Venerdì 30 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento 06:08
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
Fiat, il 21 la Fiom sciopera per i diritti e contro il modello autoritario di Marchionne
Otto ore di sciopero indette per il 21 ottobre con manifestazione nazionale a Roma. Una decisione impegnativa, quella assunta dalla Fiom nel gruppo Fiat, che riporta il conflitto all’interno di un’impresa da sempre centrale nei rapporti tra capitale e lavoro.

“L’uscita dalla Confindustria conclude tutta la discussione fatta a partire dal primo accordo di Pomigliano – spiegava il segretario nazionale Giorgio Airaudo introducendo i lavori dell’assemblea dei delegati Fiom Fiat che sabato 8 ottobre a Roma, riunita in casa Cgil, ha indetto la giornata di lotta –. La Fiat punta oggi a ridefinire l’intero sistema delle relazioni industriali. Ma quel che avviene all’interno del gruppo riguarda gli assetti sociali del paese nella loro interezza e le stesse libertà democratiche.

Ciò a cui siamo di fronte da tempo non sono le richieste particolari di un’azienda ma concrete politiche tese a definire, insieme a condizioni di lavoro peggiori, un altro modello sociale”. È il modello Marchionne, l’importazione in Italia non solo di una filosofia aziendale ma di un modello sociale compiuto, appunto: quello americano. E questo nonostante il fallimento cui proprio negli Usa è andato incontro. “Un modello che, sul piano più strettamente sindacale, si può definire autoritario e neocorporativo”, in cui il sindacato è concepito come mera funzione aziendale (ruolo oggi egregiamente svolto dal Fismic).

In quest’orizzonte la Fiat il suo contratto già ce l’ha – sul tema ha molto insistito il leader della Fiom Maurizio Landini concludendo l’assemblea dell’8 ottobre –; ed è quello scaturito dal cosiddetto Pomigliano 2, il secondo dei due accordi (la data è il 29 dicembre 2010) siglati nello stabilimento campano. Un contratto che, dopo Pomigliano e poi Grugliasco, la Fiat vorrà estendere agli altri stabilimenti utilizzando l’articolo 8 della manovra economica del governo – la legge “ad aziendam” varata con solerzia dal ministro Sacconi –.

Metrica nuova, condizioni antiche
Il modello Marchionne può sembrare inedito ma ha la sua fonte d’ispirazione in una pratica antica: lo sfruttamento. L’applicazione del nuovo sistema di metrica, l’Ergo-Uas, per dirne solo una, insieme alla riduzione delle pause, lo sanno bene gli operai di Melfi, non significa niente di diverso: più sfruttamento e, conseguenza diretta, meno salute e sicurezza. “Sarebbe però sbagliato pensare che esistano metriche buone”, sostiene Airaudo; la tecnica non è neutra, e la soluzione non può essere un’altra metrica: “Il grado di sopportabilità delle condizioni di lavoro dipende solo dal potere, dai rapporti di forza, dalla capacità contrattuale di lavoratori e sindacato”.

Ecco, il potere e la capacità contrattuale del sindacato. Lo sciopero del 21 vuol essere un prologo alla più generale lotta per la riconquista del contratto nazionale, e più da vicino, intanto, uno strumento per cominciare a modificare – in un contesto difficile, che vede l’agibilità sindacale dei delegati Fiom sempre in discussione – le relazioni all’interno del gruppo.

Quali gli obiettivi? L’elenco stilato nel documento finale votato dall’assemblea – il no al disimpegno industriale con la difesa dell’occupazione negli stabilimenti Irisbus e di Termini Imerese e un tavolo nazionale sul piano industriale del gruppo, la riaffermazione delle libertà sindacali, il saldo di 1000 euro del premio di risultato, l’informazione preventiva sulla metrica del lavoro, la stabilizzazione dei precari, la richiesta di cancellazione dell’articolo 8 della manovra del governo – rimanda a temi tutti egualmente cruciali. Vale la pena però soffermarsi su una questione, il disimpegno dall’Italia, che appare un po’ il nodo di fondo dell’intera vicenda. “Si era parlato di un milione e 400mila auto nel 2014 – ha ricordato Landini – ma la realtà è un’altra”. Fabbrica Italia non esiste, e per questo, giova ripetere, bisognerà tornare a discutere di quale sia davvero il piano industriale della Fiat. John Elkann nega che si voglia andare via e cita come esempio della volontà d’investire in Italia … il nuovo stadio della Juventus. Ma intanto per l’Irisbus di Flumeri e lo stabilimento di Termini Imerese, che alla fine dell’anno chiuderanno, ancora nessuna soluzione è stata trovata.

