Prezzo della Crisi del 21-09-2010: 'Fincantieri, una storia di opposizione che è un’indicazione per tutti '
di Anna Maria Bruni
Nonostante che tutti i media cerchino di farla passare come l’ennesima crisi che necessita dei tagli opportuni per essere risolta, quella della Fincantieri rappresenta il redde rationem del fallimento di una politica industriale che da troppi anni si occupa di ‘scappare col bottino’, piuttosto che impiantare solide fondamenta sulle quali costruire un paese civile, in grado da reggere gli urti. Ma non sta nelle cose, perché fare questo significa lavorare, e non è nel dna dei capitani d’industria nostrani. A parte Marchionne ovviamente, che non va nemmeno in ferie, e a cui raccomandiamo un corso accelerato da Colanninno su come fare soldi senza lavorare, scaricando sulla collettività i costi dei danni provocati dai crolli conseguenti. Le prime crepe già cominciano a vedersi in Alitalia, nonostante che fossero già state abbondantemente annunciate dai sindacati di base al momento delle trattative.
Ma naturalmente gli interessi di Berlusconi sono molto più in sintonia con gli imprenditori, e i sindacati confederali sono storicamente abituati ad accettare il compromesso da avere questo limite ormai granitico nel loro orizzonte. Figuriamoci oggi, a tre anni di distanza e con una situazione ancor più sfilacciata su tutti i piani, politico, economico, sociale e sindacale, quale reazione ci si può aspettare di fronte al piano che l’ad Rocco Sabelli a sfilato dal cappello oggi a Fiumicino per risolvere perdita di produttività e conti che non tornano. Esternalizzazione, una formula ormai nota per mettere in moto il sistema degli appalti, e scaricare i costi sui lavoratori. 1.300 per la precisione, da cui sono esclusi gli stagionali, il cui destino dei più ancora non è dato sapere. Le società di gestione degli aeroporti di Alghero, Cagliari, Bari, Brindisi e Reggio Calabria potrebbero assumere 500 persone, mentre 600 potrebbero andare in prepensionamento. A Roma 60 lavoratori della logistica cambierebbero datore di lavoro, mentre si parla di 130 lavoratori addetti al check-in che perderebbero il posto, fra cui una parte appunto di stagionali.
Questo è il risultato, per ora, della privatizzazione di Alitalia di tre anni fa. Ed è con la stessa formula che Fincantieri si appresta a svendere il titolo dell’ultimo gruppo storico a partecipazione statale in Italia. Il piano industriale previsto fino al 2014 ipotizza la chiusura dei cantieri di Castellammare di Stabia, i cui lavoratori sono stati caricati a Napoli sotto gli uffici della Regione venerdì scorso, perché colpevoli di pretendere notizie sul loro futuro, e Riva Trigoso, altro stabilimento storico nei pressi di Genova, e il dimezzamento della produzione a Sestri Ponente e a Palermo. Un totale di circa 7000 lavoratori compreso l’indotto, per spostare l’asse produttivo all’estero. Si parla di accordi con gli Stati Uniti, dove sono previste 900 assunzioni, e anche con Brasile, India, Medio Oriente. Le Rsu di Riva Trigoso e Sestri Ponente oggi hanno proclamato lo sciopero e il presidio della direzione, mentre a Palermo i lavoratori presidiano la piattaforma navale e a Castellammare hanno bloccato lo stabilimento. Le Rsu di Monfalcone hanno proclamato un'ora di sciopero, e da tutti i cantieri del gruppo sono stati diramati comunicati di solidarietà.
Il punto che si ripresenta è lo stesso chiamato in causa con la ventilata delocalizzazione di Fiat in Serbia. Se il governo ritiene di dover rispondere alle sirene della globalizzazione buttandosi fra le braccia di del miglior offerente, piuttosto che tutelare produzione e lavoro nel nostro Paese, non si va lontano. E se l’opposizione è incapace di opporre una visione strategica in grado di mettere in campo queste tutele, mentre i sindacati si apprestano a diventare agenzie di servizi, è difficile immaginare che questo paese possa essere rimesso in piedi. E siccome i dettagli sono sempre indice di verità, dice molto constatare che dei lavoratori caricati dalle forze dell’ordine non c’è traccia nei telegiornali della stessa sera, come non c’è notizia dei lavoratori Vinilys, che dopo aver occupato per mesi e mesi il carcere dell’Asinara per avere risposte certe dalla dirigenza Eni sul loro futuro, sono spariti dalle pagine dei giornali, dai tg e dai format d’informazione, troppo presi a misurare il polso del governo ogni sera.
Per questo la questione Fincantieri è il Rubicone, e le risposte che la Fiom e tutto il coordinamento nazionale dei lavoratori del gruppo riusciranno a mettere in campo, sotto l’ombrello dell’articolo 41 della Costituzione, possono segnare l’indicazione di una strada molto diversa da quella finora intrapresa dalla grande industria di questo paese, così come è già stato nella lunga storia di questo gruppo, contro la privatizzazione nel ’90, al centro di un’ondata che nel giro di pochi anni ha distrutto buona parte del sistema industriale italiano, e contro la quotazione in borsa, che la crisi finanziaria del 2008 avrebbe fatto irrimediabilmente fallire. E questa volta, non potrà più rimanere un caso a parte.
