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"Cooperative, diritti e lavoro: ancora possibile?". Intervento di Federico Giusti
In numerose cooperative si applicano contratti ancora piu' sfavorevoli di quelli canonici, il multiservizi e il ccnl cooperative sociali, risultato di una prassi sindacale che ha portato alcune sigle a costruire contratti nazionali su misura delle aziende
Oggi da piu' parti si scrive che al personale delle cooperative deve essere corrisposto un salario equo, perfino la Cassazione, in una recente sentenza, stabilisce il rispetto dei minimi previsti dai ccnl di settore e categoria.
Il problema resta quello di avere dei contratti nazionali, anche quelli sottoscritti dalle organizzazioni sindacali cosiddette rappresentative, costruiti per abbassare il costo della manodopera e continuare a far riferimento agli stessi non consente di cogliere la emergenza retributiva riguardante innumerevoli lavoratori e lavoratrici.
Per questa ragione, in numerosi settori, ci siamo affidati alla contrattazione di secondo livello nel tentativo di strappare condizioni economiche migliori, accordi capaci di incrementare salari fin troppo bassi ma assolutamente "legali". Immaginiamoci allora cosa potrà accadere laddove non si applicano neppure questi ccnl.
In numerose situazioni, il socio lavoratore subisce trattamenti peggiorativi del collega non socio e, in caso di crisi aziendale, rinuncia a parte del salario come misura di solidarietà con la cooperativa.
In altre cooperative ancora si adottano degli statuti che stridono con il diritto del lavoro.
Da una recente sentenza di Cassazione (n.4951\2019) di evince che le società cooperative debbano corrispondere al socio lavoratore trattamento economico non inferiore ai minimi previsti dal Ccnl di settore o di categoria. Resta il fatto che le cooperative e aziende sono libere di applicare il contratto nazionale desiderato mentre sarebbe logico, e auspicabile, prevedere l'applicazione del contratto piu' favorevole per quanti operano in un determinato settore e senza distinzione tra diritto pubblico o privato. Ad uguale lavoro, si diceva un tempo, sia corrisposto uguale salario, stesso ragionamento per la durata dell'orario settimanale. Ma il diritto del lavoro e il legislatore è sordo a questa storica rivendicazione e nella proliferazione dei contratti si consumano anche gli appalti al ribasso.
La querelle non puo' ridursi solo alla applicazione di un contratto nazionale sottoscritto dai sindacati rappresentativi in antitesi ai troppi contratti "pirata " oggi esistenti, soprattutto se pensiamo che molti contratti applicati e sottoscritti dai rappresentativi sono già al ribasso e pensati proprio per favorire appalti, esternalizzazioni e privatizzazioni.

Il ragionamento da fare è quindi altro. andiamo per punti
il committente, specie quello pubblico, non preveda appalti al ribasso piu' o meno mascherati, si calcoli sempre il costo della manodopera con qualche maggiorazione senza limitarsi a generiche clausole sociali aggirabili da mutamenti organizzativi dell'appalto stesso
costruire una campagna per prevedere ad uguale lavoro uguale salario facendo riferimento ai contratti piu' favorevoli siano pubblici o privati.
rispettare nella sostanza e non solo nella forma l'articolo 36 della Costituzione che prevede una retribuzione sufficiente e proporzionata al lavoro prestato.
Combattere il dumping salariale senza limitarsi al rispetto del trattamento retributivo minimo che da solo non basta a salvaguardare i salari
cancellare gli statuti di cooperative in contrasto con i principi del diritto del lavoro
non prevedere trattamenti differenziati tra soci e lavoratori delle cooperative

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