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Prezzo della Crisi del 05-01-2011: 'Vicenda Fiat, è ora di scrivere un’altra storia'
di Anna Maria Bruni
Paradossale come i momenti peggiori a volte aiutino a fare chiarezza, eppure è proprio quello che sta avvenendo per nella vicenda Fiat, e su diversi piani. Intanto sul piano della politica economica, sia di Fiat che del governo. Di Fiat, perché la “positivamente salutata” quotazione in borsa dopo lo scorporo di auto spa dall’azienda - che nel frattempo precipita, secondo gli ultimi dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di ben 9,2% - fa comprendere quanto sia una buona operazione finanziaria, più che un ottimo piano industriale. E come è noto dalla crisi del 2008, esplosa con la bolla dei mutui subprime, la scommessa in finanza è sulla perdita, non sulla realizzazione effettiva di un bene. E d’altra parte a conferma di ciò accorre lo stesso ad di Fiat Sergio Marchionne, che considera “offensiva” la richiesta di chiarimenti e dettagli sul piano “Fabbrica Italia”. Che come è noto, ha ventilato un investimento di 21 miliardi sulle aziende italiane, ma nei fatti al momento ne ha previsti solo 1,4 su Pomigliano e Mirafiori. E questo è quanto.

Nel frattempo la posizione del governo viene ribadita (perché esplicita lo è da tempo, in quanto le sue leggi, dalla 112 fino al collegato lavoro passando per la destrutturazione del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro e approdando alla formulazione dello Statuto dei lavori, sono lì a chiarirla) dal Ministro del lavoro Sacconi, così come dal Ministro dello Sviluppo economico Romani, che una volta di più sottolineano senza alcun pudore, e contravvenendo alla nostra Costituzione, come questo Esecutivo non abbia alcuna intenzione di ricordare alla prima azienda privata del nostro paese l’articolo 41, secondo il quale “l’iniziativa privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. E dunque non può delocalizzare, rispondendo ad una logica di mercato prima che al rilancio dell’economia del paese, che vuol dire ai bisogni dei suoi lavoratori e dei cittadini, pena la restituzione di quanto ricevuto per il rilancio dell’azienda da parte del governo (in Umbria è stata di recente approvata una legge regionale che prevede proprio questo), non può proporre accordi senza avere illustrato per filo e per segno un piano industriale, e non può non attenersi ai piani industriali che lo stesso governo, attraverso il ministero dello sviluppo economico, dovrebbe illustrare. E in ultimo, non può proporre accordi lesivi della dignità, del rispetto e dei diritti dei lavoratori che ogni giorno rendono possibile l’esistenza dell’azienda.

Ma se governo e padroni possono saltare a pié pari l’articolo 41 della Costituzione, è anche perché il coro che si alza dal centro-sinistra, cioè da quella che dovrebbe essere l’opposizione, non prende affatto le distanze da questa politica, chiarendo, anche qui, e una volta per tutte – per chi ne avesse ancora bisogno – da che parte si colloca effettivamente il Partito Democratico, o almeno buona parte di esso, e quanto ha contribuito, dall’accordo Confindustria-Sindacati del ’93, alla destrutturazione di questo paese con la politica delle privatizzazioni, della deregulation e del mercato “salvifico”. E non è bastato ai più quanto era già successo a Pomigliano a giugno. Non bastava, perché Pomigliano non è Torino, non ha intorno una realtà fortemente strutturata anche attraverso i “bastioni” del centro-sinistra, o di quel che ne rimane. E’ la politica della Bresso, capace di opporsi a tutto il movimento no-tav anche di fronte alla caduta verticale che ne consegue per il suo partito, sono le posizioni di Fassino, e sopratutto di Chiamparino, amico storico di Marchionne, capace di difendere lancia in resta la sua politica, e sulla posizione del quale si sdraia il torinese Fassino, e oggi, vergognosamente dalle pagine del giornale di Torino per antonomasia, “La Stampa”, proprio il fautore di questo partito, Walter Veltroni.

Da questo coro unanime di governo, padroni e partiti, si staccano per fortuna gli intellettuali torinesi che firmano insieme un appello a sostegno della Fiom, si stacca Micromega, che lancia un altro appello con l’obiettivo delle 100mila firme – che in un giorno ne ha già raccolte 22mila - si staccano grandi vecchi come Rossanda, Tortorella, Ferrara, Cofferati, Bertinotti, che fondano l’associazione “Lavoro e libertà”, anche per raccogliere sostegno economico per la Fiom, provata a questo punto non solo dallo sforzo economico del 16 ottobre, ma anche dai mancati ritorni dovuti alle mancata firma del contratto. Ora tocca alla Cgil, già scossa dalla solidarietà offerta alla Fiom da Spi e Pubblico impiego, nonché dalla segreteria regionale dell’Emilia-Romagna, oltreché dal no secco di Landini alla proposta partita proprio dalla neoleader Camusso della “firma tecnica”, se dovesse vincere il sì al referendum, previsto a Mirafiori nelle giornate del 13 e 14 gennaio. Il calendario è fitto di iniziative, annunciate da Giorgio Airaudo, segretario nazionale e responsabile settore auto, per il no all’accordo. E domenica è il giorno del redde rationem tra i due segretari, Landini e Camusso. Ma in realtà lo è per la Cgil, per la quale è finito il tempo del gioco a rimpiattino, ed è arrivata l’ora della scelta, l’ora di schierarsi con i suoi metalmeccanici, e della convocazione dello sciopero generale.

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