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L’economia fa “boom”

Tra fabbriche che chiudono o delocalizzano, Pil stagnante, disoccupazione, debito pubblico e spread altissimi, assenza di investimenti pubblici strategici e politiche economiche e fiscali miopi e dannose, l’economia italiana è sull’orlo del “boom”: cosa fare per evitare il botto.

Ha iniziato un anno fa l’ex ministro Savona: “Il Pil italiano può crescere del 3%”. Poi è arrivato il premier Conte: “Il 2019 sarà un anno bellissimo”. A ruota l’ha seguito il vicepremier Di Maio gridando dal balcone “abbiamo abolito la povertà!”, per poi rincarare la dose: “il 2019 sarà l’anno del boom economico”. Improvvisazione e superficialità al potere.

Il “boom” è arrivato, ma in un senso ben diverso di quello auspicato da Di Maio: la situazione economica rischia infatti di esplodere nei prossimi mesi. Siamo in stagnazione, il Pil non cresce più. Chiudono le fabbriche (la Whirlpool e la Knorr) e all’ex Ilva 1.400 operai sono costretti in cassa integrazione. La disoccupazione giovanile torna a crescere e il debito pubblico è aumentato di 160 miliardi – e altri 50 (previsioni prudenti) nei prossimi due anni. Per non parlare dello spread. E potremmo continuare.

In una congiuntura economica internazionale sfavorevole (guerra dei dazi, rallentamento di Cina e Germania, debolezza dell’Europa, eccetera) e con il possibile scoppio di una nuova bolla finanziaria alle porte, l’Italia rischia di venire travolta. Sarà pure il secondo Paese manifatturiero in Europa e con un grande risparmio privato, ma siamo in una condizione difficilissima: non solo e non tanto per il debito pubblico, ma per l’assenza di investimenti, per la mai recuperata capacità produttiva rispetto al 2008, per il Pil pro capite a livelli inferiori di 10 anni fa.

La Commissione europea (che immacolata non è, a causa delle inaccettabili politiche di austerità) ci chiede il conto, ma non è certo con le spacconate di Salvini e i proclami di Di Maio che si va lontani e si cambiano le politiche in Europa. L’Italia avrebbe dovuto scegliere in questi anni – ma anche in questi mesi – la strada degli investimenti pubblici, del sostegno alla domanda interna, del Green New Deal e di un piano del lavoro degno di questo nome. Ha scelto una strada confusa e sbagliata: quella di un mix di liberismo e populismo che ha messo insieme condoni fiscali e reddito di cittadinanza, deregulation per gli appalti e quota 100, flat tax e aumento delle spese militari.

Si preannuncia – è noto – un autunno molto difficile: 23 miliardi di clausole di salvaguardia, 10 miliardi per far fronte alle richieste europee, 30 miliardi per la flat tax. Missione impossibile. Sbilanciamoci! l’ha detto da tempo: bisogna cambiare rotta. Servono almeno due punti aggiuntivi di Pil per gli investimenti pubblici (piccole opere, sostegno alle nuove produzioni), aumentare consistentemente le retribuzioni (ferme da troppo tempo) dei dipendenti pubblici e privati, fare un piano massiccio di assunzione nella sanità (stanno già mancando migliaia di medici), nell’istruzione, nel welfare. Senza fare altro debito i soldi ci sono: riduciamo del 20% le spese militari, tagliamo i 16 miliardi di sussidi ambientali dannosi, mettiamo una tassa patrimoniale dell’1% sull’ 1% più ricco della popolazione (20 miliardi di entrate), variamo delle decenti “Web tax” e “Tobin tax”.

Si può fare, ma bisogna cambiare radicalmente indirizzo rispetto a quello dell’attuale governo.

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