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Salari italiani bassi? Comprimiamoli di più…

I dati Eurostat presi dal governo come occasione per andare in direzione opposta a quella “logica”. I professori bravi, prima di parlare, si documentano per bene. Al ministro Elsa Fornero, gettatasi nella mischia di governo, non riesce più.

Il rapporto «Labour market statistics» di Eurostat descrive in modo impietoso una situazione che conosciamo bene, tutti noi che un lavoro l’abbiamo o lo cerchiamo: i salari italiani sono bassi, tra i peggiori d’Europa. Bene o male in Europa viaggiamo, possiamo fare confronti – in euro, semplicissimi – sia con i livelli salariali altrui che con il costo della vita. E sappiamo per esperienza, per esempio, che nella locomotiva europea della rigorosissima coppia Merkel-Schaeuble i salari sono quasi il dopio, mentre i prezzi sono mediamente più bassi del 15-20%. Per non parlare dei prezzi delle case o degli affitti, praticamente la metà. Un miracolo che ha qualcosa a che fare con la qualità divergente dei sistemi di potere, distribuzione, impiego di capitale, ma anche con il diverso spessore della classe dirigente. Se si guadagna di più lavorando meno (in Germania l’orario è mediamente inferiore e si sono moltiplicati, nella crisi, i “contratti di solidarietà” che ripartiscono sull’identica platea di manodopera un monte ore complessivo inferiore, ma con poca o nulla perdita salariale), se si compra di più con gli stessi soldi, le differenze vanno per forza trovate nei sistemi-paese.

Il ministro Fornero non può non prendere atto di questi dati. Ma subito cerca di piegarli al suo delirante progetto di riforma del mercato del lavoro, tutto incentrato sulla riduzione delle tutele, degli ammortizzatori sociali (solo la crisi – e Confindustria – l’hanno per ora frenata, non fermata), sull’aumento dell’orario di lavoro accoppiato all’allungamento dell’età lavorativa; in definitva un modello fondato sulla compressione di tutte le voci del salario – sia diretto che indiretto. Una “riforma” che si salda peraltro con altre portate avanti dal suo governo e che prevedono drastici aumenti delle tariffe, riduzione o aumento dei costi dei servizi pubblici essenziali, limitazioni sostanziose dell’accesso al welfare. Un insieme che sta già ora impoverendo – come da programma governativo – le fasce deboli della popolazione, fino a coinvolgere fasce rilevanti dell’ex ceto medio.

In Italia abbiamo «salari bassi e un costo del lavoro comparativamente elevato. Bisogna scardinare questa situazione, soprattutto aumentando la produttività». Non può sfuggire al ministro che la “produttività” dipende dagli investimenti. E che non possono certo essere i lavoratori a farli. La teoria liberale (indimostrata, va detto) prevede che abbassando il livello delle tutele e dei salari gli investimenti aumentino, perché più imprenditori vedono l’occasione per fare business. Ma se la stessa ricetta viene applicata contemporaneamente in una grande serie di paesi (e il presidente della Bce, Mario Draghi, ha proprio l’altro giorno raccomdanto che tutta l’Europa modifichi in queesto senso le regole del mercato del lavoro, cambiando radicalmente il “modello sociale europeo”), abbiamo la situazione opposta: ci sono “troppe” occasioni per investire nella produzione reale, anche perché i paesi emergenti offrono comunque ancora condizioni maggiormente competitive. In soldoni: i salari cinesi o indiano (per non parlare dei pakistani o vietnamiti) stanno crescendo, ma sono ancora molto lontani da quelli europei. E persino da quelli italiani.

Quindi la strategia Fornero-Monti-Draghi – una applicazione normativa del modello export oriented imprintato dalla Germania – è sicuramente inefficace sul piano empirico. E deprime i consumi in modo direttamente proporzionale alla compressione dei salari, restringendo le dimensioni del mercato europeo e accentuando le tendenze recessive.Quando Draghi, come ieri, ripete il mantra – «in alcuni paesi dell’Unione Europea” il modello sociale va rivisto “perché protegge il posto di lavoro e non i lavoratori” e questo ha provocato una massa di disoccupati» – sta spostando intenzionalmente l’attenzione dal fatto che la crisi ha un’origine certa (l’accumulazione di capitale ha toccato un limite, anche e soprattutto dopo un ventennio di predominio del capitale finanziario).

Ma Fornero non è tipa da fermarsi di fronte alla contestazione del reale. «Voglio convincere le parti sociali e gli italiani che ci sono molte cose da cambiare nel mercato del lavoro, non perchè ce lo chiedono l’Ocse o l’Fmi, ma perchè bisogna creare un mercato più inclusivo». Che si possa “includere” di più facilitando i licenziamenti è un paradosso che non la sfiora neppure. Lei va dritta poer la sua strada manipolando frasi fatte a tutto spiano: bisogna «aprire nuove prospettive ai giovani e alle donne, eliminando quella flessibilità che genera precarietà». Dove si capisce benissimo che punta a un “accordo” con i sindacati incentrato sullo “scambio” a perdere tra riduzione (limitata) dei contratti precari (“flessibilità in entrata”) e libertà totale di licenziamento (“flessibilità in uscita”).

Il paradosso apparente che inchioda il lavoro italiano – bassa occupazione, bassi salari (“apparente” perché la realtà capitalistica prevede esattamente questa situazione; se l’occupazione è alta, il salario deve aumentare…) – viene quindi attribuito alla “rigidità dei contratti”. Chi conosce un po’ della storia sindacale recente sa perfettamente che dagli “accordi sulla concertazione” in poi – dal ’92-’93, dunque – i contratti sono stati sempre meno rigidi e i salari non sono più aumentati. Anzi, c’è stato un trasferimento di ricchezza reale dal lavoro al profitto e soprattutto alle rendite che sfiora ormai il 15%. La “rigidità salariale” è tutta nell’impossibilità di aumentare lo stipendio in busta paga.

Il governo Monti lo sa bene. La sua ricetta prevede una riduzione, sull’esempio greco. Inizialmente meno drastica, poi ci penserà l’avidità incontenibile di imprenditori straccioni (che vogliono far profitti crescenti senza investire mai) ad aprire una ruvida “competizione” al ribasso. L’idea, in fondo, è che senza l’art. 18 non ci potrà essere nemmeno resistenza da parte dei lavoratori.

E i media ufficiali? Ci sembra sufficiente l’esempio di Repubblica, che dedica questo commovente omaggio al ministro della lacrima.

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