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Il Sud in piazza contro la crisi
Una situazione disastrosa, il rischio che quando “un bel dì” saremo fuori dalla crisi l’Italia si ritrovi divisa in due. La segretaria confederale della Cgil, Vera Lamonica, spiega con chiarezza le preoccupazioni che hanno mosso il sindacato a organizzare, sabato 28 novembre, regione per regione – e con il sostegno delle strutture del Centro e del Nord –, una mobilitazione di tutto il Sud. "Per proporre all'attenzione del paese il tema della crisi del Mezzogiorno - scrive sull'ultimo numero di Rassegna Sindacale - e chiedere al governo un'inversione radicale di rotta nelle politiche economiche e sociali e il rilancio delle politiche per il Sud, come parte essenziale di un progetto credibile per tutto il paese". E aggiunge: "E' indispensabile una stagione di protagonismo e mobilitazione di quanto nel Mezzogiorno sono interessati al cambiamento, per questo la Cgil propone la costituzione di una rete di alleanze sociali intorno al lavoro, alla sua dignità e ai suoi diritti".

Proponiamo una radiografia degli effetti della crisi sulle diverse aree del Sud e, insieme, le proposte avanzate dalle strutture regionali della Cgil. Manca come si vede la Cgil sarda che, ovviamente solidale con chi scenderà in piazza il 28, ha deciso di concentrare tutte le proprie forze in una importante iniziativa unitaria fissata per il 30 novembre alla Fiera di Cagliari: l’Assemblea delle rappresentanze del Popolo Sardo. Un percorso originale, per raggiungere lo stesso obiettivo di tutti: uscire dalla crisi con un modello di sviluppo più giusto e equilibrato.

Abruzzo, un pesante passo indietro
L'Abruzzo è di nuovo una regione meridionale. Un territorio che ha dovuto registrare un pesante passo indietro rispetto ai risultati di qualche anno fa, un arretramento confermato da una disoccupazione drammaticamente in crescita (+14% sul 2008), dal record negativo della cassa integrazione (27.940.629 ore per 16.151 lavoratori, con un incredibile aumento percentuale: +580% rispetto all’anno scorso), dagli oltre 5.200 lavoratori e lavoratrici in mobilità (+109 %).Tutto questo senza dimenticare il dramma del terremoto. Poco meno di otto mesi di sofferenza e troppe case che mancano ancora, con oltre 13mila sfollati rimasti negli alberghi e circa 9mila nelle case private. Un colpo terribile – quello del 6 aprile – che ha messo in affanno tutti i settori produttivi, che ha bloccato l’economia di una vasta area della regione. Il terremoto però non è arrivato solo. Meglio: è arrivato ultimo. Prima del sisma la crisi era già pesante. Naturale dunque che la Cgil abruzzese abbia respinto le politiche dei licenziamenti e delle delocalizzazioni rivendicando alcune cose precise. Ce le ricorda il segretario generale Gianni Di Cesare:“Un modello di confronto e di relazioni con la Regione Abruzzo per difendere e consolidare la democrazia e affermare la solidarietà; una lotta decisa contro il disagio sociale e la precarietà, l’illegalità e il malgoverno; un robusto sostegno al sistema produttivo e industriale della regione. Insieme, è urgente aprire con la giunta un confronto sul bilancio regionale, anche perché è necessario che questo superi l’attuale patto di stabilità per acquisire più risorse a favore dell’Abruzzo contrastando la continua centralizzazione delle decisioni”. Va chiesta inoltre, prosegue Di Cesare, una legge finanziaria nazionale che destini regolarmente risorse alla ricostruzione e al sostegno dell’occupazione in Abruzzo e va pensato un piano di risanamento della sanità che assicuri ai cittadini il diritto alla salute e il lavoro degli operatori. Se con il lavoro si vuole rilanciare il ruolo dell’Abruzzo, favorendone la ripresa, la politica industriale dev’essere di qualità, basata sull’innovazione e la conoscenza, contrastando la deregolazione del lavoro, riducendo le tasse e le tariffe per i lavoratori e i pensionati e prorogando i benefici fiscali e contributivi per i cittadini del cratere colpito dal terremoto. Per finire, l’ultima richiesta: le poche risorse regionali, europee e nazionali vanno indirizzate verso questi obiettivi, in aggiunta alla spesa ordinaria, vanno gestite in trasparenza e legalità, non come soldi utili ad alimentare ulteriori distorsioni della spesa.

