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VIAGGIO NELLA CRISI - Umbria e Marche nella bufera. Il lungo suicidio industriale dell'Antonio Merloni


di Francesco Piccioni (ilManifesto del 04/03/2010)
L’Umbria ricca te la lasci alle spalle insieme a Gubbio, arroccata sulla collina. Man mano che ti avvicini a Gualdo Tadino, e poi la superi verso Nocera, il paesaggio resta denso di abitazioni con un po’ di terra intorno. Ma zero insediamenti produttivi. Poi, d’improvviso, ecco la Ardo, il marchio usato da Antonio Merloni per la sua linea di
elettrodomestici. Un capannone lunghissimo e visibilmente inattivo, con grandi piazzali vuoti intorno. Una cattedrale nel deserto si sarebbe detto negli anni ‘70, un po’ come la Fiat di Melfi, che se la vedi passando di notte sembra Las Vegas in mezzo al buio fitto.

Qui non si lavora più da mesi. Un gruppo di operai sta usando il gabbiotto del custode per un’assemblea permanente – «non è un’occupazione», ci tengono a dire – in attesa che qualcosa si muova per delineare un futuro. Fanno tutto da soli, con un po’ di sindaci del
circondario che portano solidarietà e invitano tutti i colleghi della regione a «fare come quando c’è stato lo stesso problema per la Thyssen, a Terni». Donatello Tinti, sindaco Pd di Nocera Umbra, viene spesso presso questo gabbiotto («e qualcuno mi ha anche consigliato di non farlo...»). Molti dei suoi cittadini lavoravano qui, gli sembra normale.
Lo stesso è per Orfeo Goracci, sindaco comunista di Gubbio. Semmai stupisce il sindaco di Gualdo (berlusconiano), che pure dovrebbe interessarsi dei suoi 365 compaesani rimasti senza futuro. Anche la Regione sembra abbastanza lontana. La «governatrice» Lorenzetti non si è mai pronunciata, o almeno questi lavoratori non se ne sono accorti. Lo dicono con un po’ di rabbia, vedendo che il suo collega marchigiano – Spacca – si dà invece un gran daffare.

Il sindacato, qui, non ha lasciato un buon ricordo. «Troppo politicizzato», dicono convinti. Sarà perché era una zona in fondo molto democristiana, e la Cisl dominava le tessere. Sarà perché il padrone – di qua e di là delle colline – si chiama Merloni e può vantare una nipote deputato (Pd), che non ha mai profferito verbo sul destino di una
società che pure porta il suo nome. Sarà perché qui li hanno sempre chiamati «metal-mezzadri», operai con l’orto, o con qualche capo di bestiame o un po’ di legna di bosco da tirar su. Pagano un affidarsi ad altri, che li ha già castigati duro quando la fabbrica tirava e i ritmi folli inducevano a «tenersi su» con gli psicofarmaci o la cocaina. E che
pagano ora, quando il padrone se ne va e solo in pochi – tra quelli istituzionalmente chiamati a difenderli – si fanno vedere. Uno di loro, Gianluca, ha potuto parlare dal palco del «popolo viola», sabato scorso, e non ha lesinato critiche ai sindacati. Al contrario, dal lato Fabriano, almeno la Fiom ha mantenuto credibilità.

Anche il possibile arrivo «dei cinesi», sul crinale umbro, non risulta convincente. «In ogni crisi industriale – dice Evaristo Agnelli, dirigente nazionale Fiom con una vita nelle fabbriche – da un anno a questa parte vengono sempre evocati i cinesi; ma non arrivano mai». Qui hanno il nome della China Machi, una holding di stato specializzata in
«promozione territoriale», logistica commerciale ed elettrodomestici. «Ma avrebbe senso – spiega Giulino Brandoni, consigliere regionale Prc – forse per portare qui semilavorati propri e metterci su il marchio Ardo». Non una soluzione che possa salvaguardare 2.400 posti, di cui più di mille qui a Gaifana. Anche perché, finora, nessuno – nemmeno i cinesi
– ha presentato una proposta ufficiale ai commissari straordinari. Negli ultimi giorni era persino girata voce che «non erano potuti venire a causa delle limitazioni della Bossi-Fini» sull’immigrazione. Uno degli operai taglia però corto: «voglio proprio vedere Vittorio Merloni – l’altro ramo della famiglia, proprietario del marchio Indesit – che si
fa venire i cinesi in casa, a Fabriano».

L’alternativa, che pare tramontata, era rappresentata dalla Quadrilatero spa. Una società specializzata in infrastrutture, non in prodotti industriali; e con problemi statutari (ci sono dentro enti locali, che dovrebbero farsi da parte a favore dei privati, facendo magari rientrare dalla finestra lo stesso Merloni). In realtà, l’unica cosa che sembra
avere una qualche concretezza resta «l’accordo di programma», una sorta di incentivo pubblico (con fondi messi dallo stato, regioni e province) per invogliare eventuali investitori a farsi avanti. Non è detto che funzioni, anche perché il governo – nell’ultima finanziaria – ha ridotto il suo contributo da 50 a 35 milioni, ma 25 se ne andranno solo per gli ammortizzatori sociali. Ma se non altro serve a rinviare il momento in cui i commissari dovranno portare i libri in tribunale, facendo scattare
le procedure di mobilità «lunga». Una misura che a questi lavoratori – età media 40-45 anni – non è nemmeno sufficiente ad avvicinare l’età della pensione.

Resta la rabbia per un fallimento annunciato. Ricordano un investimento di 9 milioni di euro per una linea di lavastoviglie per il mercato Usa. Ma era sbagliato il motore elettrico (lì non c’è l’elettricità domestica a 220 volt) e anche la misura della spina per l’alimentazione. «Mai visto un ingegnere, qua; solo un precario che appena ha trovato di meglio è scappato». Deindustrializzazione per incapacità manageriale, insomma. «Servirebbe che lo stato avesse una politica industriale, come faceva con l’Iri», ricorda Tinti. Già, ma l’Europa attuale – costruita per favorire le imprese private – lo vieterebbe. Luminoso caso di oscuramento della ragione: proprio quando l’impresa non ha avuto più ostacoli, il sistema è crollato. E ora che c’è l’incendio, la Ue ancora
pensa a tener fermi i pompieri.
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