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Prezzo della Crisi del 15-02-2010: 'Si muore di lavoro e di non lavoro. Si muore lavorando.'


di Fabio Sebastiani
Si muore di lavoro e di non lavoro. Si muore lavorando. E, senza un lavoro, si muore. Il caso del ragazzo di Vinovo che si è impiccato pochi giorni fa non appena l’azienda gli ha comunicato l’apertura della procedura di mobilità non è il prim. E non sarà l’ultimo. La crisi sta acuendo le contraddizioni di una società che ormai non sa più nemmeno fare profitti se non sulla pelle delle persone in carne ed ossa. Le multinazionali guadagnano punti in borsa se riducono gli addetti, se dimostrano in qualche modo che possono fare a meno delle persone. Nel caso specifico, la multinazionale Carlsberg aveva deciso una operazione di “downsizing” nella rete distributiva.
In poco più di un anno la crisi ha fatto in Italia 600mila disoccupati. Tra pochi mesi la fine del periodo di cassa integrazione per la “prima tranche” di lavoratori fuori dall’azienda da più di un anno, si sommerà al grosso dell’onda lunga di coloro che stanno per essere espulsi dai posti di lavoro. Quanti morti dovremmo ancora contare mister Berlusconi?
Dentro questa vicenda, ancora una volta, ci sono le responsabilità di una classe imprenditoriale che chiede da sempre “mani libere” nel nome di un interesse generale che poi viene regolarmente stracciato quando si tratta di guardare agli interessi di “lor signori”.
Ma quei suicidi ci parlano anche d’altro. Ci parlano di uno Stato pubblico la cui prima mission dovrebbe essere proprio il bene comune. Possiamo capire che di fronte alla crisi si stia un po tutti nelle ristrettezze. Ma non possiamo capire quando queste ristrettezze diventano così evidenti e incalzanti qualcuno stia ottimamente e gli altri possono solo morire. Se siamo troppo piccoli per essere tranquillamente mandati all’inferno e non così grandi da essere salvati non è colpa nostra. E non è questa, certo, la regola che sta alla base della convivenza civile. Nel mentre, lo Stato ha il dovere di assistere chi è più debole e non ce la fa. Altrimenti a cosa serve lo Stato? La forza di questo Stato non aiuta certo la debolezza di chi ne fa parte. La forza di questo Stato serve a prevaricare chi chiede di avere i suoi diritti. C’è una sorta di Bossi-Fini “non scritta”, che viene applicata a chi è nato nel Bel Paese. Cosi come i migranti che diventano cittadini italiani solo se possono dimostrare che hanno un lavoro, i nativi che perdono il lavoro diventano fantasmi. E’ questo che porta migliaia di giovani alla disperazione. Che tu sia invisibile o clandestino non conta se alla fine vieni costretto nella condizione di venderti al prezzo più basso possibile. Alla fine, il senso della “non-politica economica” del Governo Berlusconi è questo. Non prendere alcun provvedimento, perché tanto più tempo passa e più le classi subalterne stanno male. E più stanno male loro e più scende il costo del lavoro.
Nel 2009, secondo l’Istat, le esportazioni italiane sono crollate del 20,7% e le importazioni del 22%, rispetto al 2008. L'Istituto di statistica, intanto, fa sapere che lo scorso anno la bilancia commerciale ha accusato un deficit di 1,791 miliardi, "in forte peggioramento rispetto all'attivo di 9,942 miliardi registrato nel 2008". E’ l’ultimo campanello di allarme, mister Berlusconi. Se anche le esportazioni vanno male siamo proprio fritti. Dopo questo c’è solo la sindrome del Mediterraneo, ovvero essere l’aggressione speculativa ai titoli del debito pubblico. Considerando l'interscambio complessivo del mese di dicembre 2009, le esportazioni sono diminuite, rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, dell'1,9% e le importazioni del 3%. Se a questo aggiungiamo il dato dell’interscambio Ue il disastro è completo. Nel 2009 il saldo della bilancia commerciale coi paesi Ue è stato negativo per 4,109 miliardi: esportazioni calate del 22,5%, importazioni del 17,8%, i dati peggiori dal 1993.
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