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Sabato in corteo gli edili contro la crisi. Uno stralcio storico dal libro di Claudio Gambini, "Edili. Una storia sulle origini del movimento operaio", edizioni punto rosso

UN EPISODIO EMBLEMATICO: LA LOTTA DEI MURATORI ROMANI

Momenti di duro scontro di classe non mancano, in ogni caso, almeno sino al 1925. Per quanto riguarda il nostro discorso lo sciopero dei muratori romani del 1923-24 assume una rilevanza tutta particolare. Al di là degli interessi della categoria esso costituisce, citiamo Claudio Natoli:

«un episodio pressoché unico nella storia del movimento operaio italiano di questo periodo». E questo non solo per l’estensione temporale, le dimensioni di massa e l’organizzazione, ma anche per la compenetrazione realizzatasi nel corso della lotta tra obiettivi sindacali e difesa dei diritti politici essenziali (libertà di sciopero e di organizzazione).

Inoltre rivela «la persistenza tra i lavoratori edili romani di un enorme potenziale di lotta, di un avversione al fascismo, di un eccezionale attaccamento alle proprie organizzazioni di classe, capace di resistere alle più dure repressioni e agli stessi contraccolpi della sconfitta»..

Certamente, però, una lotta così generosa non poteva essere generalizzata o considerata praticabile all’intero territorio nazionale.

Troppo particolari le condizioni del proletariato romano e le vicende della sua Camera del lavoro e, soprattutto, dell’Unione emancipatrice, l’organizzazione edile non aderente alla Fioe, a forte egemonia comunista.

In tale situazione il padronato romano ritiene ormai opportuno attaccare a fondo le organizzazioni di classe ed annullare i concordati di lavoro vigenti. I proprietari delle fornaci sono i primi a prendere l’iniziativa nell’aprile 1923, con la serrata degli stabilimenti al fine di ridurre del 20% i salari. La manovra tendeva soprattutto a «scompaginare l’attuale organizzazione della classe operaia e ad addivenire alla costituzione di un sindacato fascista». Così i proprietari rompono la trattativa, procedendo alla riapertura delle fornaci, impiegando nuovo personale e riassumendo solo coloro «che fossero di gradimento agli industriali e che si impegnassero ad iscriversi nel più breve tempo ai Sindacati nazionali». L’intransigenza padronale e l’apparato repressivo statale alla fine prevalgono sulla coraggiosa resistenza operaia ed il lavoro riprende alle condizioni imposte dai proprietari. Stessa sorte per i lavoratori dell’arte bianca nel mese di maggio, mentre riduzioni salariali si registrano nelle categorie dei ferrovieri secondari, i lavoratori dello Stato, gli infermieri, i parrucchieri.

Le condizioni migliori per un’offensiva definitiva nei confronti degli operai dell’arte muraria sembrano così mature, anche perché l’organizzazione della categoria più numerosa e combattiva del proletariato romano, dopo il 1922 aveva subito una grave crisi interna. Le elezioni per il rinnovo del Comitato direttivo dell’Unione emancipatrice dell’agosto 1922 registrano una netta vittoria dei comunisti ed il declino del gruppo dirigente anarchico; nel marzo dell’anno successivo viene eletto un nuovo Comitato direttivo, con a capo l’operaio comunista Vincenzo Antonio Gigante.

Alla fine di febbraio i costruttori notificano all’Unione emancipatrice la disdetta del concordato di lavoro, manifestando l’intenzione di ridurre giornalmente i salari di 4 lire per tutte le categorie dell’edilizia, di abolire la Cassa di previdenza, di prolungare l’orario di lavoro estivo, minacciando di stipulare un nuovo contratto con il sindacato fascista, peraltro del tutto ininfluente tra i lavoratori. L’Unione emancipatrice respinge ogni revisione ai contratti vigenti e dichiara inammissibile ogni riduzione dei salari, per di più in un periodo di aumento dei prezzi. Nello stesso tempo per iniziativa comunista, si decide in accordo con la Camera del lavoro di predisporre le basi politiche e organizzative per l’inizio della lotta: «Furono nominati fiduciari e collettori per tutti i cantieri ed eseguita la mobilitazione degli spiriti, i migliori nostri compagni vennero mandati nei più forti focolai edilizi per la propaganda».

