Prezzo della Crisi del 23-06-2010: 'Diritti in fabbrica e giustizia sociale, due strade da percorrere insieme '
A proposito dell’articolo di Eugenio Scalfari uscito domenica. Non si può sperare di redistribuire le risorse abbassando la guardia nei luoghi di lavoro.
di Vittorio Bonanni per controlacrisi.org
Domenica scorsa nel consueto editoriale di Eugenio Scalfari su “Repubblica”, l’ex direttore dell’autorevole quotidiano, affrontando la vicenda di Pomigliano d’Arco e del graduale venir meno dei diritti dei lavoratori di fronte agli effetti della globalizzazione, proponeva la seguente ricetta, che qui esponiamo sinteticamente. Cercare di frenare questa tendenza è praticamente impossibile. Ora come ora non possiamo far nulla, né possono far nulla i sindacati. Bisognerà attendere che nei paesi periferici gli operai aumentino, ma questo non potrà che avvenire lentamente, il loro tenore di vita e con esso conquistini diritti che ora non hanno. In Occidente invece bisognerà cercare di agire su una necessaria ed urgente redistribuzione dei redditi che compensi appunto il ripristino di atteggiamenti autoritari in fabbrica e il venir meno di diritti che sembravano inalienabili. Ma questi due atteggiamenti, uno fatalistico, di supina accettazione dell’esistente, l’altro invece che pre!
suppone un livello di conflittualità politica non indifferente - non si è mai visto qualcuno rinunciare di sua spontanea volontà ad una parte del proprio reddito a favore di un altro - non possono andare di pari passo. Pensare di avanzare da un lato retrocedendo dall’altro è pura illusione anche perché le forze che si mettono di traverso nei confronti di qualsiasi tentativo di conquista e di ripristino della giustizia sociale sono le stesse. Per tutte queste ragioni la battaglia della Fiom su Pomigliano, che ha portato i “no” a sfiorare il 40%; quella dei lavoratori polacchi di Tychy che hanno manifestato la loro solidarietà ai loro colleghi italiani; il non demordere, per cambiare discorso, dei portuali greci che continuano a bloccare la partenza dei traghetti dal Pireo per protesta contro la riforma del cabotaggio e il piano di austerity, sono tutti tasselli di un stesso puzzle che, certo, faticherà a disegnare uno scenario più chiaro e riconoscibile perché la sfida è en!
orme, ma la cui definizione è assolutamente necessaria per pot!
er invertire la rotta di una nave il cui approdo rischia di chiamarsi, schiavitù, sfruttamento, diritti sempre più labili, e il venir meno di una democrazia sempre più traballante in Italia, anello debole di una catena che coinvolge però tutto il Vecchio continente. Per finire vogliano fare nostre le considerazioni che Luciano Gallino ha scritto oggi sempre su “Repubblica”. Quel modello che la Fiat vorrebbe imporre a Pomigliano e in ultima analisi in tutto il Paese non farebbe che aprire nuovi spazi di disuguaglianza con il rischio di far crescere nuove tensioni sociali. Caro Scalfari no, non siamo d’accordo. Se si vogliono redistribuire le risorse in Occidente non si può abbassare la guardia nei posti di lavoro. Non esiste un’altra strada, ci piaccia o no.
di Vittorio Bonanni per controlacrisi.org
Domenica scorsa nel consueto editoriale di Eugenio Scalfari su “Repubblica”, l’ex direttore dell’autorevole quotidiano, affrontando la vicenda di Pomigliano d’Arco e del graduale venir meno dei diritti dei lavoratori di fronte agli effetti della globalizzazione, proponeva la seguente ricetta, che qui esponiamo sinteticamente. Cercare di frenare questa tendenza è praticamente impossibile. Ora come ora non possiamo far nulla, né possono far nulla i sindacati. Bisognerà attendere che nei paesi periferici gli operai aumentino, ma questo non potrà che avvenire lentamente, il loro tenore di vita e con esso conquistini diritti che ora non hanno. In Occidente invece bisognerà cercare di agire su una necessaria ed urgente redistribuzione dei redditi che compensi appunto il ripristino di atteggiamenti autoritari in fabbrica e il venir meno di diritti che sembravano inalienabili. Ma questi due atteggiamenti, uno fatalistico, di supina accettazione dell’esistente, l’altro invece che pre!
suppone un livello di conflittualità politica non indifferente - non si è mai visto qualcuno rinunciare di sua spontanea volontà ad una parte del proprio reddito a favore di un altro - non possono andare di pari passo. Pensare di avanzare da un lato retrocedendo dall’altro è pura illusione anche perché le forze che si mettono di traverso nei confronti di qualsiasi tentativo di conquista e di ripristino della giustizia sociale sono le stesse. Per tutte queste ragioni la battaglia della Fiom su Pomigliano, che ha portato i “no” a sfiorare il 40%; quella dei lavoratori polacchi di Tychy che hanno manifestato la loro solidarietà ai loro colleghi italiani; il non demordere, per cambiare discorso, dei portuali greci che continuano a bloccare la partenza dei traghetti dal Pireo per protesta contro la riforma del cabotaggio e il piano di austerity, sono tutti tasselli di un stesso puzzle che, certo, faticherà a disegnare uno scenario più chiaro e riconoscibile perché la sfida è en!
orme, ma la cui definizione è assolutamente necessaria per pot!
er invertire la rotta di una nave il cui approdo rischia di chiamarsi, schiavitù, sfruttamento, diritti sempre più labili, e il venir meno di una democrazia sempre più traballante in Italia, anello debole di una catena che coinvolge però tutto il Vecchio continente. Per finire vogliano fare nostre le considerazioni che Luciano Gallino ha scritto oggi sempre su “Repubblica”. Quel modello che la Fiat vorrebbe imporre a Pomigliano e in ultima analisi in tutto il Paese non farebbe che aprire nuovi spazi di disuguaglianza con il rischio di far crescere nuove tensioni sociali. Caro Scalfari no, non siamo d’accordo. Se si vogliono redistribuire le risorse in Occidente non si può abbassare la guardia nei posti di lavoro. Non esiste un’altra strada, ci piaccia o no.
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