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Prezzo della Crisi del 12-06-2010: 'Fiat, non chiamatelo accordo, tantomeno “accordo separato” '
di Fabio Sebastiani per Controlacrisi.org
Chiamare semplicemente “accordo separato” ciò che si sta consumando nella vicenda Fiat non aiuta a fare chiarezza, né a dare la giusta prospettiva a ciò che accadrà nei prossimi mesi. Innanzitutto, non siamo in presenza di un accordo, nel senso che il merito di quanto Fim, Uilm, Ugl e Fismic sono pronti a sottoscrivere su Pomigliano d’Arco è esattamente ciò che la Fiat ha preteso fin dal primo istante. Di solito, gi accordi arrivano dopo un confronto e una elaborazione alla ricerca di nuovi contenuti che tengano conto di tutte le istanze presenti. A Roma, venerdì sera, non è certo accaduto questo. A dirlo è stata la stessa Fiat, che fin da primo momento ci ha tenuto a sottolineare il principio del “prendere o lasciare”. Imbarazzante il silenzio di chi poi alla fine ha accettato questa impostazione. Un conto è capire che non si può superare un certo limite e si fa di tutto per avvicinarsi il più possibile, dentro il gioco della trattativa sindacale. Un altro conto è partecipa!
re a una trattativa in cui l’altra parte dichiara che non ci sono margini. Non ci si salva la coscienza dicendo che la Fiat era pronta a trasferire gli impianti in Polonia.
Non a caso lo stesso Marchionne ha sempre voluto riferirsi direttamente ai lavoratori, saltando la mediazione sindacale. Questo l’avevano capito i sindacati? Aveva, infatti, più senso. Era una posizione paradossalmente più corretta. L’ha fatto attraverso l’arma del ricatto e dell’intimidazione, però. E’ questo il manager del futuro, come lui stesso ama definirsi? E’ così che il nostro Paese sta cercando una strada per uscire dalla crisi?
C’è poi un altro motivo per il quale il “colpo di mano” della Fiat non può definirsi accordo separato, ed è l’estrema politicità dell’operazione nel suo complesso. Ogni gesto che fa la Fiat parla di politica, certo. Ma in questo caso la dimensione politica assume un rilievo tutto particolare. Avendo adottato il modello dell’esclusione, Sergio Marchionne ha definitivamente iscritto il suo percorso dentro quello del centrodestra liberista. Anche se la Fiat ha già dimostrato di non avere bandiere e simboli e di trovarsi a suo agio di fronte ad Obama come davanti a Berlusconi, ammesso che i due possano stare sullo stesso piano, dalla vicenda di Pomigliano esce con nettezza il mesaggio che dalla crisi si può tentare di uscire solo passando sopra i cadaveri delle organizzazioni sindacali e riducendo i lavoratori a diventare gli “interlocutori del ricatto”. Un linea politica di cui Silvio Berlusconi è stato l’iniziatore.
Dal ricatto non può nascere alcuna economia, però. Soprattutto, non potrà nascere alcun prodotto, vuoi che sia un semplice panetto di burro o un’automobile. Il tentativo che faranno le classi dirigenti di riparare a questi macroscopici errori non potrà che produrre un regime autoritario, come è già accaduto. La crisi, come è stato sempre nella storia dell’uomo, è una opportunità anche quando colpisce l’attività economica. Pensare di uscirne utilizzando la paura non porta da nessuna parte.
E se è la paura a dominare la “consultazione” dei lavoratori non ha alcun senso. Va da sé.

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