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Donne, la parità sul lavoro è ancora un miraggio
Donne ancora in sofferenza. Questo quanto emerge da una lettura di genere del Rapporto annuale Isfol 2009 presentato a fine novembre, che conferma ancora, anche se le variazioni risulterebbero contenute, il basso livello di partecipazione al mercato del lavoro e la debolezza della qualità del lavoro femminile. I numeri del rapporto si rifanno a dati generali o di stima di periodo, già presenti in altre indagini, e hanno una finalità informativa, non sempre riferita a dati omogenei, dovuta anche ai diversi approcci utilizzati nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni dai referenti dei vari sistemi. Il tasso di occupazione femminile 2008 registra nell’Unione europea una riduzione di 4 punti decimali, contro l’1,6% di quello maschile. In Italia il differenziale è di -0,6% per le donne e di -1,2% per gli uomini solo perché la crisi ha colpito soprattutto, al momento dell’analisi dei dati, il settore manifatturiero e quello edile che contano una maggior presenza maschile. Il tasso di occupazione femminile nel paese si attesta nel 2008 al 47,2% contro il 70,3% maschile, quello di attività è del 51,6 contro il 74,4% e quello di disoccupazione l’8,5 contro il 5,5%.

Il differenziale negativo femminile riguarda anche la componente immigrata e le giovani. Il divario di genere appare ancora più forte al Sud dove l’occupazione femminile è la metà di quella maschile (30% contro il 60 di quella maschile). Inoltre, il numero di donne scoraggiate, che non cercano impiego, tende costantemente ad aumentare e la maternità (una donna su cinque abbandona il lavoro dopo il primo figlio), così come le esigenze di cura familiare, continuano a essere, ancora, un forte ostacolo al naturale proseguimento della carriera lavorativa. Ciò vuol dire che l’obiettivo di Lisbona del 60% di occupazione femminile nel 2010 non sarà raggiunto dal nostro paese che fatica a realizzare il passaggio dalla “tutela e parità nominale” verso la “pari rappresentazione e la pari responsabilità”.

MOLTE CONTRADDIZIONI. Il rapporto Isfol fa emergere, in un contesto aggravato dalla crisi, le tendenze sociali e le contraddizioni che continuano a segnare negativamente la posizione delle donne nel mondo del lavoro. Una delle più evidenti che emerge da una prima lettura dei dati statistici consiste nell’interrelazione fra livelli d’istruzione e posizione professionale. In questo contesto va ricordato che l’area del disagio femminile è composta da diversi segmenti, differenziati tra loro, sia per le differenti cause, sia per l’ampiezza del concetto di disagio stesso. Si va, infatti dalle giovani con alti livelli di scolarità che intendono inserirsi nel mercato del lavoro, alle donne in età matura, spesso espulse da lavori a bassa qualificazione, che tentano il reingresso nel mercato del lavoro, a donne che vogliono uscire da condizioni di lavoro precario o informale, a donne immigrate giovani e non.

La formazione professionale assumerebbe un valore aggiunto ancor più significativo ai fini dell’occupabilità e del miglioramento della posizione professionale femminile. Invece, si legge nel rapporto, le dipendenti del settore privato e le lavoratrici autonome, dove la condizione lavorativa femminile è più debole, diversamente dalle dipendenti del settore pubblico (+6,4%), dichiarano di non riconoscere un beneficio diretto tra formazione continua e posizione lavorativa: le figure a più basso inquadramento professionale sono quelle che meno percepiscono l’utilità della formazione per i percorsi di crescita professionale.

Di seguito proviamo a evidenziare alcuni dei fenomeni trattati dal rapporto che evidenziano il dato di genere. Secondo l’analisi dei dati dei livelli di qualificazione della forza lavoro sono diminuiti i rendimenti dell’investimento in istruzione, sia per opportunità occupazionale che per reddito: penalizzate risultano le donne che presentano livelli di istruzione più alti, oltretutto conseguiti con migliore puntualità e con votazioni maggiori. Dei 180mila dipendenti con titoli universitari sottoinquadrati, il 60% è donna. Il sottoinquadramento risulta più marcato nei servizi (eccezion fatta per pubblica amministrazione, trasporti e comunicazioni) rispetto al comparto industriale dove la presenza di operai con titoli di studio elevati è marginale.

Aumenta, ma con un indicatore basso (6,3%) la percentuale di partecipazione della popolazione adulta alle attività formative con un tasso superiore anche se non significativo delle donne del 9% (tre punti percentuali in più rispetto alla componente maschile). Si continuano a registrare disparità nei livelli di accesso alla formazione continua che aumenta di dieci punti percentuali dal 2004 (42,8% del totale occupati), ma non ancora a sufficienza. I tassi di partecipazione formativa sono: 58,3% per i dipendenti pubblici (dove maggiore è la presenza femminile), 39,5% per i dipendenti di aziende private, 36,3% per i lavoratori autonomi.