Subito dopo la Commissione sindacale decide di organizzare un’azione dimostrativa, e promuove uno sciopero con un comizio alla Casa del popolo. La manifestazione riesce pienamente:

«…si presentarono in numero imponente – 20.000 – nei pressi della Casa del popolo. Ricordare questa memorabile giornata di delirio e di entusiasmo sarebbe impossibile. La polizia era impotente a frenare la marea dei lavoratori che si avviava al comizio al canto degli inni proletari».

Il giorno successivo i costruttori romani prendono atto dell’ordine del giorno votato al comizio degli operai, rimettendo la risoluzione della vertenza al governo e aprendo una nuova fase delle trattative.

La commissione operaia replica con un ordine del giorno in cui si denuncia l’impossibilità sia di consultare i lavoratori per la proibizione di ogni comizio pubblico e privato, sia di attuare un referendum in tali condizioni, ribadendo la fedeltà ai deliberati del comizio dell’11 giugno.

Viene così a cadere la proposta di arbitrato da parte del governo e i costruttori decidono di respingere le proposte sindacali, invitando nel frattempo, le singole imprese a partire dal 25 giugno «a pattuire direttamente con le proprie maestranze tariffe ed ogni altra condizione».

L’intento evidente è l’annullamento del contratto di lavoro esistente e l’emarginazione delle organizzazioni di classe, ma anche questa volta il progetto si rivela impraticabile, poiché, il 25 giugno, in tutti i cantieri dove si tenta di attuare la riduzione del salario le maestranze sospendono in massa il lavoro. Le conseguenze politiche e sociali di uno sciopero di massa preoccupano le autorità che cercano di favorire una ripresa delle trattative, le quali puntualmente iniziano con la proposta dei costruttori di riduzione differenziata dei salari per muratori, manovali ed apprendisti. Da parte dell’Unione emancipatrice e del segretario della Camera del lavoro si respinge ogni disparità di trattamento e si propone in via conciliativa una riduzione di lire 0,10 l’ora uguale per tutti dal 1 gennaio al 31 marzo 1924, ferma restando la proroga a quella data del contratto di lavoro.

Ma trascorse due settimane le posizioni rimangono distanti e l’Unione emancipatrice decide di convocare nuovamente a comizio gli edili, ed in caso di un nuovo divieto da parte delle autorità, proclamare lo sciopero generale in tutti i cantieri di Roma.

Conseguentemente si procede alla formazione di un Comitato segreto di agitazione composto da due compagni dell’Unione emancipatrice ed uno della Camera del lavoro e di altri cinque operai, destinati a sostituire eventuali arrestati, alla nomina di collettori in tutti i cantieri per la vigilanza, la raccolta delle notizie, il collegamento con gli organi dirigenti, ed addirittura la creazione di un ufficio stampa per far pervenire ai giornali notizie della lotta.

Il 23 luglio la risposta degli operai edili è imponente e prosegue compatta per una settimana, nonostante il presidio di centinaia di carabinieri della Casa del popolo, oltre trecento arresti tra scioperanti e sospetti ed il rastrellamento degli scioperanti non romani ed il loro rimpatrio con foglio di via obbligatorio. Tutto ciò, comunque, non impedisce all’Unione emancipatrice di proseguire la lotta ad oltranza, senza lasciarsi intimidire dalla Questura, rivendicando il rilascio degli arrestati ed il diritto di riunione nella propria sede, oltre al motivo esclusivamente sindacale della proroga del concordato sino al marzo 1924 per la risoluzione della vertenza.

Ma dopo sette giorni di lotta si pone al Comitato d’agitazione se proseguire la mobilitazione dando mandato al segretario della camera del lavoro Martini di riprendere le trattative. L’Unione emancipatrice, dopo aver consultato i lavoratori e le loro organizzazioni, lancia un nuovo appello alla resistenza.

Sembra a questo punto – sottolinea Natoli – che già nel corso delle trattative precedenti, Martini avesse sostenuto una linea più morbida nei confronti delle richieste dei costruttori ed abbia abusato largamente del mandato ricevuto. Fatto è che il 28 luglio egli raggiunge un accordo per la ripresa del lavoro in tutti i cantieri a partire dal giorno successivo, alle condizioni stabilite dal vecchio concordato, l’impegno dei costruttori contro qualsiasi tipo di rappresaglia, il rilascio degli arrestati, l’avvio di nuove trattative tra le controparti. Martini, però, redige anche un comunicato in cui si invitano i «poteri dello Stato a intervenire energicamente per impedire che l’agitazione e lo sciopero conseguente siano sfruttati dai datori di lavoro per proprio arricchimento…» e delibera la cessazione dello sciopero. Tale operato è contestato non solo dall’Unione emancipatrice ma anche dalla Commissione esecutiva camerale, tanto che Martini è costretto alle dimissioni.

Tale situazione, unita alla cessazione dello sciopero, porta il fronte padronale a concepire la vittoria come definitiva «Lo sciopero dei muratori si è oggi chiuso e gli operai tutti sono tornati tranquillamente al lavoro…sventrata quindi nella sua organizzazione, disorientata nelle sue direttive, frustrata nelle sue finalità».

Certamente i rapporti di forza erano del tutto sfavorevoli agli operai, ma spesso i desideri non coincidono con la realtà, come si evince da un rapporto sindacale del Pcd’i del 14 dicembre 1923:

«Il compromesso capestro, come venne subito definito dagli operai, veniva a stroncare nel momento migliore la magnifica resistenza della massa edile romana provocandone l’indignazione generale… Il compromesso firmato segnava purtroppo anche la disfatta degli operai i quali non riuscendo subito a distinguere la responsabilità del firmatario Martini dall’Ente rappresentato, cioè la Camera del lavoro, abbandonarono in gran numero l’organizzazione: la buona volontà dei nostri compagni riuscì a riparare in gran parte il disastro, riuscendo nuovamente a raggruppare attorno ad essa circa 400 soci». Più sobriamente si può sostenere che a vantaggio operaio la grande mobilitazione è riuscita a mantenere il vecchio concordato di lavoro e, più che a «sventrare» l’Unione emancipatrice, si registra un maggior distacco tra la massa edile ed il fascismo.

Quando si arriva, quindi, alla ripresa degli incontri tra le parti, i costruttori propongono all’Unione emancipatrice la proroga del contratto sino al marzo 1924, ma anche, a partire da quel giorno, la riduzione di paga di lire 0,20 l’ora per i muratori e di 0,40 per i manovali. Come si vede le condizioni poste sono peggiori di quelle del luglio ed in un’assemblea generale dei muratori del 25 novembre, sono respinte all’unanimità. L’intenzione dei costruttori, però è di arrivare ad uno scontro definitivo con le organizzazioni di classe e decidono di conseguenza di imporre unilateralmente la riduzione dei salari nei cantieri a partire dal 7 gennaio del nuovo anno.

In una situazione sempre più difficile l’Unione emancipatrice decide di proclamare lo sciopero generale degli edili dall’8 gennaio: l’esito per ovvi motivi è meno univoco ed esaltante del precedente, anche perché, tra l’altro, da parte della maggioranza delle imprese al fine di disgregare la lotta, si evita un’immediata riduzione dei salari. Lo sciopero, perciò, riesce compatto solo nei cantieri dove i salari sono decurtati. Secondo i dati della Camera del lavoro gli operai scesi in sciopero ammontano a 2/3 delle maestranze mentre per la questura molti di meno. Fatto è, il terzo giorno la percentuale degli scioperanti aumenta notevolmente, così come la repressione: si procede a scopo intimidatorio a rastrellamenti su larga scala, si provvede a occupare militarmente le zone circostanti la Casa del popolo ed ad arrestare gli operai che vi si recano. Inoltre si permette ad un gruppo di fascisti di assaltare la sede dell’Unione socialista romana, scambiata per quella dell’Unione emancipatrice. La sera del 10 vengono arrestati i militanti comunisti Edoardo e Valentino Procario, Pietro Rosselli, Celestino Ballico, Egisto Sartori, Cesare Massimi, Antonino Poce, oltre al sequestro di volantini e denaro.

