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Prezzo della Crisi del 24-05-2010: 'Sciopero europeo, aspettando Godot stavolta la Ces rischia grosso '
di Fabio Sebastiani
Tutti ricordiamo il segretario generale della Ces, la confederazione europea dei sindacati - anzi, sarebbe meglio dire la confederazione dei sindacati europei – John Monks sul palco del sedicesimo congresso della Cgil a Rimini tuonare contro i disastri del “capitalismo – casinò”, un termine coniato da lui stesso al congresso della Ces a Siviglia due anni fa. Un intervento, breve ed efficace, mentre da Atene arrivavano le drammatiche notizie sul rogo alla banca dove morirono tre lavoratori. Forse troppo breve, visto che la crisi finanziaria che l’Europa sta attraversando in queste settimane interroga non poco l’organizzazione sindacale europea. E’ davvero tanto pretendere di mettere in agenda uno sciopero europeo? Quello che si è riusciti a sapere, stressando non poco gli uffici stampa della Ces, è che forse a settembre potrebbe esserci una manifestazione a Bruxelles. Una manifestazione, e non uno sciopero. E’ cosa molto diversa. Alla fine, come è già accaduto in occasione delle mobilitazioni contro la Bolkstein, a fare numero sono gli apparati dei sindacati nazionali. E’ vero, non c’è un diritto di sciopero europeo. E allora perché non sciogliamo il sindacato europeo? Il punto è che non si può rimanere a metà del percorso. La crisi finanziaria sta attaccando l’economia reale e il trat d’union sono i lavoratori a reddito fisso e i pensionati. Se non si mette mano alla mobilitazione comunque il sindacato europeo sarà sciolto di fatto.
In questi gironi si è scioperato in Grecia e in Spagna. Si sciopera perfino in Romania. Si è scioperato, infine, anche in Italia (12 marzo) anche se a non crederci fino in fondo è stata la stessa Cgil. Tutte mobilitazioni che hanno, in fondo, la stessa motivazione, la crisi economica che governi e imprenditori, banchieri e speculatori vogliono far pagare ai lavoratori. E questo mentre l’Europa corre veloce verso i 22 milioni di disoccupati e i vari governi dell’Ue stanno mettendo mano a manovre di centinaia di miliardi.
C’è la difficoltà a capire da parte della Ces che questa volta si lotta per l’esistenza del sindacato. Il ritardo è palese rispetto alla sfida politica e sociale in campo. Nessuno dei sindacati nazionali ha voluto portare fino in fondo quel processo chiamato “cessione di sovranità” che consentirebbe alla Ces di rappresentare davvero i lavoratori europei. Ed oggi ci ritroviamo poco più che una “sigla senz’anima” che ogni tanto dà prove di “esistenza in vita” con comunicati che sembrano provenire dal pianeta Marte.
Come è possibile avere una Europa Sociale, concetto che ricorre sempre nei comunicati della Ces, se ciò che di “Sociale” c’è all’interno del Vecchio continente non dà una prova concreta della sua capacità di rappresentare un potere autonomo e in grado di portare avanti il suo programma?
La piattaforma europea contro la crisi non è un vagheggiamento estremista ma la realtà che oggi interessa milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici dell’Europa. La crisi ha avuto, tra tanti disastri, un valore di chiarezza. Oggi, ad Est come a Ovest, a Sud come a Nord i cittadini capiscono che non c’è una “via breve” o “territoriale” per uscire dal tunnel. La Ces o punta su questo sentimento oppure è destinata alla sconfitta storica.

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