Molise, sul fronte della recessione
“Il Molise continua a resistere e lotta per uscire dalla crisi. L’Italia deve ripartire dal Mezzogiorno, la nostra regione può essere la cerniera tra Nord e Sud per una nuova prospettiva di sviluppo”. Erminia Mignelli, segretaria generale della Cgil molisana, combatte ogni giorno sul fronte della recessione. Anche perché i numeri non lasciano dubbi: nei primi dieci mesi di quest’anno il ricorso alla cassa integrazione ordinaria è aumentato del 407 per cento rispetto al medesimo periodo del 2008, quello della straordinaria del 204 per cento.“A soffrire - spiega Mignelli – sono tutti i settori: edilizia, meccanica, abbigliamento, commercio. Abbiamo grandi aziende in crisi, come la Ittierre nel comparto tessile o la Manuli nel settore chimico; abbiamo nuclei industriali importanti, come quello di Venafro, falcidiati da cassa integrazione e mobilità. E nella nostra regione, purtroppo, per ogni azienda che chiude non ce n’è una nuova che apre. Per questo è fondamentale mantenere queste aziende legate al territorio, attraverso l’allungamento e il massimo utilizzo degli ammortizzatori sociali”. Allamanifestazione di sabato 28 novembre, che si tiene al Cinema Maestoso di Campobasso, il Molise porta anche la difficile situazione del post terremoto: “Sono passati otto anni da quel terribile 31 ottobre 2002, e nei tredici comuni del cratere la ricostruzione è solo al 30 per cento. Le persone vivono tuttora nei moduli abitativi, quelli che Berlusconi chiama pomposamente ‘chalet’. E le risorse messe a disposizione finora sono state scarse e non orientate allo sviluppo”. La Cgil molisana chiede alla politica di cambiare passo: “Il governo nazionale – conclude Mignelli – deve prendere atto della crisi e capire che la ripresa, soprattutto nel Mezzogiorno, è ancora molto lontana. Quello regionale, invece, deve svegliarsi: finora non c’è stata alcuna programmazione per lo sviluppo, le poche risorse che ci sono vanno concentrate su scelte chiare e condivise”.

Campania, tutta l'industria a rischio
Il quadro che si presenta in Campania è preoccupante, sostiene la Cgil regionale. Interi settori produttivi, dal manifatturiero ai servizi, attraversano una crisi profonda. I dati sul ricorso alla cassa integrazione, alla mobilità in deroga, alla chiusura di aziende, confermano tutta la gravità della situazione. La cassa integrazione ordinaria è salita del 400 per cento circa, quella straordinaria a oltre l’80 per cento, i lavoratori in mobilità sono circa 20mila. Migliaia di lavoratrici e di lavoratori precari dei settori produttivi, dell’agricoltura, dei servizi, della pubblica amministrazione sono stati espulsi dai processi produttivi e costretti alla disoccupazione. In questo quadro – denuncia la confederazione – diventa sempre più invasiva e forte l’azione e il potere delle mafie e dell’illegalità diffusa. “Il nostro paese sarà più coeso e competitivo solo con un Mezzogiorno forte.Vogliamo perciò – afferma Michele Gravano, segretario generale della Cgil Campania – una svolta profonda nelle politiche economiche del governo”. La Cgil regionale scenderà in piazza per chiedere all’esecutivo: il potenziamento delle infrastrutture, delle reti materiali e immateriali per superare il divario con il resto del paese e creare le condizioni per un serio sviluppo territoriale; politiche industriali, innovazione e conoscenza; difesa del lavoro e lotta al lavoro illegale; tutela del territorio, risanamento ambientale, potenziamento dell’industria del turismo; politiche di inclusione, istruzione e formazione; lotta alle mafie e alla criminalità organizzata. Le vertenze più emblematiche riguardano la Fiat di Pomigliano e Pratola Serra, la Fincantieri, la Montefibre, l’Eutelia/Agile, l’Unilever, l’area torrese-stabiese.Tutte realtà che abbiamo visto in piazza, a Roma, durante la mobilitazione organizzata dalla Cgil, per quattro settimane, dal 19 ottobre al 13 novembre, e conclusa con la grande manifestazione di sabato 14.

