Prezzo della Crisi del 27-10-2010: 'Caritas Migrantes - Nelle tasche degli immigrati'
di Stefano Galieni
Il dossier statistico redatto come ogni anno da “Caritas Migrantes” offre uno spaccato prezioso di quella che è la presenza migrante in Italia, delle problematiche come degli elementi che dovrebbero far riflettere. L’ultimo analizza ed elabora dati, non solo numerici, relativi per lo più all’intero 2009 quando la crisi economica era forte ma ancora si veniva abbindolati con prospettive di ripresa a breve termine. L’anno in corso è stato per innumerevoli fattori, peggiore, ma gli elementi emersi dall’anno precedente offrono numerosi spunti di riflessione. Il primo, il più evidente, nonostante la crisi è aumentata la quantità di Pil prodotta dal lavoro migrante, era lo scorso anno all’11.1%, costituiscono oltre il 10% del lavoro dipendente, con punte dell’80% in alcuni comparti e dichiarano al fisco complessivamente circa 33 miliardi di euro l’anno. Questo nonostante il salario medio di un cittadino straniero sia di circa 970 euro mensili (quello degli autoctono supera i 1200), nonostante le lavoratrici migranti ricevano un trattamento economico ancora più basso. Insomma costo del lavoro ridotto e in condizioni di ricatto eccezionale. Il legame netto fra contratto di lavoro e permesso di soggiorno fa si infatti che la fuoriuscita dal ciclo produttivo rischi facilmente di portare verso l’irregolarità e la clandestinità, ci sono solo sei mesi per ritrovare altra occupazione altrimenti si perde il diritto a restare sul territorio nazionale, anche se vi si è presenti da tanti anni, anche se il proprio nucleo familiare è cresciuto in Italia. Addirittura, secondo una interpretazione di dubbia costituzionalità, mentre si conserva il diritto al permesso di soggiorno se si è in cassa integrazione lo si può perdere se si è in mobilità. In pratica può capitare che pur potendo percepire un reddito minimo si sia al contempo dichiarati espellibili. Ma non è la sola contraddizione su cui ragionare. Questa edizione del Dossier statistico, centra in pieno la questione delle questioni ovvero la crisi, la crisi con cui si confrontano lavoratori stranieri e italiani, con diversi strumenti e spesso, purtroppo entrando in concorrenza fra di loro. Se nel 2007 oltre metà degli italiani percepiva la presenza migrante come pericolosa per l’ordine pubblico ora non è più questa la priorità. Si percepiscono gli immigrati come pericolosi concorrenti per il posto di lavoro. La presenza sul territorio unita ad un sistema di propaganda volutamente atta a distogliere dai problemi reali, fa si che si abbia meno consapevolezza dei pericoli derivanti dalle delocalizzazioni portate avanti da padroni che vogliono comprimere salari e diritti e maggior timore di chi è disposto a lavorare per potere restare in Italia, svolgendo qualsiasi mansione. Il timore trova anche elementi di giustificazione nel momento in cui, a fronte di una perdita costante di posti di lavoro, (527 mila disoccupati in più nel 2009 dati Istat) circa 147 mila cittadini immigrati hanno trovato impiego. Tale dato è però in parte frutto della fallimentare regolarizzazione di colf e badanti e in parte maggiore riguarda chi ha trovato lavoro in mansioni molto dequalificate e sottopagate. L’altro lato della medaglia a cui spesso non si fa riferimento deve invece prendere in esame i nuovi disoccupati. Di questi 3 su 10 sono immigrati. Il ragionamento è solo apparentemente complesso ma si tratta di cifre, 3 su 10 significa che oltre 155 mila su 527 mila che hanno perso lavoro sono immigrati e già il saldo è negativo. Si aggiunga che se solo un lavoratore su 10 è immigrato significa che questo ha molte più probabilità di perdere il lavoro rispetto ad un autoctono. Cosa trarre da questi semplici spunti? Una riflessione immediata, fatta propria soprattutto da lavoratori immigrati sindacalizzati. “ O si costruisce una vera alleanza fra lavoratori, indipendentemente dalla cittadinanza di origine o le conseguenze saranno divise fra tutti.
