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Prezzo della Crisi del 22-02-2010: 'Ribellarsi è giusto'


Ancora un intervento delle forze di polizia per bloccare i lavoratori e permettere ai padroni di proseguire nella strada della desertificazione produttiva del nostro Paese, e della perdita dilagante di posti di lavoro. E’ la Fiat, stabilimento di Pratola Serra. E ancora una volta il governo non esita a schierarsi contro i lavoratori. Che però non ci stanno. Il presidio continua, mentre scioperi e assemblee sono previsti da parte di tutti gli altri stabilimenti Fiat

di Anna Maria Bruni
Un altro intervento pubblico a favore di un privato. E’ il secondo di questo tipo, ma questa volta si tratta della Fiat, Fma di Pratola Serra, dove il governo ha inviato un massiccio dispiegamento di forze di polizia a neutralizzare il presidio dei lavoratori davanti ai cancelli della fabbrica, organizzato per impedire che fossero portati via i motori. Il primo fu all’Innse. Ricordate? Era la prima domenica di agosto, e il padrone doveva far uscire i macchinari, mentre gli operai non erano della stessa opinione. Ed erano lì a presidiare. Approfittando del deserto estivo, il governo diede il lasciapassare all’intervento della polizia per permettere che patron Genta, questo il nome del proprietario, facesse i suoi comodi, che sistemasse i suoi affari. Svendere i macchinari, desertificare la fabbrica, e lasciare a terra 49 famiglie.

L’intervento della polizia serviva a neutralizzare i lavoratori, e a portar fuori le macchine. Ma i lavoratori lo hanno impedito. Stessa cosa oggi, solo che questa volta in ballo c’è la Fiat, e il cappello in mano ce l’ha il governo. Stiamo parlando di 1500 lavoratori, in cassa integrazione da novembre, in presidio davanti ai cancelli per evitare che fossero portati via i motori, unica produzione dello stabilimento, e unica possibilità di inchiodare la Fiat a una risposta dovuta sul futuro dello stabilimento. Perché a quanto sembra la Panda nuova sarà prodotta a Pomigliano con motori fabbricati all’estero. Dunque i lavoratori, facendo due più due tirano somme che non fanno sperare niente di buono per il loro futuro. Mentre dai piani alti della Fiat, come da copione, non arrivano risposte. Arroganza possibile solo quando un governo è complice.

E a cui, come l’Innse insegna, solo il conflitto impone la marcia indietro, e al momento, di tenere aperte le vertenze in corso: Alcoa, Eutelia, Merloni, Omsa, Glaxo, Termini Imerese. Sono solo alcune fra le situazioni “di punta”, quelle che abbiamo conosciuto finora per le proteste messe in campo dai lavoratori, che non si arrendono alla perdita di posti di lavoro, alla desertificazione del territorio, alla trasformazione di uomini e donne in oggetti di transazione economica. Situazioni tenute in ballo dall’ufficializzazione degli incontri al Ministero dello sviluppo economico, senza che su di esse vi sia il bencheminimo piano industriale, mentre il paese vede la sua parte produttiva frantumarsi in mano alle mafie o alle transazioni finanziarie senza alcuna inversione di tendenza. Sono i numeri a dirlo.

Tra il 2002 e il 2009, sostiene l’Ires, il centro studi della Cgil, per impiegati e operai il potere d'acquisto si è ridotto di 2mila euro, mentre oltre 16mila euro sono andati a imprenditori e liberi professionisti. Sul crollo verticale dei redditi pesa il drenaggio fiscale, che ha sottratto ai redditi da lavoro dipendente 1.1.82 euro. Il 10% della popolazione detiene il 45% della ricchezza nazionale. E proprio la Fiat fa da capofila: mentre pretende di chiudere gli stabilimenti, negare accordi, con decine di migliaia di lavoratori in Cassa integrazione, mentre a chi rimane taglia tredicesima e Premio di Risultato, elargisce 247 milioni agli azionisti, altri 4 milioni di azioni gratis ai massimi dirigenti, e aumenta da 11 a 19 milioni i compensi al top-management.

Nel frattempo a gennaio sono aumentate le crisi aziendali, con un massiccio ricorso alla Cigs che vede coinvolti oltre 500mila lavoratori, ovvero più dei lavoratori registrati per tutto il 2009. E’ il quadro che emerge dal rapporto sulla Cig di gennaio a cura dell'Osservatorio Cig del dipartimento Settori produttivi della Cgil. 366 i decreti di ricorso, in aumento del 286,21% rispetto a gennaio 2009, quando i decreti erano 87. 253 per crisi aziendale, 57 per contratto di solidarietà, 17 per fallimento. Solo 13 le riorganizzazioni e 6 le ristrutturazioni.

Questo il quadro di una situazione tenuta a galla da un governo complice di una sistema economico fallimentare, pronto a vendere a colpi di spot gli interventi-toppa capaci, proprio come per i rifiuti a Napoli o per il piano casa a L’Aquila, di riprodurre tutti i guasti che l’hanno generato. E che solo il conflitto e la determinazione dei lavoratori ha smascherato, imponendo tutt’altre soluzioni.
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