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Intervista a Gianni Rinaldini: «La partita sulla Newco non è ancora chiusa del tutto»
News imagedi Fabio Sebastiani (Liberazione del 20/07/2011)

Una sentenza all'italiana oppure dalla ratio si può trarre qualche traccia importante?

La parte relativa alla Newco non è chiusa del tutto. Non è soddisfacente. L'iniziativa della Fiom era riferita al trasferimento del ramo d'azienda e non rispetto al fatto che uno possa fare l'accordo senza rispettare il contratto nazionale, visto che non esiste in Italia l'erga omnes. Sarà interessante leggere la motivazione su questo punto. Capire se devono essere i lavoratori individualmente o l'organizzazione che pone la questione.

Aver riconosciuto la Fiom nell'ambito delle Rsa pone comunque un problema di rappresentatività.

Sì certo, ma resta il fatto che l'obiettivo proclamato dalla Fiat era quello di escludere la Fiom dagli stabilimenti. Vista la reazione della Fiat sul ricorso questo punto è tutt'altro che insignificante. Sulle Rsa vedrà la Fiom come trovare forme di validazione.

Che relazione c'è con l'accordo del 28 giugno?

Non c'è dubbio che anche durante il processo sulla discriminazione sindacale della Fiom è successo un fatto clamoroso, la Fiat ha bruciato sul tempo l'iniziativa di Fim e Uilm presentando a sostegno delle ragioni della Fiat l'accordo el 28 giugno. Un fatto politico con pochi precedenti. Tutta la requisitoria della Fiat era contrapporre l'accordo e quindi la firma della Cgil contro l'istanza della Fiom.

Passata l'idea della Newco slegata da Fiat si pone ora il problema del contratto di riferimento.

Cambiando nome ad una società possono mettere in discussione le acquisizioni precedenti dei lavoratori. E' un precedente pericoloso. Con la Newco il trasferimento d'azienda permette di ridefinire le condizioni dei lavoratori. Per quanto riguarda l'applicazione del contratto nazionale la vicenda Fiat ha disvelato il fatto che non essendoci in questo paese l'erga omnes è legittimo che l'azienda applichi un nuovo contratto, che in realtà è un regolamento. Quindi il ricorso Fiom e il contratto nazionale sono tra loro due cose legate ma hanno una dinamica divesa. La questione relativa al fatto che si possa non applicare il contratto nazionale non era l'oggetto del ricorso.

Torniamo all'accordo del 28 giugno...

Un accordo gravissimo. Non siamo nell'ambito di accordi positivi o negativi ma che ridefiniscono il ruolo e la natura del sindacato. Grottescamente, nulla viene detto sulla validazione dei contratti nazionali. Non c'è altro se non la certificazione della rappresentanza e della rappresentatività di ogni organizzazione che, in assenza della certificazione di regole, può portare però da qualsiasi parte. Vorrei far notare che se si applicasse la regola del "50% più 1", l'accordo del 2009 sarebbe valido. A fronte dell'accordo 2009 la Cgil ha proposto che il meccanismo fosse non il voto tra le organizzazioni ma il referendum.

La Cgil prova a difendersi ma perde il bene più prezioso, la confederalità.

Questo accordo è un accordo che per i meccanismi definiti sulla contrattazione scardina il significato della confederalità a meno che non si pensi che la confederalità sia una costruzione a prescindere dai luoghi del lavoro. Quando si dice aderire ai contesti lavorativi specifici, poi, è possibile fare tutto. E affermare che i contratti a livello aziendale vengono approvati con il "50% più 1" del voto della Rsu vuole dire, per chi ha esperienza di trattative, che laddove la Cgil ha la maggioranza assoluta la controparte guarda alla Cgil, laddove ce l'hanno altri la controparte guarda lì, per garantirsi la possibilità di fare l'accordo. Siamo alla balcanizazione totale, altro che confederalità. Se questo è il modo di riprendere i rapporti unitari è il modo peggiore, viziato in partenza. Tutto verrà giocato sui condizionamenti reciproci. Esiste il pluralismo sindacale e la validazione degli accordi, tanto più in presenza del pluralismo sindacale, non può che essere fondata sul voto dei lavoratori. Nella mia esperienza quando si è riconquistato l'accordo di categoria unitario fu decisivo che avessimo delle regole democratiche approvate dai lavoratori che funzionavano come deterrente per tutti. E costringevano le stesse organizzazioni sindacali, compresa la Fiom a trovare mediazioni e punti di incontro al tavolo delle trattative perché tutti sapevamo che qualsiasi soluzione di accordo separato doveva passare al vaglio del voto dei lavoratori e quindi in questo caso la democrazia funzionava come incentivo per tenere la posizione untaria al tavolo delle trattative. E' vero l'opposto quindi. Quello sì che era era un percorso per ricostruire l'unità. In questo caso, invece, siamo in presenza di un modello tipico dei partiti politici.

