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"Caro ministro Gualtieri, state cavalcando il falso mito di un sistema tributario che può essere cancellato". Intervento di Roberto Romano
Egregio Ministro Roberto Gualtieri,
l’Europa e il Paese vivono momenti storici. Penso al voto contrario della Commissione Europea sul «Fiscal Compact» del 27 novembre 2018.

Sebbene all’inizio del mandato non potesse fare molto di più dati i vincoli e/o il lascito del precedente governo, Lei aveva incardinato e proposto una riforma fiscale e dello Stato all’altezza della sfida che attende il Paese.

Oggi avrebbe la possibilità di fare qualcosa che si avvicina alla «riforma Cosciani» in materia fiscale, e riconsegnare alla Pubblica Amministrazione il governo dei così detti settori essenziali.

Ricordo a Lei così come a suoi collaboratori che «Next Generation», qualora passasse nell’impianto declinato dal documento tecnico collegato, è puntuale circa i settori necessari e il peso dell’intervento pubblico: «Rafforzare la sua autonomia strategica riducendo l’eccessiva dipendenza dalle importazioni per i beni e i servizi più necessari, come i prodotti medici e i prodotti farmaceutici, i materiali critici e le tecnologie abilitanti fondamentali, il cibo, le infrastrutture digitali strategiche, la sicurezza e altre aree strategiche (ad es. spazio e difesa)»; inoltre, ricordo che «ai fini dell’analisi, si ipotizza che il 93,5% della dimensione totale dello strumento (Next Generation) sia utilizzato a fini di investimento pubblico…».

Conosco le resistenze delle così dette parti sociali e dei «cittadini» sulla riforma fiscale, ma la riforma fiscale è diventata una condizione necessaria.

Qualsiasi miglioramento a margine dell’attuale assetto è benvenuto, ma la crisi Covid reclama il coraggio di Vanoni (Camera dei deputati 21 ottobre 1948): «Noi diciamo che l’imposta è il fondamento primo sul quale si regge l’organizzazione dello Stato moderno, libero e democratico, è l’espressione di quella solidarietà tra individui e le classi sociali. (…) Occorre rovesciare la posizione psicologica di molti dei nostri concittadini nei confronti del fisco e creare un clima nel quale si senta che difendendo la razionale e uguale applicazione dei tributi si difende non una legge dello Stato ma l’essenza stessa dello Stato».


Il sistema tributario è ormai compromesso per colpa degli interessi particolari in primis, tutti rivendicano un trattamento «particolare» per i propri iscritti, svuotando di senso e logica il prelievo fiscale e lo Stato, che poi le forze politiche hanno più o meno assecondato, con effetti sul sistema fiscale e sul servizio pubblico incalcolabili.

Chiedo a Lei come a tutti i suoi collaboratori, cosa sarebbe stata questa società se si ragionasse ancora di «stato minimo», di rispetto assoluto dei diritti proprietari, se non si fossero superati i fallimenti e le imperfezioni del mercato attraverso l’espansione dell’intervento pubblico sul fronte delle entrate e delle spese.

Cosa sarebbe stata la società se non si fosse promossa l’equità di quello che gli economisti chiamano lo «scambio fiscale», garantendo i diritti proprietari e la libertà dal bisogno, oggi potremmo parlare di democrazia liberale.

Quello che dovrebbe emergere è una visione della politica tributaria non più come «gamba zoppa» della politica economica ma come un momento essenziale di questa; o la politica economica è possibile, o diversamente neppure la riforma tributaria è attuabile.

Lei e questo governo non possono fare demagogia con l’abusato «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», perché è falso e financo contro gli interessi della società nel suo insieme.

Ricordo sempre a Lei come ai suoi collaboratori che quando la riforma tributaria fu fatta si partiva zero: anzi da una situazione di disordine e di impreparazione.

Oggi, forse, anche grazie alla crisi Covid, l’ipotesi di una politica tributaria che sia la misura della serietà di conduzione politica economica ha finalmente presa nel Paese. Se così non fosse, sarebbe la fine dello Stato moderno e del diritto positivo.

La necessaria riforma fiscale, che innanzitutto deve riscrivere i presupposti di imposta e deve adeguarsi all’evoluzione del sistema economico, dovrebbe riprendere questo nesso causale: l’imposta è un prelievo operato in virtù del potere sovrano per il conseguimento del bene comune; più precisamente l’imposta per essere lecita deve essere giustificata oltre che dalla sovranità, anche da uno scopo di utilità sociale, e da un giusto rapporto tra onere e risultato utile, così come da un’equa scelta delle persone e delle cose su cui grava.

Lei ministro dovrebbe ricordare a noi tutti l’affermazione fatta durante la Rivoluzione francese (Robespierre) secondo la quale il pagamento dell’imposta non è un dovere ma un diritto, perché nel pagamento dell’imposta sta per le classi più povere la tutela della libertà e l’indipendenza politica. La scienza dei mezzi deve prendere dalla politica una scala di fini sociali gerarchicamente ordinata. In ciò consiste il primato dell’etica sulla scienza economica e contestualmente l’autonomia disciplinare di quest’ultima.

Ricordo a Lei come ai suoi collaboratori che la politica fiscale è innanzitutto grande nelle idee e giusta nei presupposti.

Grazie ad essa lo Stato può individuare la migliore allocazione delle risorse e ripartirle tra privato e pubblico; assicurare che la crescita del paese sia almeno in linea con la crescita demografica, l’innovazione tecnologica e gli obbiettivi di sostenibilità ambientale (accordi di Parigi 2015); stabilizzare la crescita del reddito del paese e intervenire qualora si manifestasse una crisi, sia essa di eccesso di crescita che di bassa crescita; realizzare una corretta distribuzione del reddito per evitare che la ricchezza si concentri nelle mani di gruppi sociali ristretti.

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