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Prezzo della Crisi del 17-03-2010: 'Il capitalismo è un furto. Il futuro del lavoro nei suicidi del Nord Est.'


di Anna Maria Bruni
14 imprenditori e 7 operai nel 2009, 4 imprenditori dall’inizio dell’anno. Questi i numeri delle persone che sono arrivate al suicidio, il passo successivo alla disperazione. Provocata dal lavoro, si legge. Vogliamo dire dall’assenza di diritti, da sfruttamento becero, da totale solitudine? Parliamo di quegli imprenditori che spesso sono ex-operai, pochi lavoratori alle loro dipendenze, loro simili, spesso parenti, familiari, o vicini di casa. O che si sono messi in proprio con quella che viene definita “ditta individuale”. Cioè lavorano da soli. Padroni di se stessi, è così che cantano in coro politici di maggioranza ed economisti di grido, consulenti pubblici e giornalisti d’assalto in questa messa cantata a una sola voce diretta dalle banche, che con le spalle coperte dai finanziamenti ricevuti, mentre continuano a tutelarsi chiudendo i rubinetti del credito, spendono fior di quattrini in pubblicità che ben recitano l’avventura della messa in proprio, della scommessa sulle proprie passioni.

Peccato che quel che sembra essere il trampolino per la liberazione, che coniuga l’occasione della vita con un lavoro liberato dalla dipendenza, si riveli una trappola mortale. Nella quale neanche la famiglia, sbandierata come il vero ammortizzatore sociale italiano, così naturalmente connaturato al nostro dna da essere elevato a Sistema, nel Libro bianco del Ministro del Lavoro Sacconi, al posto di tutele e diritti, può nulla. E quelle morti stanno lì a dimostrarlo. Perché sono lavoratori imprenditori-di-se-stessi che non possono più mantenere la famiglia, che non possono più pagare gli operai, e che non possono rivolgersi a una moglie che lavora come loro, a una madre o un padre con la pensione minima. E hanno tutte le strade sbarrate. Non solo dalle banche, ma anche dall’agenzia di riscossione dei crediti, vero sciacallaggio di Stato, perché capace di ipotecare proprio quel macchinario o quel furgone che servono per lavorare e ripagare proprio quel debito.

Mentre lo Stato, rappresentato dal governo, non muove paglia per imporre una maggiore liquidità, per evitare la concorrenza sleale, in testa quella cinese - contro la quale, chissà perché in questo caso non si parla di espulsioni né di reato di clandestinità. Che il punto dirimente sia ancora una volta il profitto? - Per stabilire una moratoria sull’Iva per cassa, contro le gare di appalto al massimo ribasso, e potremmo continuare. Questo il quadro che ci rimanda il nostro Nord Est, dopo anni di portabandiera della capacità di intrapresa del singolo contro i privilegi e il parassitismo del lavoratore dipendente, peggio che mai pubblico. Coro a una sola voce anche qui non solo della maggioranza o della Lega, ma anche dei molti mètr-à-penser del Pd. E’ il risultato della finanziarizzazione dell’economia, dove il moderno padrone è la banca, se non direttamente una finanziaria, e il piccolo imprenditore è il nuovo dipendente.

Con la differenza, sostanziale, che è solo. Non ci sono compagni di lavoro, non c’è consiglio di fabbrica, non c’è sindacato. E non ci sono ammortizzatori sociali: è un imprenditore, il rischio di impresa è suo. E non ci può essere famiglia. E non c’è più comunità. Questo nuovo lavoratore è il modello che ci viene proposto nonostante sia già sotto i nostri occhi il fallimento. E’ “l’individuo proprietario”, già da anni della casa, trasformata in bene privato e non più diritto sociale, della quale il vero padrone è, finché non si salda il debito, ancora una volta la banca, o della macchina, con nuovi debiti e stesso padrone. E dove la privatizzazione dei servizi e dell’istruzione avanza a passi da gigante. Questo è il nuovo orizzonte atomizzante nel quale si muoverà il lavoro, e la cui unica consolazione, nel vuoto abissale, sembra essere un “telefono amico” e uno staff di esperti e di psicologi a mettere pezze su una cancrena, che sta avanzando in tutto il paese.
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