Prezzo della Crisi del 25-05-2010: 'Qualificati e precari, sempre di più nella Capitale '
A Roma è sempre più alta la formazione di chi si offre al mercato del lavoro, il quale però è capace solo di concedere lavori a tempo indeterminato o part-time.
di Vittorio Bonanni
Una volta avere una qualifica, o più qualifiche, poteva significare grandi opportunità nel mondo del lavoro. Soprattutto se le qualifiche erano di un certo tipo. Oggi nella capitale invece una forza lavoro che a Roma negli ultimi due anni ha per l’80% una formazione medio-alta, riesce solo ad inserirsi, anche in questo caso nell’80% dei casi, con contratti a tempo determinati e dunque precari per definizione. O, peggio ancora, part-time Questo scenario non proprio confortante emerge da uno studio condotto dalla facoltà di sociologia de La Sapienza di Roma coordinato dal professor Paolo De Nardis, dal titolo “Mutamenti del lavoro a Roma tra crisi e riforme: 2008-2010 un biennio che cambia”. La ricerca è stata presentata questa mattina ai musei Capitolini insieme all’assessore capitolino al commercio, Davide Bordoni. Un’analisi che intende fornire degli strumenti al
mondo del lavoro da utilizzare per intervenire al meglio dopo due anni di grave crisi economica. A Roma in particolare abbiamo assistito al fenomeno della “polverizzazione” dell’economia industriale locale iniziata nel 2008 a favore di una “terziarizzazione” del contesto produttivo. «Questo studio ci consente di intervenire sulle politiche del lavoro - ha detto Bordoni - sono stati due anni di mutamenti significativi ci deve essere un punto d’intesa con le altre istituzioni per superare la crisi che comunque a Roma è stata affrontata meglio per la sua struttura che si basa sul turismo e sul lavoro dipendente». A fronte di questi dati apparentemente confortanti si registra a Roma un uso massiccio della
flessibilità, una maggiore diffusione del part-time a fronte, come dicevamo, di una più grande possibilità, da parte delle aziende, di reperire personale competente. Un paradosso insomma, che scoraggio qualsiasi lavoratore ad impegnarsi di più nella formazione o lo
incoraggia invece ad un più che motivato esodo. Concludiamo questa riflessione riportando una serie di dati sulla composizione del lavoro nella città. Il tasso di occupazione è del 60% (58% a livello nazionale) con una presenza del pubblico impiego del 22% (14% in Italia), una forte presenza del lavoro flessibile con le piccole imprese private 35% (25% nazionale) e una crescita del lavoro femminile che si attesta al 53%. Il settore principale è sempre il terziario che detiene il record nazionale di addetti complessivi: l’84%. Sul sommerso invece il Lazio è una regione in bilico: nel periodo nel 2006-2009 un terzo dei lavoratori è risultato essere in nero. A Roma il 77% del lavoro è dipendente. Il 40% è a tempo indeterminato, il 27% determinato. E ancora il 2% apprendistato, lo 0,5% interinale, il 9% ha varie forme di collaborazione, l’1,5% è socio di cooperativa, il 15% lavoratore autonomo, l’1% ha un contratto di formazione e il 3,5% un lavoro informale. Il calo del lavoro nell’impiego si registra nel lavoro strutturato, stabile: cioè quello a tempo determinato. Calo che favorisce appunto il lavoro a termine o altre forme contrattuali e che la crisi ha contribuito ad accelerare questo processo già in atto da anni.
di Vittorio Bonanni
Una volta avere una qualifica, o più qualifiche, poteva significare grandi opportunità nel mondo del lavoro. Soprattutto se le qualifiche erano di un certo tipo. Oggi nella capitale invece una forza lavoro che a Roma negli ultimi due anni ha per l’80% una formazione medio-alta, riesce solo ad inserirsi, anche in questo caso nell’80% dei casi, con contratti a tempo determinati e dunque precari per definizione. O, peggio ancora, part-time Questo scenario non proprio confortante emerge da uno studio condotto dalla facoltà di sociologia de La Sapienza di Roma coordinato dal professor Paolo De Nardis, dal titolo “Mutamenti del lavoro a Roma tra crisi e riforme: 2008-2010 un biennio che cambia”. La ricerca è stata presentata questa mattina ai musei Capitolini insieme all’assessore capitolino al commercio, Davide Bordoni. Un’analisi che intende fornire degli strumenti al
mondo del lavoro da utilizzare per intervenire al meglio dopo due anni di grave crisi economica. A Roma in particolare abbiamo assistito al fenomeno della “polverizzazione” dell’economia industriale locale iniziata nel 2008 a favore di una “terziarizzazione” del contesto produttivo. «Questo studio ci consente di intervenire sulle politiche del lavoro - ha detto Bordoni - sono stati due anni di mutamenti significativi ci deve essere un punto d’intesa con le altre istituzioni per superare la crisi che comunque a Roma è stata affrontata meglio per la sua struttura che si basa sul turismo e sul lavoro dipendente». A fronte di questi dati apparentemente confortanti si registra a Roma un uso massiccio della
flessibilità, una maggiore diffusione del part-time a fronte, come dicevamo, di una più grande possibilità, da parte delle aziende, di reperire personale competente. Un paradosso insomma, che scoraggio qualsiasi lavoratore ad impegnarsi di più nella formazione o lo
incoraggia invece ad un più che motivato esodo. Concludiamo questa riflessione riportando una serie di dati sulla composizione del lavoro nella città. Il tasso di occupazione è del 60% (58% a livello nazionale) con una presenza del pubblico impiego del 22% (14% in Italia), una forte presenza del lavoro flessibile con le piccole imprese private 35% (25% nazionale) e una crescita del lavoro femminile che si attesta al 53%. Il settore principale è sempre il terziario che detiene il record nazionale di addetti complessivi: l’84%. Sul sommerso invece il Lazio è una regione in bilico: nel periodo nel 2006-2009 un terzo dei lavoratori è risultato essere in nero. A Roma il 77% del lavoro è dipendente. Il 40% è a tempo indeterminato, il 27% determinato. E ancora il 2% apprendistato, lo 0,5% interinale, il 9% ha varie forme di collaborazione, l’1,5% è socio di cooperativa, il 15% lavoratore autonomo, l’1% ha un contratto di formazione e il 3,5% un lavoro informale. Il calo del lavoro nell’impiego si registra nel lavoro strutturato, stabile: cioè quello a tempo determinato. Calo che favorisce appunto il lavoro a termine o altre forme contrattuali e che la crisi ha contribuito ad accelerare questo processo già in atto da anni.
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