Prezzo della Crisi del 11-05-2010: 'Lavoratori italiani tra i più poveri, lo dice l’Ocse'
E’ quanto riporta il Rapporto “Taxing Wages” dell’organizzazione di Parigi che conferma l’Italia al 23° posto sui salari netti 2009, su 30 nazioni prese in esame. Più bassi di Grecia, Irlanda e Spagna.
di Vittorio Bonanni
Più bassi di quelli dei lavoratori greci. E’ questo il responso riguardante l’Italia della tabella del Rapporto “Taxing Wages” dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sui salari netti del 2009 dei paesi più industrializzati del pianeta. L’Italia è dunque negli ultimi posti, esattamente al 23/o su 30 nazioni prese in esame, con guadagni inferiori del 16,5% rispetto alla media dei 30 membri dell’organizzazione di Parigi. La stessa posizione insomma dello scorso anno. Il Rapporto, che considera il salario netto medio di un lavoratore single senza carichi di famiglia, viene sempre calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Non cambia il posto in classifica, sempre il 23/o, quando si parla di un lavoratore italiano, unico percettore di reddito, con coniuge e due figli a carico.
La classifica vede al primo posto (oltre 40mila euro) i lavoratori della Corea del Sud. Seguono quelli di Gran Bretagna, Lussemburgo, Svizzera, Norvegia, Paesi Bassi, Giappone (33.395). L’Italia come detto è 23esima con un salario medio di 22.027 euro, migliore soltanto di quelli di Portogallo, Repubblica Ceca, Turchia, Polonia, Rep. Slovacca, Ungheria e Messico. La media dei salari Ocse è di 26.395 euro, mentre quella dell’Ue a 15 è di 28.454 euro. Dunque paesi che risulterebbe alle prese con maggiori difficoltà economiche, come Grecia appunto, ma anche Irlanda e Spagna, riescono comunque a garantire stipendi più alti ai propri dipendenti. Immutata anche l’alta pressione fiscale sulle retribuzioni. Il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, è in Italia al 46,5%, più basso soltanto di quello del Belgio (55,2%), dell’Ungheria (53,4%), della Germania (50,9%), della Francia (49,2%) e dell’Austria (47,9%). Questi dati, peraltro disconosciuti dal governo, «non hanno riscontro nella realtà» ha detto il ministro del Lavoro Sacconi, dovrebbero obbligare l’esecutivo a non approvare in futuro alcuna manovra economica ulteriormente penalizzante nei confronti dei lavoratori italiani. Una nuova riduzione del potere d’acquisto dei salari italiani renderebbe infatti ancora più difficile una ripresa economica. Di fronte a questi dati salari e lavoro si confermano come le principali emergenze da affrontare. Per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, questi dati confermano che la lotta di classe «in Italia è più che mai legittima e che a vincerla al momento sono i padroni». Dal canto suo il segretario del Prc e portavoce della Federazione Paolo Ferrero ha posto l’accento anche sulla necessità di ridurre l’alta tassazione sui redditi da lavoro dipendente. Urge insomma un’inversione di tendenza. E il fatto che anche in ambienti vicini al Fmi si sia tornati a parlare di tassare le rendite finanziarie, qualcosa di simile alla Tobin tax, è il segno che anche i capitalisti hanno capito che bisogna cominciare a rivolgersi altrove per reperire risorse utili alla ripresa dell’economia.
di Vittorio Bonanni
Più bassi di quelli dei lavoratori greci. E’ questo il responso riguardante l’Italia della tabella del Rapporto “Taxing Wages” dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sui salari netti del 2009 dei paesi più industrializzati del pianeta. L’Italia è dunque negli ultimi posti, esattamente al 23/o su 30 nazioni prese in esame, con guadagni inferiori del 16,5% rispetto alla media dei 30 membri dell’organizzazione di Parigi. La stessa posizione insomma dello scorso anno. Il Rapporto, che considera il salario netto medio di un lavoratore single senza carichi di famiglia, viene sempre calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Non cambia il posto in classifica, sempre il 23/o, quando si parla di un lavoratore italiano, unico percettore di reddito, con coniuge e due figli a carico.
La classifica vede al primo posto (oltre 40mila euro) i lavoratori della Corea del Sud. Seguono quelli di Gran Bretagna, Lussemburgo, Svizzera, Norvegia, Paesi Bassi, Giappone (33.395). L’Italia come detto è 23esima con un salario medio di 22.027 euro, migliore soltanto di quelli di Portogallo, Repubblica Ceca, Turchia, Polonia, Rep. Slovacca, Ungheria e Messico. La media dei salari Ocse è di 26.395 euro, mentre quella dell’Ue a 15 è di 28.454 euro. Dunque paesi che risulterebbe alle prese con maggiori difficoltà economiche, come Grecia appunto, ma anche Irlanda e Spagna, riescono comunque a garantire stipendi più alti ai propri dipendenti. Immutata anche l’alta pressione fiscale sulle retribuzioni. Il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, è in Italia al 46,5%, più basso soltanto di quello del Belgio (55,2%), dell’Ungheria (53,4%), della Germania (50,9%), della Francia (49,2%) e dell’Austria (47,9%). Questi dati, peraltro disconosciuti dal governo, «non hanno riscontro nella realtà» ha detto il ministro del Lavoro Sacconi, dovrebbero obbligare l’esecutivo a non approvare in futuro alcuna manovra economica ulteriormente penalizzante nei confronti dei lavoratori italiani. Una nuova riduzione del potere d’acquisto dei salari italiani renderebbe infatti ancora più difficile una ripresa economica. Di fronte a questi dati salari e lavoro si confermano come le principali emergenze da affrontare. Per Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, questi dati confermano che la lotta di classe «in Italia è più che mai legittima e che a vincerla al momento sono i padroni». Dal canto suo il segretario del Prc e portavoce della Federazione Paolo Ferrero ha posto l’accento anche sulla necessità di ridurre l’alta tassazione sui redditi da lavoro dipendente. Urge insomma un’inversione di tendenza. E il fatto che anche in ambienti vicini al Fmi si sia tornati a parlare di tassare le rendite finanziarie, qualcosa di simile alla Tobin tax, è il segno che anche i capitalisti hanno capito che bisogna cominciare a rivolgersi altrove per reperire risorse utili alla ripresa dell’economia.
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