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Germania, l'economia stenta e gli istituti tagliano ancora le previsioni di crescita. Pesa la Brexit e la guerra commerciale con gli Usa
Un tasso di crescita del paese corretto in ribasso allo 0,8 per cento del Pil dall'1,9 per cento stimato a settembre scorso, poi ritoccato ad inizio anno. I cinque principali istituti di ricerca sull'economia tedeschi (Ifo, Iwh, Diw, Ifw e Rwi ) hanno pubblicato oggi il loro rapporto congiunto sull'economia della Germania. E non ci sono buone notizie. I fattori principali del declino dell'economia tedesca sono individuati nel rallentamento della congiuntura globale, nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e nell'incertezza che circonda la Brexit. “La lunga ripresa dell'economia tedesca è finita”, ha dichiarato il vicepresidente dell'Istituto per la ricerca economica di Halle (Iwh), Oliver Holtemoeller, commentando il rapporto. Secondo Holtemoeller, “consideriamo basso il rischio di una recessione prolungata” in Germania", nel 2020 il tasso di crescita del paese dovrebbe essere dell'1,8 per cento. 

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le previsioni di Ifo, Iwh, Diw, Ifw e Rwi sono solo parzialmente positive. “La crescita dell'occupazione continuerà, ma rallenterà”, si legge sul quotidiano tedesco “Handelsblatt”. In particolare, gli occupati dovrebbero aumentare a 45,5 milioni entro il 2020, con un incremento di 700 mila unità rispetto al 2018. Allo stesso tempo, il numero di disoccupati dovrebbe scendere a 2,1 milioni. Il rapporto congiunto redatto da Ifo, Iwh, Diw, IfW e Rwi è utilizzato dal governo federale come base per le proprie previsioni, su cui si fonda la previsione delle imposte.

Con i fondamentali a Berlino la frenata industriale è politicamente più governabile che a Parigi e Roma, anche se dal punto di vista economico ci sarà comunque il rimbalzo della crisi che investe i principali acquirenti della produzione locale.

Rimane, in parallelo, la preoccupazione per le reali dimensioni della recessione già arrivata. Fino a qualche mese fa il governo federale non aveva compreso la vera portata della flessione dell’industria, tantomeno che avrebbe investito anche la Germania. La previsione iniziale della produzione nazionale ad inizio anno corrispondeva a un calo dello 0,3% mentre l’istituto di studi economici CeSifo di Monaco ha dovuto tagliare la previsione della crescita fino all’1,1% del Pil limandolo di ben 0,8 punti. Non sono i numeri della Bundesbank, che ancora ad inizio anno aveva scontato solo mezzo punto fissando la stima al 2%, ma è la prova che lo stop industriale si è acceso anche nel più importante Paese dell’Ue, in prima linea nella guerra commerciale dichiarata dagli Usa (dove Mercedes, Bmw e Vw incassano fatturati da capogiro) come trincerato nella tenuta della moneta unica attaccata su tutti i fronti.

Così, per il rilancio dei grandi konzern industriali in crisi, la Germania guarda alla Cina anche se l’attenzione economica rimane sul Regno Unito nella nuova veste sovranista. A fianco delle mosse per sottrarre a Theresa May la City finanziaria, il governo Merkel osserva con manicale attenzione la crescita del vicino britannico che rimane inchiodata allo 0,2%. Con la manifattura in calo da cinque mesi consecutivi, come non accadeva dai tempi del premier Gordon Brown.

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