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Prezzo della Crisi del 26-02-2010: 'La guerra dei numeri, sbagliati, in Cgil'


di Fabio Sebastiani
82,93% contro 17,07%. E’ questa la percentuale con la quale il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani si avvia a vincere il XVI° Congresso della Cgil.
Il condizionale è d’obbligo, però.
Ieri la Commissione nazionale di garanzia ha presentato i dati. E sono molti i conti che non tornano. A cominciare dal numero dei voti validi superiori al numero dei votanti. Senza parlare del numero dei votanti che è superiore di un terzo rispetto al numero dei partecipanti in un momento in cui la partecipazione complessiva ha sfiorato i quasi due milioni di lavoratori e lavoratrici. Un errore macroscopico, il primo, che verrà certamente corretto, ma che fa venire molti dubbi sull’operato della Commissione di garanzia e dello stesso dipartimento Organizzazione, presenti stamattina ai massimi livelli (Carlo Ghezzi ed Enrico Panini) durante la conferenza stampa in Corso d’Italia.
Ci sarà tempo e modo di sviluppare il confronto, e lo scontro, sui dati diramati al termine della fase dei congressi di base nelle categorie.
Si impone una riflessione non di poco conto rispetto al più grande sindacato dei lavoratori italiani. Perché tutta questa fretta nel voler presentare i dati? Perché arrivare ad ostentare la sciatteria come, sono le parole usate da Ghezzi, una operazione di glasnost? Una sciatteria che arriva fino al punto di mostrare somme che, per dirla alla Totò, non fanno il totale. Nel caso della cifra complessiva dei votanti, non sono 1.810.530 ma 1.782.999.
Questo sedicesimo congresso della Cgil si è caratterizzato, fin dalle sue prime battute, come uno scontro interno ai gruppi dirigenti.
Privo di contenuti e ricco di polemiche. E continua ad essere tale.
La fretta con la quale è stata consumata la presentanzione dei dati lo conferma. E’ stato più importante precedere la conferenza stampa della “mozione due” che avere il tempo di tarare i dati rispetto alla realtà effettiva del voto.
I lavoratori italiani si meritano un sindacato così sciatto?
Evidentemente no. I lavoratori italiani si meritano un sindacato che metta al centro del confronto i contenuti. Soprattutto in una fase così delicata come quella che stiamo attraversando. E dire che, sempre i lavoratori italiani, a questo congresso ci hanno creduto. Ci hanno creduto così tanto che hanno portato a quasi due milioni, circa quattocentomila in più rispetto all’ultimo congresso, il numero delle presenze ai congressi di base. Questo dicono i numeri presentati dalla Commissione di garanzia e dal dipartimento Organizzazione.
Anche in questo caso saltano agli occhi alcune particolarità. Mentre la partecipazione in Emilia Romagna, roccaforte storica della Cgil, è stata del 24%, nel Sud ha segnato percentuali che si attestano esattamente al doppio: Sicilia 52%, Campania 53%. Il palma res ce l’ha la Puglia con il 71% degli iscritti che ha letteralmente preso d’assalto le assemblee di base. Sempre in Puglia viene fuori la Flai, in cui si sono registrati 26mila voti validi su 22mila votanti, e gli Edili, con 13mila voti validi su 12mila votanti.
La mozione Epifani è prevalsa in tutte le categorie nazionali, a esclusione della Fiom, in tutte le Cgil regionali e in tutte le Camere del Lavoro a eccezione di quelle di Brescia e di Reggio Emilia. In totale hanno votato 1.810.530 lavoratori e lavoratrici di cui 594.422 pensionate e pensionati su 5.634.657 iscritti.
Nel dettaglio, ha riferito il segretario confederale Enrico Panini, il 53% delle assemblee ha visto la presenza di entrambe le mozioni, il 13% di nessuna, il 31% solo della mozione Epifani e il 3% solo della seconda mozione. La mozione di maggioranza “I diritti e il lavoro oltre la crisi” ha raggiunto punte superiori al 90% dei consensi in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Epifani ha ottenuto il 55,05% dei voti nella Funzione Pubblica contro il 44,94% di Moccia e il 64,29% tra i bancari della Fisac (contro il 35,71%). Nella Fiom, la seconda mozione ha invece ottenuto il 72,98% dei voti e a Epifani è andato il 27,02% dei voti.
Risultato, la Fiom si presenta a questo sedicesimo congresso come la catetoria dell’opposizione per eccellenza. Una eccellenza pagata con l’isolamento. La Fiom, che ha fatto della democrazia la bandiera della battaglia interna, si troverà ad agire da sola. E’ strano, ma era lo stesso scenario che non più tardi di due anni fa aveva disegnato il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. In questo, non isolato. Al suo fianco un altro “garnde vecchio” dello scontro di classe, Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria.
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