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Il sussulto della Cgil
PRODUTTIVITÀ. Non dev'essere stato semplice per la Cgil decidere di lasciare il tavolo sulla produttività, rifiutandosi di apporre la firma del sindacato più rappresentativo in calce al testo sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali e da tutte le altre «rappresentanze» dei lavoratori. E non per il contenuto dell'accordo separato, che rappresenta la tappa forse definitiva della cancellazione del contratto nazionale e delle forme di solidarietà generale che hanno caratterizzato le relazioni sindacali degli ultimi quarant'anni. Un accordo infirmabile, ideologico, teso a confondere la bassa produttività con i costi e le rigidità del lavoro e ad affermare il primato assoluto dell'impresa sulla «merce» lavoro. 

Un accordo che accresce quella che Giorgio Airaudo, nel suo libro appena uscito per Einaudi, chiama «solitudine dei lavoratori». Abbandonati dalla politica, spogliati di diritti e persino della rappresentanza collettiva liberamente scelta, ciascun per sé, spinto a individuare l'avversario non più nel padrone ma nel suo compagno di lavoro con il quale competere - e vincerà chi sarà disposto a consegnarsi integralmente a chi rivendica la proprietà del suo corpo e della sua mente. L'accordo separato sulla produttività è la coerente conclusione di un percorso avviato alcuni governi fa con la scoperta del nuovo passepatout della flessibilità, automaticamente trasformata in precarietà, proseguito con i progressivi peggioramenti del sistema previdenziale fino alla tombale riforma Fornero, con l'assunzione del «modello Marchionne» fin dentro il sistema legislativo, oltre che nelle relazioni sindacali. Berlusconi ha dato il via alla guerra contro il contratto nazionale con il suo prode scudiero Sacconi per poi consegnare a Monti il carroarmato, più capace nel farlo funzionare con l'aiuto della ministra della guerra sociale Fornero, killer dell'articolo 18 e complice dell'applicazione del berlusconiano articolo 8.

La difficoltà insita nella giusta scelta di non firmare la capitolazione sindacale da parte della segretaria Cgil, Susanna Camusso, stava nel contesto melmoso di un governo nominato dallo spirito santo e sostenuto dal 90% del Parlamento, capace dunque di condurre in porto le scelte liberiste e antioperaie più radicali che neanche Berlusconi, che con una qualche timida opposizione pure doveva fare i conti, era riuscito a completare. Lo vogliono i mercati, lo pretende la troika, lo chiede il presidente della Repubblica che invoca il patto politico e la pace sociale, lo stesso Mario Monti si dispiace per la mancata firma della Cgil. Il Pd è troppo impegnato nelle primarie e diviso al suo interno per alzare la voce, e forse è un bene perché se lo facesse non si sa contro chi potrebbe scagliarsi. Non si può dunque non condividere il sussulto di autonomia della Cgil, che dovrà resistere alle mille sirene della deregulation e prendere atto definitivamente che l'attacco della politica e del padronato non è «semplicemente» contro la Fiom ma contro la Cgil e il sindacalismo così come l'abbiamo conosciuto nel dopoguerra.

Nel merito dell'accordo separato basti sapere che saltano i minimi salariali e si archiviano non le 35 ma le 40 ore settimanali, gli straordinari non saranno più contrattati ma comandati e detassati, con le fabbriche che boccheggiano in cassa integrazione e i lavoratori tenuti forzosamente a casa a stipendi decurtati e futuro appeso a un filo, mentre i figli quel filo neppure ce l'hanno, grazie anche alla riforma delle pensioni. Siccome poi si detassano i salari legati ai risultati dell'impresa, è evidente la fine del contratto nazionale e della solidarietà nazionale. Bisognerebbe non solo abbandonare ma rovesciare il tavolo sulla produttività, con sotto tutti gli attori della controrivoluzione italiana. In ogni caso, chi non ha ancora firmato per i referendum sul lavoro si dia una mossa
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