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La spada dell'Elsa

Elsa Maria Fornero, classe '48, blasonatissima docente di economia presso l'università di Torino, en plein di titoli accademici, fulgida carriera sotto l'ala protettiva di Onorato Castellino (preside dell'omonima facoltà) e ora punta di lancia del governo Monti come titolare del Ministero del lavoro e  delle pari opportunità, ha inflitto ai lavoratori italiani, nel volgere di un solo anno, più danni di quanti non ne provochino le invasioni delle locuste ai contadini. Il non invidiabile primato di Maurizio Sacconi, suo predecessore al welfare e compulsivo persecutore di lavoratori e sindacati, è stato bruciato da un'incalzante sequenza di “riforme” (al giorno d'oggi ogni sconquasso dei diritti costituzionalmente protetti viene “nobilitato” con un termine in passato sinonimo di progresso sociale e civile) che hanno letteralmente spappolato un sistema di protezione sociale già infragilito dall'interminabile catena di manomissioni che hanno avuto per protagonisti e complici tutti i governi degli ultimi vent'anni. L'esordio della ministra è fulminante. Forte di granitiche certezze e millantando ex cathedra lezioni di economia, Fornero sentenzia che è primariamente necessario abbattere la spesa pensionistica: quella dei lavoratori dipendenti, of course, ma non le altre, fantastiche, degli alti burocrati, dei manager pubblici e privati e della casta politica, rimaste infatti  perfettamente intonse. 
Il fatto che il Fpld (Fondo pensioni lavoratori dipendenti) sia in equilibrio e faccia anzi registrare un attivo pari a 1,8 punti di pil malgrado il sovraccarico di oneri impropri, anche di carattere assistenziale, che grava su di esso, è per Fornero dettaglio insignificante, poiché non si tratta di rendere conto della obiettiva necessità di una drastica misura, bensì di inaugurare, ad ogni costo, la vulgata di interventi con cui il governo Monti si propone di smontare l'impianto solidaristico del welfare, dietro l'imperativo riassunto nella formula: “Ce lo chiede l'Europa”. Lavorando di buona lena ed in un sol colpo, Fornero riesce a trasformare in un miraggio le pensioni di anzianità, mettendo - dalla sera alla mattina – fino a 6 anni di lavoro in più sulle spalle dei lavoratori, financo di chi si trova alla vigilia del ritiro dal lavoro, provocando un catastrofico tracollo economico ed esistenziale per oltre 300mila persone, i cosiddetti “esodati”, i quali in ragione della normativa allora vigente avrebbero maturato il diritto alla pensione nel corso della cassa integrazione o del periodo di mobilità e che improvvisamente scoprono di trovarsi senza lavoro e senza reddito. 
Ma questo non basta ad Elsa Fornero che, ingoiate improbabili lacrime di pentimento, aumenta per tutti l'età pensionabile, porta la soglia anagrafica per la pensione di vecchiaia delle donne a 65 anni e sfonda ampiamente i 40 anni di contribuzione necessaria per quella di anzianità. 
A queste misure si uniscono poi l'estensione a tutti del metodo di calcolo contributivo “pro rata” e la conferma che la progressiva crescita dell'attesa “media” di vita, periodicamente ricalcolata dall'Istat (altro colossale imbroglio statistico!), comporterà ogni due anni un ulteriore innalzamento dell'asticella. L'effetto di questo accanimento è che l'istituto delle pensioni è consegnato ad una sostanziale estinzione, come stanno imparando i ragazzi e le ragazze di due generazioni che quel traguardo non raggiungeranno mai. L'organica furia demolitrice della ministra si trasferisce a ruota sulla disciplina del mercato del lavoro. L'italico primato dei lavori precari – con quell'inestricabile ginepraio di 46 fattispecie di lavori “atipici” che lo rendono simile ad un discount delle braccia - viene riconfermato in toto (ritroviamo qui tutto l'armamentario del lavoro ridotto a prestazione servile: somministrato, interinale, a progetto, a chiamata, intermittente, occasionale e via schiavizzando). Tutto ciò benché la legge  che autorizza la sopravvivenza di questo scempio esordisca – beffa sadica – con una formula che proclama l'esatto opposto: «Il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato – recita il testo - costituisce la forma comune di rapporto di lavoro»(!). Neppure il sistema degli ammortizzatori sociali, necessari per contenere gli effetti più devastanti della disoccupazione, scampa all'inesorabile logica dei tagli alla spesa sociale: di tutte le giaculatorie sulla flex-security, oggetto di tante infatuazioni accademiche, non rimane letteralmente nulla: chi perderà il lavoro avrà meno sostegno al reddito e per un tempo più breve, mentre le strombazzate politiche attive del lavoro annegano in un mare di chiacchiere. Più di quanto già non accada ora, ognuno se la dovrà sbrigare da solo. 
Il colpo più carico di significato politico, a cui Fornero legherà imperituramente il suo nome, deve tuttavia ancora venire. Nel mirino torna l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, bersaglio privilegiato di una lunga offensiva padronale, rintuzzata per tutto il primo decennio del secolo da imponenti mobilitazioni sindacali sulle quali si erano infranti gli assalti di Berlusconi. Qui l'equilibrio di bilancio non è più in causa: si tratta invece di affermare il diritto insindacabile del padrone di licenziare arbitrariamente qualsiasi lavoratore per qualsivoglia motivo. Per farlo è necessario abolire l'istituto della reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente il cui licenziamento sia giudicato illegittimo da un magistrato, sottraendo così alla parte più debole ogni strumento giuridico di efficace difesa. L'obiettivo lucidamente perseguito è quello di mettere i lavoratori sotto ricatto, farne docili strumenti del datore di lavoro, minarne alla radice la libertà e l'effettivo esercizio del potere di coalizione. L'operazione va a segno incassando il consenso bipartisan del parlamento e grazie alla resa incondizionata del sindacato, questa volta di tutto il sindacato, con la sola eccezione della Fiom e dei sindacati di base. 
C'è invece una cosa su cui Elsa Fornero evita scrupolosamente di mettere le mani. Si tratta della norma approvata in articulo mortis dal governo Berlusconi, quella che nel famigerato articolo 8 della “Manovra economica bis” prevede la possibilità che accordi aziendali o territoriali sottoscritti sotto ricatto o per intrinseca subalternità da sindacati “di comodo” possano derogare tanto al contratto nazionale quanto alle stesse leggi dello stato: un colpo micidiale inferto non solo ai diritti dei lavoratori, ma alla stessa sovranità del parlamento ceduta in subappalto a soggetti terzi. Come si vede, siamo di fronte al trionfo del liberismo estremo, plasmato dalle teorie economico-sociali di Friedrich von Hayek e di Milton Friedman che – a partire dalla metà degli anni Settanta – hanno ispirato, ad ogni latitudine, la rivincita del capitale sul lavoro e l'implosione delle istituzioni democratiche. Teorie che la ministra di Monti interpreta con scrupolo catechistico e, talvolta, con le cadute di stile dell'apprendista. Resterà inscritto nei più celebri aforismi dello sciovinismo reazionario quel suo «il lavoro non è un diritto», pronunciato a suggello del processo di smantellamento del diritto del lavoro e della Costituzione che rappresenta il filo conduttore della politica perseguita dall'uomo della Trilateral e del gruppo Bilderberg: niente più e niente meno che un episodio di quella che il miliardario Warren Buffett ha in un empito di sincerità descritto come la lotta di classe (vittoriosamente) scatenata dai ricchi contro i poveri.

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