Nonostante che tutti i media cerchino di farla passare come l’ennesima crisi che necessita dei tagli opportuni per essere risolta, quella della Fincantieri rappresenta il redde rationem del fallimento di una politica industriale che da troppi anni si occupa di ‘scappare col bottino’, piuttosto che impiantare solide fondamenta sulle quali costruire un paese civile, in grado da reggere gli urti. Ma non sta nelle cose, perché fare questo significa lavorare, e non è nel dna dei capitani d’industria nostrani. A parte Marchionne ovviamente, che non va nemmeno in ferie, e a cui raccomandiamo un corso accelerato da Colanninno su come fare soldi senza lavorare, scaricando sulla collettività i costi dei danni provocati dai crolli conseguenti. Le prime crepe già cominciano a vedersi in Alitalia, nonostante che fossero già state abbondantemente annunciate dai sindacati di base al momento delle trattative.
Ma naturalmente gli interessi di Berlusconi sono molto più in sintonia con gli imprenditori, e i sindacati confederali sono storicamente abituati ad accettare il compromesso da avere questo limite ormai granitico nel loro orizzonte. Figuriamoci oggi, a tre anni di distanza e con una situazione ancor più sfilacciata su tutti i piani, politico, economico, sociale e sindacale, quale reazione ci si può aspettare di fronte al piano che l’ad Rocco Sabelli a sfilato dal cappello oggi a Fiumicino per risolvere perdita di produttività e conti che non tornano. Esternalizzazione, una formula ormai nota per mettere in moto il sistema degli appalti, e scaricare i costi sui lavoratori. 1.300 per la precisione, da cui sono esclusi gli stagionali, il cui destino dei più ancora non è dato sapere. Le società di gestione degli aeroporti di Alghero, Cagliari, Bari, Brindisi e Reggio Calabria potrebbero assumere 500 persone, mentre 600 potrebbero andare in prepensionamento. A Roma 60 lavoratori della logistica cambierebbero datore di lavoro, mentre si parla di 130 lavoratori addetti al check-in che perderebbero il posto, fra cui una parte appunto di stagionali.
Questo è il risultato, per ora, della privatizzazione di Alitalia di tre anni fa. Ed è con la stessa formula che Fincantieri si appresta a svendere il titolo dell’ultimo gruppo storico a partecipazione statale in Italia. Il piano industriale previsto fino al 2014 ipotizza la chiusura dei cantieri di Castellammare di Stabia, i cui lavoratori sono stati caricati a Napoli sotto gli uffici della Regione venerdì scorso, perché colpevoli di pretendere notizie sul loro futuro, e Riva Trigoso, altro stabilimento storico nei pressi di Genova, e il dimezzamento della produzione a Sestri Ponente e a Palermo. Un totale di circa 7000 lavoratori compreso l’indotto, per spostare l’asse produttivo all’estero. Si parla di accordi con gli Stati Uniti, dove sono previste 900 assunzioni, e anche con Brasile, India, Medio Oriente. Le Rsu di Riva Trigoso e Sestri Ponente oggi hanno proclamato lo sciopero e il presidio della direzione, mentre a Palermo i lavoratori presidiano la piattaforma navale e a Castellammare hanno bloccato lo stabilimento. Le Rsu di Monfalcone hanno proclamato un'ora di sciopero, e da tutti i cantieri del gruppo sono stati diramati comunicati di solidarietà.
Il punto che si ripresenta è lo stesso chiamato in causa con la ventilata delocalizzazione di Fiat in Serbia. Se il governo ritiene di dover rispondere alle sirene della globalizzazione buttandosi fra le braccia di del miglior offerente, piuttosto che tutelare produzione e lavoro nel nostro Paese, non si va lontano. E se l’opposizione è incapace di opporre una visione strategica in grado di mettere in campo queste tutele, mentre i sindacati si apprestano a diventare agenzie di servizi, è difficile immaginare che questo paese possa essere rimesso in piedi. E siccome i dettagli sono sempre indice di verità, dice molto constatare che dei lavoratori caricati dalle forze dell’ordine non c’è traccia nei telegiornali della stessa sera, come non c’è notizia dei lavoratori Vinilys, che dopo aver occupato per mesi e mesi il carcere dell’Asinara per avere risposte certe dalla dirigenza Eni sul loro futuro, sono spariti dalle pagine dei giornali, dai tg e dai format d’informazione, troppo presi a misurare il polso del governo ogni sera.
Per questo la questione Fincantieri è il Rubicone, e le risposte che la Fiom e tutto il coordinamento nazionale dei lavoratori del gruppo riusciranno a mettere in campo, sotto l’ombrello dell’articolo 41 della Costituzione, possono segnare l’indicazione di una strada molto diversa da quella finora intrapresa dalla grande industria di questo paese, così come è già stato nella lunga storia di questo gruppo, contro la privatizzazione nel ’90, al centro di un’ondata che nel giro di pochi anni ha distrutto buona parte del sistema industriale italiano, e contro la quotazione in borsa, che la crisi finanziaria del 2008 avrebbe fatto irrimediabilmente fallire. E questa volta, non potrà più rimanere un caso a parte.
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