Irisbus e Termini Imerese
Nello stabilimento Irisbus di Flumeri si sciopera ininterrottamente dal 7 luglio, ci ricorda Sergio Scarpa, segretario generale della Fiom di Avellino. L’ultima busta paga è di luglio, 310 euro, alcune famiglie cominciano ad avere serie difficoltà, gli incontri romani hanno visto il governo costantemente impegnato a dividere il sindacato, a rompere la rete di solidarietà tessuta intorno ai lavoratori.

Tramontata l’ipotesi Di Risio, lo stesso imprenditore candidato a rilevare il sito di Termini Imerese, come vediamo più avanti, ipotesi sulla quale per la verità la Fiom aveva manifestato sin dall’inizio forti dubbi, il destino dei 680 dipendenti diretti e degli oltre settecento dell’indotto è oggi affidato all’emergere di una nuova proposta, quella di un gruppo cinese. “Si sono detti disponibili a rilevare la produzione di autobus, sembra addirittura a potenziarla. Siamo in attesa di vedere le carte – commenta Scarpa –. La prima richiesta che facciamo alla Fiat, ora, è di non mettersi di traverso”. Il gruppo di Marchionne ha deciso di produrre autobus solo in Francia (oltre che nella Repubblica ceca), ma nel nostro paese non vuole concorrenti. La preoccupazione di Scarpa non è infondata.

E Termini Imerese? “C’è sul tavolo la proposta Di Risio – risponde il segretario Fiom di Palermo Roberto Mastrosimone –, ci sono le nostre cinque richieste. Vale la pena ricordarle”. “Primo – enumera –, la certezza che nella fase iniziale del progetto il pubblico sia presente: per controllare l’andamento della nuova società e garantire i lavoratori. Secondo, poiché l’ipotesi Di Risio è che dei 2.200 occupati attuali ne restino 1.300, l’accompagnamento alla pensione per i lavoratori che a questa sono vicini, con la Fiat impegnata ad aiutare il processo di snellimento dell’azienda. Terzo punto, i diritti acquisiti sia con il contratto nazionale che con gli integrativi devono essere salvaguardati anche nella nuova società. Quarto, escludere che i lavoratori, nel trasferimento alla nuova impresa, possano passare per la cassa integrazione straordinaria e la mobilità. Ultimata la cig di questi due anni, dovranno essere tutti riassunti; sarà poi Di Risio, eventualmente, ad avanzare le sue richieste in fatto di ammortizzatori sociali. Quinto, e per finire, l’indotto. Gli attuali occupati devono continuare a lavorare, non debbono essere abbandonati a se stessi”.

La mobilità come prodotto
Non possono essere abbandonati a se stessi. È quel che da tempo la Fiom ripete a proposito degli operai siciliani e avellinesi. Ragione tra le più importanti, questa – ricordavamo sopra –, dello sciopero del 21 ottobre. Una ragione che non ha che fare solo con il dovere della solidarietà né con la necessità di frenare gli animal spirits del gruppo.

Ma anche con un’idea diversa di sviluppo del paese, con una concezione moderna, avanzata della mobilità: “La mobilità come prodotto”, secondo la formula utilizzata dai metalmeccanici della Cgil; vale a dire l’idea di un concorso di progetti diversi – riguardanti l’auto, meglio: l’auto ecologica (che si fa negli Usa mentre a Torino si propone il Suv), gli autobus non più obsoleti di cui l’Italia (per questo a rischio sanzioni Ue) ha bisogno, treni efficienti e navi che non siano solo da crociera –. Una sinergia tra progetti condivisi, soggetti industriali responsabili che abbiano la volontà di realizzarli, e un governo in grado di indirizzare gli sforzi.

Utopia, sembrerebbe, nell’Italia di oggi. Ma il paese, quel che sta maturando, ci dice che la Fiom, e con la Fiom la Cgil, su queste idee non sono sole.

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi