Prezzo della Crisi del 02-02-2011: 'Fra i sommersi e i salvati 24 secondi'
di Stefano Galieni
Il tempo è scaduto. In 24 secondi si è consumata il 31 gennaio la prima tranche del cosiddetto decreto flussi, oggi la seconda, domani si chiude. Un sistema assurdo, inefficiente, ingiusto per coprire l’ipocrisia del mercato delle braccia. Basta domandare a qualsiasi dirigente di polizia di ogni angolo del Paese, basta passare all’alba in un cantiere edile, nei campi, nelle stalle, spesso anche in fabbrica, nelle case, per accorgersi che in Italia vivono stabilmente almeno 700 mila persone prive di regolari requisiti per restare legalmente, sans papier insomma, che fanno e farebbero di tutto per emergere dal lavoro nero e dall’invisibilità, per avere diritto ad un salario equo, per non dover temere ad ogni angolo un controllo che porti ad un provvedimento di espulsione. Invece di provvedere a sanare la loro posizione, magari facendo pagare i datori di lavoro che rifiutano una assunzione regolare, si è preferito da anni mantenere un meccanismo bugiardo, fallace e cattivo, una lotteria in cui in palio c’è il diritto a vivere. Il decreto flussi promulgato quest’anno, dopo 2 anni di blocco, doveva nei pensieri distorti del legislatore, permettere l’incontro fra domanda e offerta di lavoro a distanza. In pratica chi voleva assumere un dipendente doveva farne richiesta aspettando che la domanda venisse recepita in uno dei paesi di emigrazione. Una volta ottenuto il nulla osta – burocrazia imperante – il lavoratore o la lavoratrice sarebbero potuti entrare in Italia con regolare contratto di soggiorno. Inutile affermare che nessuno assume una persona senza averla prima conosciuta, sempre secondo i fini legulei, chi entra in Italia deve avere il posto già sicuro. In realtà un sistema per mascherare la realtà. Ogni volta che si apre il cancello del decreto flussi, in pochi secondi, datori di lavoro e lavoratori si precipitano ed inondano i computer del ministero dell’interno delle richieste di assunzione. Quelli che rientrano nei parametri richiesti dovranno tornare nel proprio paese evitando di farsi beccare dalla polizia di frontiera – se capita si viene espulsi e con il reato di immigrazione clandestina il contratto perde validità – e ripartire poi a proprie spese fingendo di essere sbarcati per la prima volta sul territorio nazionale. Ogni anno si restringono le quote di ingresso e si rende più tortuoso il meccanismo della lotteria. Il 31 gennaio ad esempio erano disponibili 52 mila ingressi per lavoro dipendente, di persone provenienti da una serie di Paesi con cui i governi italiani che si sono succeduti hanno stretto accordi di riammissione, oggi erano disponibili 30 mila posti per colf e badanti provenienti da paesi con cui non ci sono accordi, domani, i rimanenti, saranno messi a disposizione – si fa per dire – di coloro che modificano il proprio permesso di soggiorno (per esempio da motivi di studio a lavoratore dipendente), per coloro che provengono da paesi a forte immigrazione italiana e per chi ha frequentato in loco corsi di formazione particolari. Solo il 31 gennaio, a fronte dei 52 mila posti disponibili erano state inoltrate alle 12 (in 4 ore) circa 300 mila richieste. Ma anche l’essere arrivati per primi non costituirà una garanzia. Non sono ancora state infatti definite su base provinciale, le quote di lavoratori e di lavoratrici immigrati che potranno essere regolarizzati, ogni provincia avrà un tetto proporzionale a parametri di sostenibilità occupazionale e ricettiva, chi è dentro è dentro e chi è fuori lo resta. A maggior ragione questo accade in una fase di lunga crisi dove la facilità con cui sparisce un posto di lavoro appena conquistato è paragonabile alla velocità dei prestigiatori. Finita la ressa telematica – un tempo avveniva davanti agli uffici postali – nonostante le infinite disfunzioni registrate per cui in alcune province si riusciva ad inviare le domande di assunzione e in altre solo con il contagocce, tutto tornerà come prima. Fuori dal cancello dei temporaneamente salvati restano i sommersi, le centinaia di migliaia di persone spesso in espellibili, spesso presenti anche da anni e anni in Italia in attesa dell’ennesima sanatoria, sfruttabili all’inverosimile nelle tenaglie tanto brandite della riduzione del costo del lavoro. Continueranno a nascere bambini invisibili, ad essere curati solo grazie a personale sanitario che non ha accettato di trasformarsi in strumento di delazione, a pagare affitti in nero, a non avere contributi, salari regolari, a dover chinare la schiena sotto la minaccia di una denuncia. E se fossero questi uomini e queste donne, inaspettatamente, a fare quello che gli autoctoni non sono più in grado di fare, una vera rivolta civile?
