi non garantiscono agli investitori alcuna protezione, il rischio di ritrovarsi in una crisi finanzaria con risparmiatori in ginocchio e indebitati è tutt'altro che remota.

Le banche hanno enormi quantità di leveraged loans, i debiti ad alto rischio rappresentano una minaccia costante per la tenuta del sistema finanziario ma piu' in generale per il sistema capitalistico, eppure sono indispensabili per guadagnare spazi di accumulazione necessari alla tenuta del sistema.
Infatti, sempre negli Stati Uniti, la metà dei prestiti leveraged ci riconduce a processi complessi come le ristrutturazioni societarie, le banche provano a liberarsi del debito ad alto rischio trasferendolo ai fondi pensione il cui eventuale tracollo getterebbe sul lastrico anche i lavoratori, i loro risparmi e le stesse pensioni.
Mentre il capitalismo speculativo e finanziario cerca nuovi spazi di profitto, la emergenza climatica sta diventando sempre piu' rilevante.
Sono quasi 50 anni che gli studiosi ci mettono in guardia dall'inquinamento, dal surriscaldamento del pianeta, dalla deforestazione selvaggia dell'Amazzonia. Ricerche scientifiche non sono state sufficienti a far desistere governi e stati a intensificare un modello economico basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali o sulle grandi opere che provocano devastazioni, inquinamenti e danni irriversibili oltre ad essere causa di malattie e morti.
La mobilitazione giovanile e studentesca del 27 Settembre ha raggiunto dimensioni significative, il movimento sindacale solo ora sta comprendendo la necessità di collegare le rivendicazioni sociali e salariali a un ambiente sano e a un diverso modello di sviluppo.

Il cosiddetto capitalismo sviluppista, la finanziarizzazione dell'economia, la forsennata ricerca della massimizzazione del profitto anche a costo di devastazione e morti rappresenta la prima causa delle 3 crisi: ambientale, economica e sociale.

Non a caso gli interessi di tante multinazionali, la compiacenza dei governanti, in questi mesi, ha distrutto ampie parti della foresta amazzonica, di quella Indonesiana e dell'Africa australe, tuttavia tante altre piccole, ma gravi, devastazioni, sono sotto i nostri occhi come dimostra il caso Ilva o le decine di siti inquinati che da anni avrebbero dovuto essere bonficati e invece sono ancora sotto i nostri occhi a produrre malattie e morti.
Il disastro ambientale è figlio anche di quelle produzioni nocive all'uomo e all'ambiente che nel corso degli anni non sono state arrestate per complicità politica.
L'altra grande questione irrisolta è costituita dalla transizione energetica con il superamento delle fonti fossili che nessuna economia forte ha ancora affrontato seriamente e che invece necessità di un radicale intervento all insegna della decarbonizzazione.

La traformazione della struttura economica, la transizione energetica e il superamento del capitalismo sviluppata in base alle ricerche di economisti di fama mondiale consentirebbe di affrontare radicalmente la crisi climatico-ambientale creando milioni di nuovi posti di lavoro stabili e non precari come quelli degli ultimi anni. Sono le volontà politiche e le resistenze delle grandi lobby ad ostacolare questo processo.

Ma un altro aspetto da non sottovalutare è rappresentato dalla lotta intestina al capitalismo, tra il capitale green e quello legato a un modello di sviluppo tradizionale che non ha investito in nuove tecnologie e approfitta della crisi ambientale per guadagnare posizioni. Il capitalismo ecologista e dal volto umano lo ritroviamo nella veste di mecenate e benefattore ma è pur sempre figlio di quel modello di sviluppo, basato sul profitto e sulla speculazione, che ha causato l'emergenza climatica degli ultimi anni.

Sarà quindi bene non dimenticarlo e scendere in piazza con la consapevolezza che dei cambiamenti saranno necessari ma sempre e comunque cambiamenti sistemici.

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