Prezzo della Crisi del 14-10-2010: '16 ottobre: tutti giù dal palco'
di Ylenia Sina
Dal palco di un teatro alle lotte dei metalmeccanici. Lavoro, diritti, saperi. Con queste tre parole d’ordine i lavoratori del mondo della cultura hanno deciso di unire le proprie battaglie a quelle dei lavoratori Fiom, e di tutte le realtà sociali, che sabato prossimo scenderanno in piazza. E lo hanno fatto partendo dal centro della vita culturale di un paese, dal suo simbolo: il palco di un teatro. Da alcuni giorni in molti teatri italiani, prima dell’inizio degli spettacoli, viene letto l’appello firmato da molte personalità attive nel settore che annuncia al “gentile pubblico” che «il mondo della cultura scende in piazza insieme ai lavoratori della Fiom». Perché la cultura è un bene comune da garantire a tutti. Come l’acqua. Perché la cultura è una risorsa economica: «ogni euro investito in cultura ne restituisce sul territorio da quattro a sette» spiegano nell’appello. Ma non è solo l’importanza della diffusione della cultura «punto strategico fondamentale per una società realmente democratica» che ha portato i lavoratori di questo settore a scendere in piazza il 16. «Ci hanno trasformato in cittadini invisibili e inutili» commentano in relazione alla propria condizione lavorativa. Assenza di ammortizzatori sociali, lavoro nero diffuso, disoccupazione e sottoccupazione, valorizzazione del salario. I lavoratori del mondo della cultura raccontano di una professione che spesso non è nemmeno riconosciuta come tale, di un lavoro precario e attaccato nei suoi più elementari diritti. Contro tutto questo è proprio la volontà di ribadire che «il lavoro è un bene comune» che porta i lavoratori del mondo della cultura a scendere in piazza accanto alla Fiom. Perché «difendere il lavoro vuol dire superare la precarietà» continuano «riconquistarlo come diritto fondamentale della vita democratica del nostro paese». Ad aggravare la situazione i tagli del governo Berlusconi che ha ridotto drasticamente i fondi: l’ottanta per cento dei teatri e delle fondazioni lirico-sinfoniche rischia di chiudere, il cinema vede più che dimezzata la sua produzione, rischiano la chiusura migliaia d’imprese del settore e dell’indotto sparse sul nostro territorio nazionale. Così il governo Berlusconi cerca di equiparare la cultura a una merce e di privatizzare il sapere legando la conoscenza all’impresa e la cultura al mercato. Non solo cultura, però. Le lotte dei lavoratori del mondo della cultura si stanno unendo, ogni giorno che passa di più, anche a quelle di ricercatori e studenti che proprio oggi hanno preso d’assedio Montecitorio e che sabato saranno in piazza a fianco dei lavoratori della Fiom. «Vorremmo rilanciare l’idea di un Paese dove sia possibile un diverso modello di sviluppo che ponga al centro i diritti, la cultura, la qualità e l’innovazione della produzione».
Dal palco di un teatro alle lotte dei metalmeccanici. Lavoro, diritti, saperi. Con queste tre parole d’ordine i lavoratori del mondo della cultura hanno deciso di unire le proprie battaglie a quelle dei lavoratori Fiom, e di tutte le realtà sociali, che sabato prossimo scenderanno in piazza. E lo hanno fatto partendo dal centro della vita culturale di un paese, dal suo simbolo: il palco di un teatro. Da alcuni giorni in molti teatri italiani, prima dell’inizio degli spettacoli, viene letto l’appello firmato da molte personalità attive nel settore che annuncia al “gentile pubblico” che «il mondo della cultura scende in piazza insieme ai lavoratori della Fiom». Perché la cultura è un bene comune da garantire a tutti. Come l’acqua. Perché la cultura è una risorsa economica: «ogni euro investito in cultura ne restituisce sul territorio da quattro a sette» spiegano nell’appello. Ma non è solo l’importanza della diffusione della cultura «punto strategico fondamentale per una società realmente democratica» che ha portato i lavoratori di questo settore a scendere in piazza il 16. «Ci hanno trasformato in cittadini invisibili e inutili» commentano in relazione alla propria condizione lavorativa. Assenza di ammortizzatori sociali, lavoro nero diffuso, disoccupazione e sottoccupazione, valorizzazione del salario. I lavoratori del mondo della cultura raccontano di una professione che spesso non è nemmeno riconosciuta come tale, di un lavoro precario e attaccato nei suoi più elementari diritti. Contro tutto questo è proprio la volontà di ribadire che «il lavoro è un bene comune» che porta i lavoratori del mondo della cultura a scendere in piazza accanto alla Fiom. Perché «difendere il lavoro vuol dire superare la precarietà» continuano «riconquistarlo come diritto fondamentale della vita democratica del nostro paese». Ad aggravare la situazione i tagli del governo Berlusconi che ha ridotto drasticamente i fondi: l’ottanta per cento dei teatri e delle fondazioni lirico-sinfoniche rischia di chiudere, il cinema vede più che dimezzata la sua produzione, rischiano la chiusura migliaia d’imprese del settore e dell’indotto sparse sul nostro territorio nazionale. Così il governo Berlusconi cerca di equiparare la cultura a una merce e di privatizzare il sapere legando la conoscenza all’impresa e la cultura al mercato. Non solo cultura, però. Le lotte dei lavoratori del mondo della cultura si stanno unendo, ogni giorno che passa di più, anche a quelle di ricercatori e studenti che proprio oggi hanno preso d’assedio Montecitorio e che sabato saranno in piazza a fianco dei lavoratori della Fiom. «Vorremmo rilanciare l’idea di un Paese dove sia possibile un diverso modello di sviluppo che ponga al centro i diritti, la cultura, la qualità e l’innovazione della produzione».
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