Puglia, lo sviluppo interrotto
Dalla crescita alla recessione: questo quel che è accaduto alla Puglia dalla fine del 2008 in poi. Una regione che registrava tassi di crescita e occupazionale tra i più alti del meridione ha visto bloccati gli sforzi di attori sociali e istituzionali per una nuova stagione di sviluppo a causa della crisi internazionale “ma anche della mancanza di risposte adeguate da parte del governo nazionale”, osserva Gianni Forte, segretario generale della Cgil pugliese. Gli effetti sono tutti nei numeri: circa 45mila licenziati, 24 milioni di ore di cassa integrazione, oltre 7mila indennità in deroga, 250mila lavoratori precari. È tornato a salire il numero dei disoccupati (11,2%), il tasso di inattività femminile è tra i più alti d’Europa (64,5%), i giovani sono costretti ancora a emigrare (20mila nel 2007, il 30% di questi con laurea), i salari rispetto al 1999 hanno registrato una perdita del potere d’acquisto del 5,9. Uno scenario che spinge alla disperazione ed espone al ricatto del lavoro nero, irregolare, insicuro. Una piaga che in Puglia segna il 20% dei lavoratori. La crisi non ha risparmiato le più grandi aziende industriali: Ilva, Fiat, Alenia, Getrag, Bosch, che hanno fatto un massiccio ricorso alla Cig, con pesanti ricadute in primis sui lavoratori con contratti a termine e a seguire sull’indotto. E non sono stati risparmiati settori quali il calzaturiero, il tessile e abbigliamento, il mobile imbottito, strategici nell’economia pugliese.“La crisi al Sud pesa ancor più rispetto al resto del paese, perché un posto di lavoro o un’azienda che chiude nel meridione, quando avremo superato questa fase sarà più difficile recuperarli”, sottolinea Forte.“Occorrono interventi a sostegno della rete di strade, ferrovie, porti, telecomunicazioni, energia, risorse idriche – prosegue –. Il governo deve mantenere gli impegni presi, a partire dai fondi Fas, gli interventi per le bonifiche e a sostegno di settori come quello del mobile imbottito”. Una richiesta che arriverà dagli oltre 20mila lavoratori, pensionati, studenti, attesi a Bari il prossimo sabato.

Basilicata, nonostante la Fiat (e il petrolio)
“In un anno abbiamo perso 5mila posti di lavoro. Per una regione come la nostra è un numero insopportabile”. Antonio Pepe, segretario generale della Cgil Basilicata, descrive una situazione di forte disagio, “con la crisi che ha acuito le difficoltà del già fragile apparato produttivo locale”. Per il distretto del mobile imbottito, il tessile, la chimica,“i segnali di sofferenza arrivavano da lontano. Al sistema delle imprese chiedevamo e chiediamo investimenti su innovazione di processo e di prodotto, ma più in generale alla nostra regione serve un realistico piano di nuova industrializzazione che tenga conto delle peculiarità del territorio”. Industria in Basilicata vuol dire principalmente Fiat,“e per fortuna il polo dell’auto sta reggendo. Forti difficoltà le sta vivendo l’indotto, ma non mancano imprese che sfruttano la crisi per compiere azioni opportunistiche e speculative, dismettendo impianti produttivi”. È il caso della Lasme, che produce componenti d’auto per la Fiat, che ha deciso di licenziare le 173 unità dell’impianto di San Nicola di Melfi, “nonostante la Fiat abbia confermato tutte le commesse”. Altro capitolo che sta a cuore alla Cgil lucana è quelle delle fonti energetiche: il sottosuolo della Basilicata è ricco di petrolio, e il sindacato chiede l’apertura di un tavolo di confronto con l’Eni “e le altre società petrolifere per la realizzazione di una filiera in campo energetico che vada dalla ricerca all’innovazione, alla produzione”. La regione ha poi bisogno di un più completo sistema di collegamenti viari e ferroviari. “Attendiamo lo sblocco dei fondi Fas, il rispetto degli impegni presi dal governo. Ma è difficile attendere oltre. Migliaia di lavoratori, pensionati, giovani di questa regione – conclude Pepe – reclamano attenzione e interventi concreti”.

