Martedì 26 Marzo 2019 - Ultimo aggiornamento 18:02
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


La lotta silenziosa dei facchini Ikea

Autostrada A1, quando si arriva all'altezza del casello di Piacenza sud lo sguardo viene colpito da uno sconfinato parallelepipedo blu, il “km azzurro” come viene definito: è il deposito Ikea che supporta i negozi dell'Italia, dell'Europa mediterranea e i franchising dell'est europeo.
Siamo nel cuore della “regione logistica” più importante del nostro paese e Ikea con i suoi 260.000 mq è l'hub più grande del paese. Qui da una decina di giorni i facchini hanno avviato una lotta dura in difesa dei posti di lavoro, della loro dignità, dei diritti sindacali.
Da una settimana circa bloccano tutte le merci in entrata e in uscita. Non li fermano né le minacce velate ed esplicite dei capetti, né l'intervento dei reparti di celerini inviati da Milano. Caricano un blocco? Si riforma poco dopo da un'altra parte (i progettisti non sono stati molto astuti nel pensare gli accessi; grandi entrate, ma vie di ingresso lunghe e strette... è facile difenderle se sei determinato).

Facciamo un passo indietro, vediamo di ricostruire ciò che sta dietro alla lotta dell'Ikea.
Piacenza, un tempo con un solido tessuto industriale nel settore manifatturiero, ha virato da una quindicina d'anni nella logistica. La posizione geografica, centrale rispetto gli assi che collegano i distretti industriali emiliani con l'Europa, la prossimità con Milano, la presenza di infrastrutture adeguate, l'esistenza di un articolato comparto dell'autotrasporto fanno nascere alla periferia del capoluogo nel 1997 il Polo Logistico, una spianata di cemento da 2 milioni e 600 mila mq, quasi la metà di quei 4 milioni e 900 mila mq che occupano l'intera superficie provinciale. Poche decine di italiani affiancano le migliaia di migranti (quasi 7.000 soci lavoratori di coop spurie nate come funghi) in un inferno fatto di lavori massacranti, senza sicurezza, di caporalato, di buste paga false e “furti di ore”. Vanno inizialmente forte i sindacati gialli, quelli a cui i facchini si trovano automaticamente iscritti al momento dell'assunzione; ma quando fai 200 ore in un mese di cui solo 3 (tre) segnate in busta paga e le restanti in parte pagate cash e in parte trattenute dal caporale finisce che ti incazzi.
Un paio di anni fa alla Tnt un piccolo gruppo di egiziani importa il S.I.Cobas e i risultati arrivano: tutto in busta paga, più rispetto per le persone, aumenti salariali, più sicurezza.
E' contagio. Partono le lotte alla Glg, a Movimoda, alla Ceva, a Ikea, e siamo ai giorni nostri.
Nel colosso svedese d'origine, ma olandese per ragioni fiscali (tutto il mondo è paese) i facchini S.I.Cobas eleggono i loro delegati e chiedono al consorzio che raggruppa 3 coop un salario migliore, una diversa organizzazione del lavoro e dei turni, ripari dal freddo per l'inverno, la mensa, il riconoscimento formale del S.I.Cobas. A giugno si conclude, grazie anche al ruolo svolto dall'assessore comunale al lavoro di Rifondazione Comunista, un accordo soddisfacente.

Da allora, però, succede che delegati, iscritti e simpatizzanti S.I.Cobas vedano progressivamente diminuire le ore di lavoro assegnate nonostante il contratto preveda che se ne debbano prestare 168. C'è chi lavora 60 ore al mese e chi, remissivo o non iscritto al sindacato, 240 ore mensili. Tradotto in italiano c'è chi con moglie e due figli a carico porta a casa 500 euro al mese e chi arriva a 1.300/1.400.

Il consorzio lamenta una formale diminuzione dei volumi di merci, ma il numero di camion che arrivano da Turchia, Croazia, Bosnia, Polonia, Bulgaria, Romania, Svezia, Italia, Slovacchia è lo stesso di sei mesi fa e non si comprende perché, se il lavoro diminuisce, alcuni facciano invece  straordinari e venga richiesto un consistente aumento dei ritmi (circa il 25% in più) a lavoratori che in grande maggioranza denunciano condizioni fisiche precarie.

Quando i delegati S.I.Cobas intervengono per mantenere inalterati i carichi scatta puntuale l'intervento repressivo, per loro e per chi solidarizza con loro c'è un provvedimento di sospensione disciplinare. Lo scontro è tutto politico; vogliono far fuori chi produce conflitto e non piega la testa. C'è un presidio permanente e il blocco delle merci e con i facchini c'è sempre Rifondazione Comunista, con i suoi giovani e con i rappresentanti istituzionali.

Ciò che colpisce in questa lotta è la determinazione dei lavoratori, quello stesso coraggio operaio che in giro per l'Italia anima metalmeccanici o minatori convintissimi delle loro incontestabili ragioni a tirare avanti fino in fondo. Ma tra i facchini multietnici c'è anche dell'altro, la voglia e la capacità di spiegare agli altri perché si mettono così in gioco. Capita così che in una città della padania profonda, un po' spaventata dalla crisi e chiusa in se stessa, un sabato pomeriggio un corteo in cerca di solidarietà porti centinaia di giubbotti catarifrangenti arancione nel salotto buono del centro e scopra che anche tanti piacentini “medi” condividono i timori e i disagi per il lavoro senza diritti o che non c'è, per l'arroganza dei padroni.

Ma ciò che veramente sorprende in questi tempi è il sentimento e la pratica della solidarietà di classe che accompagnano questa vertenza. Tutte le mattine quando i facchini Ikea iniziano i blocchi alle 5 e 30 trovano al loro fianco quelli del turno di notte della Tnt e della Gls che staranno con loro per il resto della mattinata, poi arriveranno quelli degli altri turni. Certo conta la comunità etnica: sono egiziani o marocchini o nigeriani che aiutano altri loro connazionali, ma in tutti è altrettanto chiaro che se i delegati resteranno fuori dall'Ikea i diritti rischiano di restare fuori anche dal loro capannone.

Nell'inferno della logistica tocchi davvero con mano come l'unità, e la radicalità di classe possano dare efficacia al bisogno di un altro mondo possibile.

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi