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Firmato l'accordo sulla produttività, ma senza la firma della Cgil
Il governo e le parti sociali hanno sottoscritto l’accordo sulla produttività. Ma, come annunciato nei giorni scorsi, la Cgil non ha firmato il documento presentato nell’incontro a Palazzo Chigi di mercoledì 21 novembre. Un comunicato stampa diramato dalla presidenza del Consiglio annuncia la firma, da parte di ABI, ANIA, Confindustria, Lega Cooperative, Rete imprese Italia, CISL, UIL, UGL, di un accordo che “fissa le ‘Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia’. Il Governo - si legge nel comunicato - è convinto che l’intesa rappresenti un passo importante per il rilancio dell’economia, la tutela dei diritti dei lavoratori e il benessere sociale”.

Nel corso di una conferenza stampa successiva all’incontro, il premier Mario Monti ha auspicato un “ripensamento”, o meglio un’”evoluzione del pensiero” della confederazione di Corso d’Italia, augurandosi che “questo possa avvenire in tempi brevi”.

Già da diversi giorni, com’è noto, la Cgil ha segnalato le insufficienze del documento presentato dalle imprese. Susanna Camusso le ha elencate in una lettera aperta alle controparti, riassumendole in cinque nodi principali da sciogliere, tra i quali in primo luogo il “salario, la democrazia e le normative contrattuali”. Questioni sintetizzate in un secondo documento firmato dal segretario generale della Cgil, che si può leggere qui .

“La CGIL - scrive Camusso - continua a ritenere che il CCNL debba avere la funzione di tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni dell'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni singolo settore, incrementando i minimi tabellari che determinano anche le relative incidenze, mentre il secondo livello (che attualmente riguarda meno del 30% del lavoro dipendente) deve aggiungere risorse legate alla produttività nell'impresa. Per questo abbiamo proposto una formulazione diversa del testo per rendere esplicita la separazione tra i due livelli:
- la garanzia del potere d'acquisto da attuarsi nei rinnovi contrattuali;
- l'introduzione di un altro elemento distinto, che scatterebbe laddove non vi sia la contrattazione aziendale.

Invece la soluzione presente nel testo considera l'indicatore IPCA -già non esaustivo del recupero del potere d'acquisto- indicatore onnicomprensivo del primo e secondo livello di contrattazione. In questo modo si andrebbe alla differenziazione dei minimi salariali e alla riduzione della protezione del potere d'acquisto delle retribuzioni. Questa scelta ha un ulteriore effetto recessivo”.

Camusso ricorda: “Abbiamo posto, a premessa del negoziato, il tema della democrazia e della rappresentanza in termini applicativi del 28 giugno 2011 con Confindustria ed estensivi per le altre Associazioni d'impresa. A distanza di più di un anno della sottoscrizione con Confindustria questa era un'occasione utile per determinare un avanzamento nella sua reale applicazione attraverso l'esplicitazione delle modalità con cui certificare la misurazione del numero degli iscritti ed iscritte ad ogni singola organizzazione sindacale (tramite convenzione con l'INPS) e la modifica nelle modalità di elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie che deve avvenire su base esclusivamente proporzionale ai voti raccolti da ogni organizzazione, al fine di poter determinare -sulla base di questi due elementi- la reale rappresentatività di ogni organizzazione”.

“Così come nel 2011 - prosegue la lettera di Camusso - lo spostamento del peso della contrattazione sul secondo livello ha comportato l'introduzione e la definizione di procedure democratiche, anche al fine dell'esigibilità degli accordi, ora che si vuole il ridisegno del modello contrattuale con materie proprie del primo e del secondo livello, è quanto mai necessario definire la cornice di regole democratiche per l'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici”.

Nel corso del confronto a Palazzo Chigi, secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa, Monti avrebbe rispedito al mittente la proposta Cgil di detassare le tredicesime. “Non ce lo permettono le condizioni della finanza pubblica”, avrebbe detto il premier. Mentre Camusso rinnovava le sue perplessità affermando, secondo quanto riferiscono le agenzie, che “la strada scelta è sbagliata”. La Cgil ha fatto notare che con quest’accordo non si tutelerebbe più il potere d’acquisto dei salari. Monti avrebbe risposto che “ora il problema è fare crescere l’economia attraverso la produttività e con il contributo diretto e decentrato delle parti sociali”. Ossia facendo leva sul secondo livello contrattuale, senza però - come ribadisce la Cgil - adeguate tutele salariali.

Quanto agli altri rappresentanti sindacali, Raffaele Bonanni (Cisl) ha detto che quest’accordo è “quel che serve per ridare slancio”. Mentre Luigi Angeletti (Uil) ha insistito sulla necessità di una “detassazione strutturale” dei premi di produttività.

Il comunicato del governo
Nel suo lungo comunicato stampa il governo sostiene che l’intesa:

“attribuisce alla contrattazione collettiva nazionale, la cui funzione è quella di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori rientranti nel settore di applicazione del contratto, l’obiettivo mirato di tutelare il potere di acquisto dei salari assicurando che la dinamica degli effetti economici, superata ogni forma di automatica indicizzazione, nei limiti fissati dai principi vigenti sia sempre coerente con le tendenze generali dell’economica, del mercato del lavoro, del raffronto competitivo internazionale e degli andamenti specifici del settore;

“valorizza la contrattazione di secondo livello affidandole una quota degli aumenti economici eventualmente disposti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali con l’obiettivo di sostenere, negli specifici contesti produttivi, efficaci e mirate misure di incremento della produttività;

“consente di adeguare la regolamentazione contrattuale dei rapporti di lavoro alle esigenze degli specifici contesti produttivi di riferimento, anche con riguardo alle materie che possono incidere positivamente sulla crescita della produttività quali gli istituti contrattuali che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro;

“contiene, tra l’altro, l’esplicito impegno delle Parti firmatarie ad affrontare in sede di contrattazione, in via prioritaria, le tematiche relative all’equivalenza delle mansioni, all’organizzazione del lavoro, all’orario di lavoro ed alla sua distribuzione flessibile, all’impiego di nuove tecnologie;

“conferma la volontà, condivisa dal Governo, di individuare soluzioni che, in una logica di “solidarietà intergenerazionale”, agevolino la transizione dal lavoro alla pensione;

“crea il presupposto perché vengano introdotte, nell’ambito della legislazione vigente e nei limiti delle risorse disponibili, stabili e certe misure di defiscalizzazione del salario di produttività finalizzate ad incoraggiare selettivamente le intese che siano concretamente idonee, negli specifici contesti produttivi di riferimento, a sostenere l’incremento della produttività intervenendo in via prioritaria nelle materie già individuate tra le Parti firmatarie;

“permette pertanto alla contrattazione di secondo livello di incrementare i salari netti percepiti dai lavoratori facendo scattare le misure di defiscalizzazione per le quote di incrementi salariali che verranno concretamente legate, negli specifici contesti produttivi, all’incremento della produttività;

“individua nel termine del 31 dicembre 2012 la data entro la quale le Parti firmatarie dell’accordo interconfederale 28 giugno 2011 completeranno il quadro delle nuove regole in materia di rappresentanza, con ciò dando auspicabilmente vita ad un sistema di relazioni industriali più stabile ed efficace”.
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