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Prezzo della Crisi del 22-05-2010: 'Lavoro, le risposte mancate, e poco convincenti, del Pd '
Dopo tanti mal di pancia e tanti scontri interni, sembra che il Pd sia arrivato ad una posizione unitaria sul delicato tema del lavoro e dei diritti. Non ci sono novità di rilievo. L’unico elemento degno di nota è la sconfitta della posizione del professor Pietro Ichino e della sua idea di uniformare i diritti verso il basso. Il documento uscito dall’Assemblea nazionale di Roma ha il taglio della mediazione tra le diverse anime. Risultato, una elaborazione che guarda più che altro alla necessità dell’unità interna piuttosto che alla ricerca di soluzioni convincenti e di reale avanzamento per la condizioni di milioni di lavoratori, soprattutto giovani. Lo schema adottato è quello della “flessicurezza”, ovvero libertà alle imprese di servirsi come meglio credono al “supermarket” della forza lavoro e successivo intervento risarcitorio da parte dello Stato. Di unire il mondo del lavoro non se ne parla proprio, anzi.

Secondo la sintesi proposta dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, rimangono due canali sostanziale nel mondo del lavoro; ma i lavoratori con contratto a tempo determinato e i lavoratori a progetto, avrebbero le stesse tutele sociali dei dipendenti a tempo indeterminato. In più le aliquote contributive sarebbero uguali, il che porterebbe a rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato.

L’unico spunto apprezzabile riguarda il tentativo, non si sa quanto effettivo, di rendere il lavoro precario più costoso di quello a tempo indeterminato. Posto che nel mercato del lavoro, alla fine, il costo non lo fanno le leggi ma i rapporti di forza, la proposta del Pd non sembra rendere questo elemento sufficientemente rafforzato da un impianto normativo di esigibilità. Insomma, le imprese alla fine continuano ad avere la mano libera proprio perché, per esempio, poco si dice sulla riduzione delle tipologie di lavoro. La “flessicurezza”, di stampo europeo, ha un senso solo se accompagnata da un welfare che non fa elemosina, da agenzie formative in grado di trasmettere conoscenze e abilità e, soprattutto, da una lotta senza quartiere al lavoro nero. Pura utopia, quindi, in una Italia che su tutti e tre questi versanti ha segnato arretramenti straordinari.

Proprio per il suo carattere di “mediazione” il documento lascia ancora molte questioni irrisolte, e dallo stesso “ispiratore”, il capogruppo alla Camera Cesare Damiano, viene definito una . Molti interventi durante l’Assemblea nazionale hanno, infatti, posto la necessità di completare e meglio esplicitare le proposte contenute nel documento tra l’altro per quanto riguarda la promozione e la valorizzazione del lavoro delle donne, la lotta al lavoro nero e le misure per la sua emersione, l’individuazione di forme di partecipazione dei lavoratori e di decisione economica.

Rimane la questione del sindacato, che si può inquadrare con una chiara ed esplicita domandano si può infatti continuare a far finta che nel Pd non siano rappresentate in qualche modo le tre componenti del sindacalismo confederale. Aver posto il limite invalicabile del luogo di lavoro alla battaglia contro la precarietà, ciò varrà come un divieto esplicito anche per il sindacato?
di Fabio Sebastiani

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