Il tempo è scaduto. In 24 secondi si è consumata il 31 gennaio la prima tranche del cosiddetto decreto flussi, oggi la seconda, domani si chiude. Un sistema assurdo, inefficiente, ingiusto per coprire l’ipocrisia del mercato delle braccia. Basta domandare a qualsiasi dirigente di polizia di ogni angolo del Paese, basta passare all’alba in un cantiere edile, nei campi, nelle stalle, spesso anche in fabbrica, nelle case, per accorgersi che in Italia vivono stabilmente almeno 700 mila persone prive di regolari requisiti per restare legalmente, sans papier insomma, che fanno e farebbero di tutto per emergere dal lavoro nero e dall’invisibilità, per avere diritto ad un salario equo, per non dover temere ad ogni angolo un controllo che porti ad un provvedimento di espulsione. Invece di provvedere a sanare la loro posizione, magari facendo pagare i datori di lavoro che rifiutano una assunzione regolare, si è preferito da anni mantenere un meccanismo bugiardo, fallace e cattivo, una lotteria in cui in palio c’è il diritto a vivere. Il decreto flussi promulgato quest’anno, dopo 2 anni di blocco, doveva nei pensieri distorti del legislatore, permettere l’incontro fra domanda e offerta di lavoro a distanza. In pratica chi voleva assumere un dipendente doveva farne richiesta aspettando che la domanda venisse recepita in uno dei paesi di emigrazione. Una volta ottenuto il nulla osta – burocrazia imperante – il lavoratore o la lavoratrice sarebbero potuti entrare in Italia con regolare contratto di soggiorno. Inutile affermare che nessuno assume una persona senza averla prima conosciuta, sempre secondo i fini legulei, chi entra in Italia deve avere il posto già sicuro. In realtà un sistema per mascherare la realtà. Ogni volta che si apre il cancello del decreto flussi, in pochi secondi, datori di lavoro e lavoratori si precipitano ed inondano i computer del ministero dell’interno delle richieste di assunzione. Quelli che rientrano nei parametri richiesti dovranno tornare nel proprio paese evitando di farsi beccare dalla polizia di frontiera – se capita si viene espulsi e con il reato di immigrazione clandestina il contratto perde validità – e ripartire poi a proprie spese fingendo di essere sbarcati per la prima volta sul territorio nazionale. Ogni anno si restringono le quote di ingresso e si rende più tortuoso il meccanismo della lotteria. Il 31 gennaio ad esempio erano disponibili 52 mila ingressi per lavoro dipendente, di persone provenienti da una serie di Paesi con cui i governi italiani che si sono succeduti hanno stretto accordi di riammissione, oggi erano disponibili 30 mila posti per colf e badanti provenienti da paesi con cui non ci sono accordi, domani, i rimanenti, saranno messi a disposizione – si fa per dire – di coloro che modificano il proprio permesso di soggiorno (per esempio da motivi di studio a lavoratore dipendente), per coloro che provengono da paesi a forte immigrazione italiana e per chi ha frequentato in loco corsi di formazione particolari. Solo il 31 gennaio, a fronte dei 52 mila posti disponibili erano state inoltrate alle 12 (in 4 ore) circa 300 mila richieste. Ma anche l’essere arrivati per primi non costituirà una garanzia. Non sono ancora state infatti definite su base provinciale, le quote di lavoratori e di lavoratrici immigrati che potranno essere regolarizzati, ogni provincia avrà un tetto proporzionale a parametri di sostenibilità occupazionale e ricettiva, chi è dentro è dentro e chi è fuori lo resta. A maggior ragione questo accade in una fase di lunga crisi dove la facilità con cui sparisce un posto di lavoro appena conquistato è paragonabile alla velocità dei prestigiatori. Finita la ressa telematica – un tempo avveniva davanti agli uffici postali – nonostante le infinite disfunzioni registrate per cui in alcune province si riusciva ad inviare le domande di assunzione e in altre solo con il contagocce, tutto tornerà come prima. Fuori dal cancello dei temporaneamente salvati restano i sommersi, le centinaia di migliaia di persone spesso in espellibili, spesso presenti anche da anni e anni in Italia in attesa dell’ennesima sanatoria, sfruttabili all’inverosimile nelle tenaglie tanto brandite della riduzione del costo del lavoro. Continueranno a nascere bambini invisibili, ad essere curati solo grazie a personale sanitario che non ha accettato di trasformarsi in strumento di delazione, a pagare affitti in nero, a non avere contributi, salari regolari, a dover chinare la schiena sotto la minaccia di una denuncia. E se fossero questi uomini e queste donne, inaspettatamente, a fare quello che gli autoctoni non sono più in grado di fare, una vera rivolta civile?
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