Prezzo della Crisi del 28-05-2011: 'Europa razzista nel mondo del lavoro '
Lo sostengono i ricercatori dell’Ecri, il Comitato europeo contro il razzismo e l’intolleranza, secondo i quali nel Vecchio continente la forma di discriminazione più frequente è quella su basi etniche
di Vittorio Bonanni
Quando nel 1990 Nelson Mandela venne liberato in Sudafrica, premessa della fine di uno dei regimi più ignobili che il pianeta conosceva, si pensava che il razzismo avesse conosciuto una sconfitta se non definitiva certo di grande importante. Il simbolo della segregazione razziale era scomparso e ci si era illusi che nessuno più pensasse di discriminare le persone solo per il colore della pelle, Non avevamo fatto i conti con tante cose. Con la reazione dell’Occidente in primo luogo di fronte al fenomeno dell’immigrazione e con la vittoria di un modello economico come quello del liberismo che ha nel suo dna lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo soprattutto se quell’uomo è più debole degli altri e proviene appunto dall’Africa, dall’Asia, dall’America latina e anche dall’Europa dell’est. A conferma che il razzismo ancora vive tra noi e nel mondo intero sono arrivate oggi le conclusioni di due giorni di lavoro promossi dall’Ecri (Comitato europeo contro il razzismo e l’intolleranza). Nel mondo del lavoro, sostengono i ricercatori del comitato, la forma di discriminazione più frequente è quella su basi etniche. Per fare il punto della situazione nei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa, l'Ecri, un organismo composto da esperti indipendenti provenienti da ogni paese membro del Consiglio stesso, ha riunito per due giorni a Strasburgo i rappresentanti degli enti nazionali specializzati nel combattere il razzismo e la discriminazione razziale. «Nella maggior parte dei paesi esiste una legislazione che vieta questo tipo di discriminazione, ma il vero problema sta nell'implementazione e applicazione di queste leggi che non è affatto buona», ha sottolineato il segretario esecutivo dell'Ecri, Stephan Stavros. Secondo il Consiglio d'Europa, le vittime che denunciano di aver subito una discriminazione sono solo la punta dell'iceberg, perchè la maggior parte ha paura a farlo o non sa di poterlo fare. «Perchè i datori di lavoro assumano la responsabilità dell'applicazione della legge ci sono delle misure molto concrete che possono essere adottate», ha spiegato Stavros. In particolare, «devono aumentare le sanzioni economiche previste quando la legge non viene rispettata». La discriminazione insomma deve avere un costo per l'azienda, come anche, aggiungiamo noi, i reati contro l’ambiente. Ma nel Vecchio.Continente le cose non vanno esattamente in questa direzione. E l’Italia, lungi dall’essere un’eccezione, brilla ancor più che gli altri stati europei, per mancanza di controlli, sanzioni e mentalità. Basta ricordare il drammatico fenomeno del caporalato, che colpisce ormai quasi esclusivamente lavoratori stranieri, produce vittime – tutti ricorderanno quei cittadini polacchi scomparsi nel nulla qualche anno fa nelle campagne pugliesi – e non conosce alcun ostacolo né legale, né repressivo. Ma, come si suol dire, il problema è a monte. L’Europa scatta quando un paese non rispetta i parametri economici previsti e impone misure draconiane per poter “rientrare”, come si dice in gergo. Ma nessun provvedimento è previsto per chi divide il mondo in cittadini di serie A e di serie B, nessuna misura punitiva insomma. Tutto resta relegato in un ambito che potremmo definire di studi e di denuncia certamente importanti, ma niente più. E in un contesto dove sono ancora una volta l’economia e la finanza a farla da padroni con la politica che resta in un angolo. Fino a quando, è lecito chiedersi, potremmo sopportare tutto questo?
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