La lettura evidenzia anche un divario di genere negativo di circa quattro punti percentuali fra i dipendenti privati (dove l’accesso alla formazione è privilegiato ai dipendenti con livello di inquadramento alto), contro un divario di circa 6 punti percentuali a favore della componente femminile fra i dipendenti pubblici. Un ampio divario di genere si evidenzia anche ai livelli bassi di inquadramento sia del privato che del pubblico. Anche tra i lavoratori autonomi i livelli di partecipazione alla formazione delle donne sono inferiori rispetto agli uomini, fatta eccezione per i professionisti, dove la partecipazione femminile supera di ben 20 punti percentuali quella maschile (73,2% contro 53,6%).

Non vi sono dati di genere per la categoria manager dove, peraltro, secondo alcune indagini qualitative ci sarebbe da parte delle imprese, per questo target, una contrazione della spesa in formazione sia per durata, che per modalità e tipologia di docenza. Il rapporto Isfol 2009 non riporta i dati di genere sulla formazione nei Fondi interprofessionali per la Fc (aumentati nell’articolazione settoriale e nel numero di adesioni delle imprese) che in forma purtroppo non ancora sistemica, hanno però monitorato il differenziale di genere come si evince dai rapporti periodicamente presentati.

Anche per la legge 236/93, di non facile osservazione a causa della diversa capacità programmatoria delle regioni soprattutto del Sud, non si dispone nel rapporto di dati di genere sui beneficiari degli interventi. La programmazione 2000-2006 del Fse per la formazione dei lavoratori, che in controtendenza agli indirizzi europei vede partecipare alle attività formative solo il 29,4% degli over 45, evidenzia un gender gap negativo per le donne di circa 8 punti percentuali (45,8% contro il 54,2%). Tale differenziale tende ad annullarsi nel Mezzogiorno, dove la percentuale di donne occupate che beneficiano di formazione è del 50% rispetto al 44,7 del Centro-Nord; questo, probabilmente, dovuto al fatto che hanno beneficiato di formazione soprattutto i dipendenti della Pa e gli operatori della formazione tra i quali la presenza femminile è più elevata. I Po Fse, grazie anche alla politica dell’obiettivo specifico e dell’obiettivo trasversale, vedono equamente divisi i finanziamenti tra uomini e donne, mentre appaiono a favore delle donne le azioni rivolte all’occupabilità quali work experience, percorsi integrati, incentivi ecc. (56,1% del totale per le donne contro il 43,9 per gli uomini). Anche per quanto riguarda la partecipazione ai corsi per adulti nei centri territoriali permanenti e nelle scuole la presenza femminile è inferiore rispetto a quella maschile.

PER CAMBIARE.
Gli indicatori forniti dal Rapporto sono prevalentemente finalizzati a un’analisi di efficienza del processo di attuazione e poco utili a consentire un’analisi dei fattori critici che determinano il perdurare del gender gap nell’evoluzione dei sistemi nazionali di formazione e una formulazione dei bisogni e degli strumenti per adeguate politiche di parità. La posizione marginale del lavoro femminile, se può essere ricondotta a svantaggi formativi per una certa fascia di età, non trova giustificazione per le ultime generazioni con curriculum scolastico migliore, anche se ancora scarsamente finalizzato. Appare anche evidente che un migliore sistema di orientamento aiuterebbe le donne nella scelta di percorsi formativi fuori da comuni stereotipi culturali. Nelle politiche per il lavoro perdurano disequità e discriminazione e si rileva ancora una volta l’insufficiente sensibilità delle imprese nei confronti di un’ottimale valorizzazione delle risorse umane femminili. Ciò porta alla necessità di definire azioni che abbattano gli stereotipi culturali nei diversi ambiti sociali, unitamente a strategie di conciliazione tra vita e lavoro poiché le donne sono costrette a svolgere un ruolo di supplenza delle inefficienze delle politiche sociali.

D’altronde, la valutazione sulla programmazione del vecchio Fondo sociale europeo aveva evidenziato come, nel complesso, un impatto positivo più alto per le donne rispetto agli uomini si sarebbe potuto avere se non si fosse palesata una grave carenza di strumenti operativi per rispondere ai bisogni e alle esigenze dell’utenza femminile. La formazione professionale giocherà un ruolo importante per le competenze professionali delle donne allorché si sarà superata una mentalità tradizionalmente “classista” che ha spesso caratterizzato il ruolo di tale strumento (sovente inteso per numeri ristretti di soggetti e per un livello di qualificazione elevato e dove alcune figure professionali “secondarie” sono state ritenute per lungo tempo non meritevoli di formazione specifica) e quando orari, sedi, modalità e offerta formativa, mirata a vere competenze spendibili nell’organizzazione del lavoro, si concilieranno con i tempi di vita e di lavoro.
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