Calabria, il lavoro e l'ambiente
Si prepara a scendere in piazza “con la Calabria che non si rassegna”, la Cgil a Cosenza, il 28 novembre. E amplifica lo slogan della manifestazione per il Sud: insieme a lavoro e legalità, il sindacato calabrese pensa ai giovani, alla loro crescita culturale e professionale, e a uno sviluppo del territorio da realizzare attraverso infrastrutture, politiche sociosanitarie e, soprattutto, un’efficace azione di riqualificazione e di bonifica. Pesano sulla regione i 27mila occupati in meno nell’ultimo anno e i 35mila posti a rischio nel settore pubblico e privato. Un tasso di disoccupazione che supera il 12% funesta gli indicatori socio economici assieme a quel 26% di manodopera in nero che si calcola fra i lavoratori calabresi. Dati di fronte ai quali è impossibile, per la Cgil, voltarsi dall’altra parte, specie in un momento in cui la prospettiva di crescita del territorio, già ridotta al lumicino, rischia di dissolversi dietro le nubi dell’emergenza ambientale e degli ultimi inquietanti dubbi sulla presenza di rifiuti tossici disseminati tra la terra e il mare; mentre il sistema sanitario boccheggia in attesa dell’attuazione dell’atteso Piano di rientro del debito ancora in discussione tra la Regione e il governo. “La crisi economica ha ulteriormente lacerato ferite già aperte”, è il commento del segretario generale della Cgil Calabria, Sergio Genco.“Ferite – prosegue – che è importante sanare partendo da una revisione complessiva delle politiche per il Sud e per la Calabria e dall’apertura di un tavolo nazionale perché, all’interno delle problematicità che investono l’intero Mezzogiorno, la nostra regione presenta difficoltà di maggiore rilevanza”.“È vincolante – incalza il segretario – affrontare questioni urgenti e attuali come quella relativa all’assetto del territorio e all’inquinamento ambientale, prevedendo, non come intervento sporadico ma all’interno di un piano coerente di forestazione, un’azione di bonifica e la messa in sicurezza delle popolazioni residenti nei siti a rischio”.

Sicilia, un anno da dimenticare
Diminuzione della capacità di produrre icchezza, aumento della disoccupazione e del disagio sociale, spesa corrente regionale fuori controllo, attese tradite sui fondi europei: sono gli elementi di quella che alla Cgil regionale definiscono “una bomba a orologeria pronta a esplodere”. L’ultimo anno, attesta il Cerdfos, il centro studi del sindacato, è stato disastroso per l’isola. Nel 2009 si stima una perdita del Pil di 5 punti percentuali; tra il 2008 e il 2009 si sono persi 50mila posti di lavoro nei comparti produttivi. Si ritiene che il 50% delle famiglie sia nella fascia della povertà relativa, cosa confermata dall’Istat quando attesta una spesa media per consumi di 1.764 euro contro il 3.046 euro del Veneto. Mentre l’Adiconsum parla di rischio di “bancarotta familiare” per la crescita dell’insolvenza. “La crisi, insomma – osserva Mariella Maggio, segretaria generale della Cgil siciliana –, si aggrava di giorno in giorno, sovrapponendosi alle difficoltà strutturali che hanno determinato negli ultimi anni il calo costante dell’occupazione e il configurarsi di un’economia di domanda”. La situazione è tutt’altro che governata da un esecutivo regionale paralizzato dai dissidi interni alla maggioranza. “Ci sono due banchi di prova immediati per la Regione – sottolinea Maggio – : la vertenza Fiat e l’emergenza rifiuti. È da qui che il governo regionale deve cominciare per dare un segnale di inversione di tendenza: dal mettere in campo tutto ciò che può per evitare la fine annunciata di uno stabilimento industriale storico e per far sì che la Sicilia non si riduca per i rifiuti come la Campania”. La Cgil propone l’istituzione di un’unità di crisi che avvii “interventi in grado di dare risposte immediate e agisca contemporaneamente sulla programmazione per cambiare dinamiche di spesa che non hanno portato a nulla”. “Ma anche il governo nazionale deve rispondere – afferma Maggio – con investimenti e risorse subito disponibili, a partire da quelle del Ponte sullo Stretto che devono essere dirottate su opere infrastrutturali più credibili e utili”. “È per tutte queste ragioni – conclude la segretaria Cgil – che il 28 novembre saremo in piazza a Messina, città diventata simbolo dei disastri che può procurare la cattiva amministrazione e una politica che non guarda agli interessi della collettività".

a cura di Giovanni Rispoli
con la collaborazione di Michele Aprea, Daniela Ciralli, Grazia Mantella, Lello Saracino, Marco Togna, Luca Torchetti

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