Tuttavia né la repressione, né i trionfalismi della questura impediscono l’estensione dello sciopero, come riporta «La voce repubblicana» del giorno successivo:

«In Piazza d’Armi su 26 villini con circa 200 operai ne lavorano appena 25; ai Polverini su 22 fabbricati di circa 180 operai lavorano 30 non romani; al nuovo Ministero della marina astensione completa (180 operai); sulla via Flaminia in due fabbricati, in uno lavorano 10 carpentieri e nell’altro lavorano tutti alle vecchie tariffe; in via Arno astensione completa; in via Po su due fabbricati lavorano soltanto coloro che …confezionano la colla…

Dunque su 90 cantieri abbiamo in 60 astensione, 23 lavoro parziale, e 8 lavoro completo, la metà dei quali senza riduzione dei salari». Lo stesso giornale conferma nei giorni successivi l’80% -90% di astensioni dal lavoro.

Ma le enormi difficoltà e l’assenza di credibili sbocchi positivi per la vertenza, alla lunga si fanno sentire sulla volontà di lotta degli operai edili. Dal 15 gennaio si assiste, quindi, a un progressivo sfaldamento della mobilitazione ed a una continua e costante ripresa del lavoro. Si giunge così all’epilogo del 18 gennaio, quando la Camera del lavoro e l’Unione emancipatrice ordinano il ritorno nei cantieri, riconoscendo «senza infingimenti la sconfitta subita».

Nello stesso tempo l’Unione emancipatrice indica agli operai il proprio percorso:

«raccogliersi sempre più per difendere gli interessi e le istituzioni della massa edile, per sventare l’offensiva combinata dei costruttori e dei fascisti, di cui il patto da essi conchiuso non è che il primo significante e gravissimo episodio. Operai vegliate, preparatevi a contrastare ai nemici collegati passo per passo il terreno. Così costoro si accorgeranno di avere stretto il patto d’infamia senza tener conto della volontà dei lavoratori, che saprà opporre alle loro manovre la propria tenacia e vittoriosa resistenza».

Parole non retoriche. Contemporaneamente alla repressione di classe esercitata dagli organi statali, l’Unione emancipatrice riesce, infatti, a sviluppare una rete organizzativa decentrata, strutturata su gruppi sindacali di zona a livello territoriale che permette già il 1° maggio di promuovere un’astensione dal lavoro, raccolta dalla maggioranza degli edili romani. Nello stesso anno, dopo il delitto Matteotti, saranno ancora i protagonisti della mobilitazione antifascista della classe operaia di Roma.

Determinante l’influenza dei comunisti, probabilmente dello stesso Gramsci, a determinare la scelta di decentrare l’organizzazione sul territorio, a diretto contatto con i lavoratori di una categoria frastagliata e dispersa che ha permesso, in un contesto difficilissimo di attuare lotte altrimenti impensabili. Dalla parte opposta, un commento che conferma indirettamente quanto affermato finora. Scrive il questore di Roma:

«La classe dei muratori è la più numerosa della capitale e la più pronta ai movimenti di piazza, perché composta nella gran parte, di elementi sovversivi con tendenze estremiste.

Detta categoria, meno che le altre, è stata qui accessibile alla propaganda fascista e scarsissimo seguito hanno avuto infatti ed hanno i sindacati dell’arte edile aderenti alle corporazioni fasciste.

Il movimento dei muratori è fomentato dai più fanatici anarchici e comunisti, i quali credono di vedere una favorevole occasione per effettuare dimostrazioni di forze sovversive, ed affermazioni antifasciste».

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