Il dossier statistico redatto come ogni anno da “Caritas Migrantes” offre uno spaccato prezioso di quella che è la presenza migrante in Italia, delle problematiche come degli elementi che dovrebbero far riflettere. L’ultimo analizza ed elabora dati, non solo numerici, relativi per lo più all’intero 2009 quando la crisi economica era forte ma ancora si veniva abbindolati con prospettive di ripresa a breve termine. L’anno in corso è stato per innumerevoli fattori, peggiore, ma gli elementi emersi dall’anno precedente offrono numerosi spunti di riflessione. Il primo, il più evidente, nonostante la crisi è aumentata la quantità di Pil prodotta dal lavoro migrante, era lo scorso anno all’11.1%, costituiscono oltre il 10% del lavoro dipendente, con punte dell’80% in alcuni comparti e dichiarano al fisco complessivamente circa 33 miliardi di euro l’anno. Questo nonostante il salario medio di un cittadino straniero sia di circa 970 euro mensili (quello degli autoctono supera i 1200), nonostante le lavoratrici migranti ricevano un trattamento economico ancora più basso. Insomma costo del lavoro ridotto e in condizioni di ricatto eccezionale. Il legame netto fra contratto di lavoro e permesso di soggiorno fa si infatti che la fuoriuscita dal ciclo produttivo rischi facilmente di portare verso l’irregolarità e la clandestinità, ci sono solo sei mesi per ritrovare altra occupazione altrimenti si perde il diritto a restare sul territorio nazionale, anche se vi si è presenti da tanti anni, anche se il proprio nucleo familiare è cresciuto in Italia. Addirittura, secondo una interpretazione di dubbia costituzionalità, mentre si conserva il diritto al permesso di soggiorno se si è in cassa integrazione lo si può perdere se si è in mobilità. In pratica può capitare che pur potendo percepire un reddito minimo si sia al contempo dichiarati espellibili. Ma non è la sola contraddizione su cui ragionare. Questa edizione del Dossier statistico, centra in pieno la questione delle questioni ovvero la crisi, la crisi con cui si confrontano lavoratori stranieri e italiani, con diversi strumenti e spesso, purtroppo entrando in concorrenza fra di loro. Se nel 2007 oltre metà degli italiani percepiva la presenza migrante come pericolosa per l’ordine pubblico ora non è più questa la priorità. Si percepiscono gli immigrati come pericolosi concorrenti per il posto di lavoro. La presenza sul territorio unita ad un sistema di propaganda volutamente atta a distogliere dai problemi reali, fa si che si abbia meno consapevolezza dei pericoli derivanti dalle delocalizzazioni portate avanti da padroni che vogliono comprimere salari e diritti e maggior timore di chi è disposto a lavorare per potere restare in Italia, svolgendo qualsiasi mansione. Il timore trova anche elementi di giustificazione nel momento in cui, a fronte di una perdita costante di posti di lavoro, (527 mila disoccupati in più nel 2009 dati Istat) circa 147 mila cittadini immigrati hanno trovato impiego. Tale dato è però in parte frutto della fallimentare regolarizzazione di colf e badanti e in parte maggiore riguarda chi ha trovato lavoro in mansioni molto dequalificate e sottopagate. L’altro lato della medaglia a cui spesso non si fa riferimento deve invece prendere in esame i nuovi disoccupati. Di questi 3 su 10 sono immigrati. Il ragionamento è solo apparentemente complesso ma si tratta di cifre, 3 su 10 significa che oltre 155 mila su 527 mila che hanno perso lavoro sono immigrati e già il saldo è negativo. Si aggiunga che se solo un lavoratore su 10 è immigrato significa che questo ha molte più probabilità di perdere il lavoro rispetto ad un autoctono. Cosa trarre da questi semplici spunti? Una riflessione immediata, fatta propria soprattutto da lavoratori immigrati sindacalizzati. “ O si costruisce una vera alleanza fra lavoratori, indipendentemente dalla cittadinanza di origine o le conseguenze saranno divise fra tutti.
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