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ROSARNO, IL 7 AFRICANI IN PIAZZA PER I DOCUMENTI
Corteo a piazza Valarioti (Rosarno), presidio davanti alla prefettura di Reggio Calabria
Rosarno, un anno dopo
Il 7 gennaio africani in piazza per i documenti
Presentato il dossier RADICI: “Nella Piana centinaia di “invisibili”
Una vertenza meridionale sul diritto di soggiorno dei lavoratori migranti rifugiati, sfruttati nelle campagne del Sud Italia, e la valorizzazione di buone pratiche di accoglienza costruite dal basso (modello Drosi). Sono alcuni dei punti della piattaforma con cui la reteRADICI, ad un anno dalla rivolta di Rosarno, invita alla mobilitazione associazioni, società civile, cittadini, promuovendo insieme con la comunità migrante di Rosarno e Drosi e la Cgil di Gioia Tauro, un manifestazione pubblica per il prossimo 7 gennaio 2011. Presentata questa mattina presso la sala riunioni del Dopolavoro ferroviario di Reggio Calabria, insieme con l’anticipazione del dossier RADICI sulla campagna autunnale di monitoraggio condotta dalla rete, l’iniziativa si articolerà in due momenti, con un concentramento e un corteo a Rosarno, in piazza Valarioti (ore 9.00), e un successivo presidio in piazza Italia, di fronte alla prefettura di Reggio Calabria (ore 12.00).

Alessio Magro (reteRADICI): “Intendiamo saldare il tema della riconciliazione tra la comunità africana e la cittadinanza rosarnese con quello della rivendicazione di diritti cui è il Governo italiano a dover rispondere. Per questo abbiamo sollecitato un incontro con il prefetto di Reggio Calabria cui chiederemo di farsi portavoce delle istanze della Rete e della Comunità migrante. Quella di Rosarno, infatti, è solo una delle tappe obbligate dell’esercito dei nuovi schiavi impiegati nelle nostre campagne. In Campania come in Sicilia, a Palazzo San Gervasio in Basilicata come a Foggia in Puglia, i migranti vivono la stessa condizione. Anzi di più: sono proprio gli stessi, due-tremila di campesinos dalla pelle nera. Non si tratta di migranti economici ma richiedenti asilo, soggetti vulnerabili che non potranno mai partecipare ai provvedimenti di emersione previsti per legge. A volte irregolari sono ugualmente inespellibili perché provenienti da paesi comunque considerati a rischio. Per questo lavorano nelle campagne, schiavi di un sistema che li rende invisibili e ricattabili”.

Il dossier RADICI – Lo scenario è confermato dalla campagna autunnale di monitoraggio promossa da Action diritti in movimento, daSud, Libera Piana di Gioia Tauro e Tenda di Abramo per comprendere se e cosa fosse cambiato sul territorio dopo i fatti di Rosarno. Un percorso fatto di sopralluoghi nei casolari, assemblee, interviste, 200 lavoratori africani presi in carico, incontri istituzionali e con il mondo dell’associazionismo. Un percorso confluito nel dossier “RADICI\\Rosarno” di cui questa mattina è stata presentata un’anticipazione. Pensato come strumento di conoscenza ed analisi utile a programmare interventi mirati ed efficaci, il dossier fotografa le condizioni giuridiche, di vita e lavoro degli stagionali africani incontrati nel corso del monitoraggio e denuncia che “nella Piana tutto è cambiato ma nulla è cambiato”. Demoliti o resi inaccessibili i vecchi ghetti, si vive oggi in piccoli casolari sperduti nelle campagne. E si continua a lavorare in nero, nonostante l’evidente sterzata legalitaria impressa da Inps e Ispettorato del lavoro. Le paghe restano sui

livelli degli anni passati: 20-25 euro per 8-10 ore in media, con la salutare tendenza ad abolire il cottimo (1 euro a cassetta). Si lavora saltuariamente: in media 2-3 giorni a settimana, segno della crisi del mercato agrumicolo. Resta sempre in piedi la pratica del caporalato (un caporale arriva a prendere anche 10 euro al giorno per ogni bracciante). Al lavoro ci si va a piedi, in bici, ma molto più spesso in auto o furgone insieme a caporali o padroni, che scelgono le braccia da assoldare al mercato di contrada Spina a Rizziconi o a quello sulla Nazionale di Rosarno. Un ultimo dato lavorativo estremamente significativo: l’80% dei migranti ha lavorato sempre e solo nei campi del Sud dal momento dell’arrivo in Italia. Una semi-schiavitù imposta dalle dure condizioni del mercato del lavoro ma anche e soprattutto dalla legislazione restrittiva e repressiva in tema di immigrazione.

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