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"Nessuna resurrezione interesserà il Sud. Aumenta il divario con il Nord". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Il divario tra Nord e Sud aumenta, proviamo a dirlo nel giorno in cui i Cristiani festeggiano la Resurrezione, uno dei tanti giorni nei quali il Meridione d'Italia vive la sua condizione di arretratezza e miseria.
Il Sud è anche la patria delle sperequazioni economiche, delle differenze sociali e retributive tra la borghesia e i settori popolari, una inchiesta su questa area geografica del paese permetterebbe di analizzare i cambiamenti intervenuti negli ultimi 40 anni, cambiamenti marcati anche tra le stesse Regioni.
Tra luoghi comuni o presunte verità manca da troppo tempo una vera e propria inchiesta sul campo utile a cogliere da vicino il fallimento della scommessa industriale di 60 anni oa fotografare le filiere del lavoro nero attorno all'agricoltura oppure la vocazione turistica, enogastronomica di alcune province in antitesi alla depressione di altre.
Resurrezione del Sud? Manco l'ombra si intravede, anzi il divario va crescendo e sarà acuito dall'autonomia differenziata che marginalizzerà a sua volta anche alcune aree del centro Nord, magari quelle estranee alle filiere della logistica e alle grandi opere infrastrutturali lungo le quali scorreranno fiumi di merci, di denaro e di forza lavoro sfruttata.
Una recente inchiesta ha fotografato lo stato di salute degli enti locali, di Regioni, Province e Comuni e anche in questo ambito il divario regionale è aumentato negli ultimi anni dentro un contesto generalizzato di impoverimento e di sottrazione di risorse; basti pensare che i 20,3 miliardi del 2004 si sono ridotti in 14 anni a solo 9,5 miliardi con ripercussioni solo negative sulle opere pubbliche, sulla manutenzione dei territori, sulla nostra sanità.
I numeri della Ragioneria generale ricordano la centralità dei Comuni ai quali per dieci anni hanno imposto la costante riduzione di spesa e di personale, eppure dai Comuni passa il 70% della spesa destinata agli investimenti fissi della Pa territoriale, una spesa che dopo 15 anni ha ripreso, pur timidamente , a crescere visto il dissesto in cui si trovano le aree di pertinenza dell'Ente locale, risultato, ricordiamolo sempre, anche della Legge Del Rio che ha unito gran parte dell'arco parlamentare.
I Comuni non hanno tuttavia la medesima facoltà di spesa, ad essere penalizzati non sono solo gli Enti locali del Sud ma anche quelli del Centro Italia visto che Roma Capitale assorbe gran parte delle risorse destinate ad investimenti. Per maggiore chiarezza se volessimo confrontare la spesa procapite per abitante alla voce investimenti, il risultato tra una qualsivoglia Provinca del Sud e un'altra del Nord sarebbe sconcertante. Un dato tra tutti: la spesa investimenti per abitante a Milano è di 70 euro, a Taranto di 8, Taranto la città dell'Ilva e della devastazione ambientale tanto per capirci.
Per capire meglio gli effetti di determinate politiche dovremmo allontanarci dai grandi centri puntando direttamente ai piccoli e medi Comuni, ebbene sotto una certa soglia di abitanti i divari tra gli enti locali delle aree geografiche diventano ancora piu' marcate, una sperequazione che nasce dalla economia locale e dalla possibilità di attrarre finanziamenti.
E qualunque sia la chiave di lettura, non si tratta allora solo di sperequazione tra aree geografiche ma anche di criteri di spesa, di indirizzi politici e programmatici spesso assenti, di finanziamenti europei latitanti , degli errori commessi dai Governi con i Patti di stabilità, il blocco di assunzione e i tetti di spesa che hanno acuito le differenze tra Nord e Sud. Gli spazi di spesa aperti dall'ultima Legge di Bilancio sono ancora inadeguati perchè sempre negli enti locali la scelta operata è stata quella di aggirare la necessità di assunzione di personale alle istanze dei primi cittadini, la dotazione organica sacrificata in nome dei piani triennali di fabbisogno che poi permettono a Sindaci e Governatori di bandire concorsi solo per alcune figure professionali (di questi tempi gli uomini in divisa sono ritenuti assai piu' utili di medici, infermiere, educatori e impiegati)

Le risorse da liberare andranno poi in prevalenza al Nord, forse prioritariamente alle Regioni interessate all'autonomia finanziaria . E nel frattempo scopriamo che circa 56 mila medici del servizio sanitario nazionale andranno in pensione da qui a pochi anni ma il numero dei medici laureati nell'Università cresce a ritmi troppo blandi per garantire la copertura del turn over. Di chi è la colpa? Del numero chiuso nelle facoltà di Medicina, del numero chiuso nelle scuole di specializzazione , del numero chiuso in gran parte delle professioni sanitarie. Cosa dovrebbe fare il Governo? Ridurre le tasse universitarie, bandire borse di studio e rimuovere ogni tetto alle iscrizioni, sarebbe un segnale incoraggiante per rimettere al centro delle politiche gli interessi reali della cittadinanza, per esempio la sanità in un paese dove si straparla di sicurezza dimenticando che molte famiglie italiane rinunciando a curarsi e a effettuare prevenzione per mancanza di soldi.
Da qui dovrebbe partire se non proprio la Resurrezione almeno una inversione di tendenza. E buona Pasqua a tutti\e

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