Prezzo della Crisi del 05-02-2011: 'Il buio destino della Fiat a Torino'
di Fabio Sebastiani
Ora tutti si preoccupano a chiedere un incontro chiarificatore a Marchionne a al Governo per capire da che parte sta andando realmente la Fiat. Un po’ tardi, visto che ormai i suoi giochi l’azienda li ha già portati ad uno stato avanzato. Ciò che realmente le interessava era far lievitare, un po’ artificialmente, il prezzo delle sue azioni. Ciò non ha niente a che vedere con il prestigio del marchio, quanto con la partita americana, che rappresenta l’unico elemento della scacchiera in grado di impensierire Sergio Marchionne. Deve contemporaneamente restituire i soldi ad Obama e conquistare la maggioranza di Chrysler. Dichiarare ai quattro venti che l’anello Italia potrebbe essere sfilato senza problemi dalla catena è un annuncio che fa eccitare i mercati. E questo l’Ad di Fiat lo sa.
C’è poi un elemento strutturale di cui occorre tenere conto quando si parla del futuro di Mirafiori, anzi due. Il primo è la vetustità degli impianti, che nel tempo hanno ricevuto solo qualche aggiustamento “in punta di cacciavite” e il secondo è l’età media delle tute blu, ampiamente al di sopra dei cinquanta anni. A questo punto, dopo aver incassato la totale accondiscendenza dei sindacati e la neutralità del Governo, portare a termine l’operazione di chiusura degli impianti produttivi di Torino diventa un gioco da ragazzi. Sono due fattori che faranno la differenza nel momento in cui i vari siti verranno messi in competizione.
Tutti gli economisti, infine, sanno benissimo, e lo hanno anche scritto, che così come è la Fiat non può reggere la cosiddetta sfida della globalizzazione. Non è un problema di costo del lavoro, che incide appena per il 7-10% del costo totale. E’ un problema di capacità di investimento, innanzitutto, che rimanda al classico nodo della dimensione aziendale. Negli anni in cui poteva crescere la Fiat ha fatto altro. Ed ora ne paga le conseguenze. Fiat, inoltre, non ha idee su cosa vendere e a chi vendere. Il mercato europeo, sul quale ha il grosso della sua presenza, è almeno venti anni avanti ai suoi modelli. In oriente non è presente. Nel Sud America si sta scatenando una guerra commerciale senza precedentil. Questo non vuol dire che non possa rappresentare un “buon affare”. E’ questa la geniale intuizione di Marchionne: a patto che possa essere fatta a pezzi. Il brand, utile per far salire le azioni, parte degli impianti destinati alla vendita, il Centro ricerche Fiat, che mezzo mondo invidia, utile a rilanciare l’architettura della fusione con Chrysler. Una strategia del genere poteva essere fermata solo con un Governo meno contiguo con i circoli internazionali della speculazione e con un sindacato più coraggioso. Nessuna di queste due condizioni sono attualmente presenti in Italia.
Ora tutti si preoccupano a chiedere un incontro chiarificatore a Marchionne a al Governo per capire da che parte sta andando realmente la Fiat. Un po’ tardi, visto che ormai i suoi giochi l’azienda li ha già portati ad uno stato avanzato. Ciò che realmente le interessava era far lievitare, un po’ artificialmente, il prezzo delle sue azioni. Ciò non ha niente a che vedere con il prestigio del marchio, quanto con la partita americana, che rappresenta l’unico elemento della scacchiera in grado di impensierire Sergio Marchionne. Deve contemporaneamente restituire i soldi ad Obama e conquistare la maggioranza di Chrysler. Dichiarare ai quattro venti che l’anello Italia potrebbe essere sfilato senza problemi dalla catena è un annuncio che fa eccitare i mercati. E questo l’Ad di Fiat lo sa.
C’è poi un elemento strutturale di cui occorre tenere conto quando si parla del futuro di Mirafiori, anzi due. Il primo è la vetustità degli impianti, che nel tempo hanno ricevuto solo qualche aggiustamento “in punta di cacciavite” e il secondo è l’età media delle tute blu, ampiamente al di sopra dei cinquanta anni. A questo punto, dopo aver incassato la totale accondiscendenza dei sindacati e la neutralità del Governo, portare a termine l’operazione di chiusura degli impianti produttivi di Torino diventa un gioco da ragazzi. Sono due fattori che faranno la differenza nel momento in cui i vari siti verranno messi in competizione.
Tutti gli economisti, infine, sanno benissimo, e lo hanno anche scritto, che così come è la Fiat non può reggere la cosiddetta sfida della globalizzazione. Non è un problema di costo del lavoro, che incide appena per il 7-10% del costo totale. E’ un problema di capacità di investimento, innanzitutto, che rimanda al classico nodo della dimensione aziendale. Negli anni in cui poteva crescere la Fiat ha fatto altro. Ed ora ne paga le conseguenze. Fiat, inoltre, non ha idee su cosa vendere e a chi vendere. Il mercato europeo, sul quale ha il grosso della sua presenza, è almeno venti anni avanti ai suoi modelli. In oriente non è presente. Nel Sud America si sta scatenando una guerra commerciale senza precedentil. Questo non vuol dire che non possa rappresentare un “buon affare”. E’ questa la geniale intuizione di Marchionne: a patto che possa essere fatta a pezzi. Il brand, utile per far salire le azioni, parte degli impianti destinati alla vendita, il Centro ricerche Fiat, che mezzo mondo invidia, utile a rilanciare l’architettura della fusione con Chrysler. Una strategia del genere poteva essere fermata solo con un Governo meno contiguo con i circoli internazionali della speculazione e con un sindacato più coraggioso. Nessuna di queste due condizioni sono attualmente presenti in Italia.
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