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Under 25 e lavoro, una generazione a rischio
Una generazione sacrificata sull’altare della crisi. È il rischio che corrono i giovani europei secondo la Fondazione per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, l’agenzia comunitaria con sede a Dublino, che ha organizzato agli inizi di novembre nella capitale irlandese un’importante conferenza sulle strategie d’uscita dalla crisi. “L’alto tasso di disoccupazione fra i giovani” scrive la Fondazione nel documento preparatorio al convegno “è oggi il più grave problema riguardante le politiche sociali e del lavoro in Europa”. “Potrebbero essere loro i veri sconfitti”, concorda Nicolas Schmit, ministro del Lavoro del Lussemburgo. Nei 27 stati il tasso di disoccupazione fra i minori di 25 anni è pari al 20,2 per cento. Ci sono però paesi dove oltre un quarto dei giovani non riesce a trovare un posto: si tratta di Irlanda (27,6 per cento), Ungheria (25,2), Spagna (dove il tasso è schizzato al 41,7), Lettonia (33,6), Slovacchia (27) e Svezia (26,2).

John Monks, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, ha chiesto un piano europeo a favore dell’occupazione, simile al programma comunitario per la ripresa (European Recovery Plan), lanciato un anno fa da Bruxelles. Questo piano, per Monks, deve aiutare soprattutto chi si affaccia ora sul mercato del lavoro e rilanciare il ruolo dello Stato: “Negli Stati Uniti, durante la grande depressione, si sono tagliate le spese pubbliche. Non dobbiamo commettere oggi lo stesso errore in Europa”. Dalla conferenza emerge un panorama sconfortante del mercato del lavoro europeo. In un anno i disoccupati nei 27 Stati membri sono aumentati di oltre 5 milioni, portando a 22 milioni il numero complessivo di persone in cerca di impiego, di cui 15 nell’area dell’euro.

Le ultime cifre fornite da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Ue, relative al mese di settembre, parlano chiaro. Il tasso di disoccupazione è ulteriormente salito fino a toccare il 9,2 per cento, il dato più alto da gennaio 2000, ma esistono differenze forti tra i paesi. Olanda e Austria vantano tassi di disoccupazione molto bassi, rispettivamente del 3,6 e del 4,8 per cento, mentre Spagna e Lettonia raggiungono il 19,3 e il 19,7 per cento. Oltre che in Spagna e in Lettonia, il tasso di disoccupazione è cresciuto più del 2,5 per cento rispetto all’estate del 2008 anche in Irlanda, Estonia, Cipro e Lituania.

A preoccupare è il fatto che la percentuale dei senza lavoro sia aumentata in tutti gli altri paesi dell’Ue per effetto della chiusura o del ridimensionamento di migliaia di aziende. Fra il primo trimestre del 2008 e i primi tre mesi di quest’anno, infatti, sono andati in fumo due milioni e mezzo di posti di lavoro, la maggior parte dei quali nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni. Anche nell’agricoltura si è avuto un calo, seppure minore, dell’occupazione, mentre nei settori pubblici, soprattutto nella scuola e nella sanità, i posti di lavoro sono addirittura aumentati. Inoltre si sono acuite le differenze all’interno di uno stesso Stato. Secondo le cifre rese note dalla Commissione europea, Italia, Francia, Regno Unito e Svezia sono i quattro paesi dove convivono regioni con una bassa percentuale di senza lavoro e altre dove, invece, i numeri della disoccupazione viaggiano su due cifre.

Ad avere i maggiori problemi sono gli uomini. Il tasso di disoccupazione maschile a settembre di quest’anno è salito nei 27 Stati al 9,3 per cento (era 6,8 un anno fa) e nella zona euro al 9,6 per cento (contro il 7,1 a settembre 2008). Quello femminile è complessivamente del 9 per cento (con un incremento dell’1,5 rispetto a settembre dell’anno scorso) e del 9,8 nella zona euro (+1,4). Anche in questo caso le situazioni divergono a livello nazionale. Mentre in Spagna la percentuale dei senza lavoro è sostanzialmente uguale fra uomini e donne, in Irlanda vi è una forte differenza fra il tasso di disoccupazione maschile (16,2) e quello femminile (8,9). Altri studi recenti mostrano quanto stia aumentando l’insicurezza del posto di lavoro. Secondo un’indagine di Eurobarometro, compiuta la scorsa estate su un campione di 26 mila cittadini europei, gli effetti della crisi sull’occupazione preoccupano sempre di più i lavoratori e le loro famiglie un po’ in tutti i paesi. Il 24 per cento degli europei ha vissuto il dramma della disoccupazione in prima persona o attraverso un membro della propria famiglia, un terzo è molto preoccupato di perdere il posto e 6 su 10 ritengono che il peggio della crisi debba ancora arrivare. Sono 7 i paesi dove i cittadini si sono trovati negli ultimi mesi a fare di più i conti con la paura di rimanere sul lastrico: Lettonia, Lituania, Spagna, Irlanda, Portogallo, Estonia e Ungheria.

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Nel corso della conferenza organizzata dalla Fondazione di Dublino si è parlato anche di quali politiche mettere in campo per fermare l’emorragia di posti di lavoro. Se infatti si comincia a vedere la fine del tunnel per quanto riguarda l’economia, le previsioni nel campo dell’occupazione sono sconfortanti. Secondo le ultime stime di Bruxelles, il tasso di disoccupazione salirà ulteriormente l’anno prossimo nei 27 Stati membri, superando il 10 per cento, soprattutto quando cesseranno alcune misure prese a livello nazionale per rilanciare i consumi. Un Rapporto appena uscito della Fondazione di Dublino (“Ristrutturare in tempi di recessione”) mette in evidenza il ruolo centrale che può avere la Commissione europea in questo campo, coordinando una politica industriale comunitaria che rimetta in moto l’industria e i servizi. Solo le misure macroeconomiche ad ampio raggio che allontanino le tentazioni protezionistiche – sostiene la ricerca – possono fare bene non solo all’economia ma anche al mercato del lavoro.

Oltre alla parola “politica industriale”, che sembrava bandita dal dibattito europeo, si torna a utilizzare un altro termine caduto nell’oblio: riduzione dell’orario di lavoro. In Stati come la Germania, dove questa misura destinata a salvaguardare l’occupazione ha ricevuto un esteso sostegno pubblico, la perdita di posti di lavoro è stata minima. Altre iniziative a livello aziendale includono l’arresto temporaneo della produzione, l’obbligo di consumare le ferie, orari settimanali o giornalieri più corti, un maggiore ricorso alla banca delle ore, una rotazione dei congedi e del periodo sabbatico.

La risposta di molti governi europei alla crisi non sembra andare, però, nella direzione di un maggiore coordinamento con le politiche comunitarie o di misure di sostegno alla riduzione dell’orario di lavoro per salvare i livelli occupazionali. Mentre la conferenza discuteva di strategie di uscita dalla recessione, la confederazione irlandese Ictu (Irish Congress of Trade Unions) scendeva in piazza con decine di migliaia di lavoratori per protestare contro i tagli ai servizi pubblici decisi dall’esecutivo di Dublino per un ammontare di 4 miliardi di euro.
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