E quindi l'indipendenza diventa solo un'etichetta.

E' evidente che in questo modo metti in discussione un sindacato che prova e cerca la sua legittimazione sempre nel rapporto con i lavoratori. Faccio presente che in tutta questa storia a partire dal 2009 la posizione condivisa dalla Cgil era quella di un sistema universale della contrattazione. Oggi questo sistema universale non esiste più. Basta pensare all'accordo con Confindustria e a quello che succede nel pubblico impiego con il blocco della contrattazione, o al commercio.

La democrazia non è solo una falla sul piano dei contenuti, mi sembra che sul piano interno non è che vada meglio...

Metodo e merito dell'accordo coincidono. Tutto il resto sono chiacchiere. L'unico testo che è stato portato al direttivo è stato quello poi siglato nell'accordo finale. In una trattativa in cui non esisteva delegazione trattante. E non c'è stato alcun contatto preventivo a partire dalle categorie su quelli che si profilavano come i nodi pù delicati. Quindi, due cose, chi ha condotto e gestito questo accordo lo ha fatto nella piena consapevolezza che avrebbe determinato una divisione all'interno della Cgil; in secondo luogo, ha portato ad un voto che a quel punto diventava un voto sui gruppi dirigenti. Pensando in questo modo di annullare le articolazioni delle posizioni che si erano espresse negli ultimi direttivi. Questo fa capire il significato delle modifiche statutarie, a cominciare dall'ultimo congresso, per arrivare a una consultazione dove non c'è stata nessuna volontà di definire assieme i meccanismi della consultazione, la definizione delle regole, il controllo democratico del voto. E poi viene rappresentata solo la posizione della maggioranza. Non è stato chiesto all'area che rappresento, "la Cgil che vogliamo" nessun incontro per discutere di tutto ciò. Siamo di fronte ad una gestione della vita della Cgil come gestione della maggioranza che nega un ruolo all'espressione del disenso che al congresso tra i lavoratori attivi ha ottenuto il 25% dei consensi. Le modifiche dello Statuto sono sempre state fatte a maggioranza, perché lo Statuto rapprensenta la costituzione di una organizzazione.

E' stato così anche in altre occasioni?

Avendo partecipato in altre fasi alla revisione dello Statuto della Cgil dove la condizone che poneva il segretario generale era quella di trovare solzuioni condivise da tutti. Oggi tutto questo non esiste più, è cancellato. Siamo di fronte a una riduzione di democrazia sia nei rapporti interni che nei rapporti con i lavoratori. Credo che questo sia il modo peggiore di chiusura rispetto alla crescita del disagio sociale, in Italia come in Europa, dove l'istanza fondamentale che sta alla base dei movimenti. Dalla Grecia agli "indignados" in Spagna, agli studenti e ai precari, fino ai referendum, in Italia, vive l'istanza di partecipazione e di democrazia.

Prima si parlava di fine della confederalità, non mi pare che in Cgil lo si sia capito in modo chiaro...

C'è una crisi nel sindacato in Italia come in tutti i paesi industrializzati, una crisi che è sempre stata negata per evitare di affrontare un problema enorme, ovvero del sindacato del futuro. Perché questa crisi mette in discussione aspetti fondamentali, come nei partiti politici. C'è una crisi delle rappresentanze politiche e della rappresentanze sociali perché tutto oggi viene ricondotto a una dimensione di funzionalità al mercato e alla competitività. E tutti i vincoli sociali devono essere superati. Insisto, il modello sociale sono gli Stati Uniti. Un sindacato di mercato, in questo caso, che per l'appunto aderisce alle esigenze di mercato delle imprese. Il percorso delle grandi burocrazie a fronte dell'enormità di questi problemi invece di aprirsi ad una interlocuzione rispetto alla nuova situazione e come affrontare questi nodi riaffermando vincoli sociali nuovi, penso al rapporto con il mondo del precariato o con gli studenti, che vuole dire anche riproporsi il tema dei diritti di cittadinanza, si chiude nell'autoconservazione e nell'autodifesa. E nel garantirsi illusoriamente come organizzazione arrivando al punto di negare la democrazia. La Cgil non ha mai fatto una operazione di questa natura. La discussione in Cgil è sempre stata sulle forme di consultazione. E su questo c'è sempre stata una discussione interna. Oggi si è di fronte al fatto clamoroso che firmi con la controparte, come dice il documento che la Confindustria ha inviato a tute le aziende, e il voto dei lavoratori è previsto pertanto laddove ci sono le Rsa con un meccanismo peraltro barocco: firma chi ha la maggioranza degli iscritti e poi se viene chiesto il referendum questo è valido se vota il 50% più uno degli aventi diritto. Quindi lascio ad ognuno di fare i conti di cosa significa inn realtà dove il tasso di sindacalizzazione è del 15% o giù di lì.
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